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“L’uomo è l’unica creatura che rifiuti d’essere ciò che è”

20 lunedì Apr 2015

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Cronache e Storie d'Osteria, Parole

La guerra è un concetto che mi ossessiona. Giorni fa ho ripreso visione di “Master & Commander”, un film di Peter Weir del 2003: trattasi di un’avventura immaginaria nei mari del sud agli albori del 19esimo secolo. Il Comandante inglese Aubrey rincorre il nemico francese a bordo di una fregata, oltre i limiti geografici che la missione e la corona gli impongono, oltre i propri doveri militari, oltre ogni logica, oltre il peso imposto dalla tutela degli uomini di cui è responsabile. Il gioco della guerra spinge l’uomo oltre tutti questi limiti.

MASTER AND COMMANDER: THE FAR SIDE OF THE WORLD, 2003.Nel film deflagra -oltre l’epico duello in mare fra bastimenti- lo scontro morale e dialettico fra il comandante e il medico di bordo, Maturin, suo caro amico e naturalista appassionato. I loro punti di vista sono opposti: il primo è un predatore in senso stretto, e vive alla ricerca di una preda, o meglio di un (valido) antagonista con cui confrontarsi in mare aperto; egli brama un nemico per respirare, lo desidera come fosse la vita stessa.
MASTER AND COMMANDER: THE FAR SIDE OF THE WORLD, 2003.Maturin invece è uno scienziato, un esploratore, un uomo che vive per la conoscenza, che si nutre di curiosità, che “caccia” la diversità che in Natura dilaga. Non è un caso che la sceneggiatura conduca la fregata inglese dal Brasile alle Galapagos, dopo aver doppiato la furente Capo Horn: l’arcipelago del Pacifico è infatti il simbolo dell’evoluzionismo sancito da Charles Darwin pochi anni dopo le vicende narrate del film, e Maturin è in effetti una sorta di Darwin ante litteram, per quanto affondi le sue ipotesi sull’opera di dio e non invece sull’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale.

MASTER AND COMMANDER: THE FAR SIDE OF THE WORLD, 2003.

I due amici condividono la passione per la musica e intrecciano i propri strumenti ogni sera, ma non riescono a toccarsi fin nel profondo, a comprendere ognuno cosa muova l’altro, intimamente.

Essi vivono

Essi vivono (e  quando scrivo “Essi vivono” non riesco a non pensare al cinema degli anni 87 e 88, a cartoni ricolmi di occhiali da sole neri e quindi a John Carpenter) -dicevo- essi vivono sulla base di criteri opposti, ma all’apice del dramma giungono a comprendersi reciprocamente, e persino a capire e carpire qualcosa dell’altro: Aubrey trarrà spunto dall’arte di camuffarsi di un insetto per impostare una strategia offensiva, mentre Maturin parteciperà attivamente all’arrembaggio finale.

Essi vivono (non resisto e non posso tralasciare che quando scrivo “Essi vivono” non riesco a non pensare al cinema degli anni 87 e 88, a cartoni ricolmi di occhiali da sole neri e quindi a John Carpenter) -dicevo- essi vivono sulla base di criteri opposti, ma all'apice del dramma giungono a comprendersi reciprocamente, e persino a capire e carpire qualcosa dell'altro: Aubrey trarrà spunto dall'arte di camuffarsi di un insetto per impostare una strategia offensiva, mentre Maturin parteciperà attivamente all'arrembaggio finale.Se riflettiamo un solo istante sulla follia che la guerra comporta, sullo spreco di tempo, risorse, energie utilizzati per giocare alla guerra, per escogitare marchingegni e strategie di morte, per porre in essere missioni, operazioni, equipaggi ed equipaggiamenti, possiamo comprendere con un discreto margine di approssimazione il retaggio di barbarie e stupidità che il genere umano eredita vita natural durante dalla sua stessa natura.

Galapagos

L’uomo a un certo punto della sua storia evolve in modo imprevedibile, un modo che non gli consente più di vedere la bellezza da cui è circondato; rifiuta di vivere in armonia con la Natura, ma anzi la rigetta e sfrutta e calpesta senza indugio, finchè il disamore e la mancanza di devozione nei confronti dell’ecosistema che gli ha offerto l’opportunità di essere divengono fattori genetici: l’uomo, il piccolo e misero uomo non “sente” più il legame indissolubile fra sé e la vita tutto attorno a sé, fino a smarrire il senso della sua stessa specie; si illude di essere il padrone del mondo che abita, e divide, distrugge, deturpa, si moltiplica a dismisura e diviene virale e pone confini che esistono solo nella sua mente, e inventa guerre per proteggere quei confini od estenderli a discapito di altri, per sfruttare selvaggiamente ogni risorsa disponibile, coinvolgendo nelle sue devastazioni tutto ciò che vive, alterando equilibri primordiali, senza giustificazioni di sorta.

L'isola dei rifiuti

Mi chiedo ogni giorno come ciò sia potuto accadere. Avidità e idiozia guidano i comportamenti umani in modo non arginabile. Abbiamo tramutato l’Eden in un’enorme discarica, viviamo in mezzo ai gas e alle macerie di una società purulenta, e per il piacere di un istante siamo pronti a sacrificare tutto, anche il futuro di chi verrà dopo di noi.

Forse -come scrisse Camus- “l’uomo è l’unica creatura che rifiuti d’essere ciò che è”: e forse questa eterna ribellione contro la bellezza, contro il pianeta, contro se stesso definisce l’uomo, la sua indole, il suo percorso, il suo scontato epilogo.

Only lovers left alive

30 giovedì Ott 2014

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Only lovers left alive

Tom Hiddlestone e Tilda Swinton interpretano i vampiri Adam ed Eve nell’ultimo lavoro di Jim Jarmusch

Solo gli amanti sopravvivono

30 giovedì Ott 2014

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Il Consiglio dell'Oste

Il Consiglio dell’Oste

“Solo gli amanti sopravvivono” –l’ultimo lavoro di Jim Jarmusch- è un’opera cupa e apocalittica che l’autore colloca in una ipotetica civiltà post-industriale. In questa cornice crepuscolare si compie la danza macabra di Adam e Eve, due vampiri che incarnano l’ultima speranza per salvare l’uomo dal degrado morale e dall’apatia spirituale.

Tilda Swinton

Adam e Eve si amano dalla notte dei tempi, pur vivendo separati, rispettivamente a Detroit e Tangeri, nell’isolamento quasi assoluto, dettato dalla desolazione che fuori dilaga e dal pesante fardello di secoli vissuti che si portano appresso. Le due nobili “creature” trascorrono le giornate nutrendosi di musica, letteratura e (raro) sangue puro, e gli uomini, che hanno smarrito se stessi fino al punto di apparire alla stregua di zombie, non destano più alcun interesse. Sono morti, perché hanno rinunciato ad essere e ad amare.

Only lovers left alive

 

Il film incanta e ammalia come un mantra ipnotico, sin dalle battute iniziali, in cui Jarmusch escogita un movimento lento e circolare per introdurre la narrazione e i protagonisti. Lei glaciale regina delle nevi, lui faustiano Edward mani di forbici. La colonna sonora regala un’atmosfera estatica all’opera, che seduce e concede ancora una volta fascino alla stirpe vampiresca, immortalata stavolta quale depositaria di ogni forma di sapere, a cospetto di un’umanità sbiadita, inaridita e contaminata persino a livello sanguigno.

Adam e Eve rappresentano gli ultimi baluardi dell’intelletto, dell’amore, dell’arte, di tutto quanto l’uomo abbia smarrito nei secoli.
Only lovers left alive

Nel momento in cui il destino li restituisce alla notte, i due vampiri -infiacchiti dalla cattività e disabituati alla caccia- sembrano sul punto di smarrire ogni brama o speranza, ma in extremis l’istinto e l’amore li salvano. Nella notte la loro natura predatrice e selvaggia risorge, deflagrando a ridosso di una coppia di zombie che rappresenta l’altra faccia di quell’amore necessario ad alimentare l’eternità.

 

Only lovers left alive

 

 

Il film di Jarmusch è pervaso da un romanticismo gotico e decadente: l’amore come forza ingovernabile, che tutto muove e a cui tutto tende, è al centro dell’opera e delle possibilità che ha l’uomo per tentare di uscire dalla crisi profonda che ne contraddistingue il presente. Soltanto chi è capace di amare può farcela, “solo gli amanti sopravvivono”.

Robin Williams, un Capitano vero.

12 martedì Ago 2014

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Cronache e Storie d'Osteria, Pensieri

Cronache e Storie d’Osteria

Non credo alle mille forme di aldilà che sono state inventate, modellate, dipinte, descritte nel corso della storia dell’umanità, spesso per creare aspettative di riscatto o per concedere una speranza a chi si lascia vivere fino al punto di trasformare l’esistenza in una sala d’attesa.

Credo invece che paradiso e inferno (o che dir si voglia) siano dimensioni estremamente terrene, ma non fisiche: abitano i nostri pensieri, calzano e incalzano ogni istante della nostra vita, e rispondono al nostro modo di essere, tormentando fino a dilaniare lungo la via dell’annichilimento, o sollevando fino a riprodurre forme sublimi d’estasi.

 Per puro caso, in questo istante, mi è balzato in mente “Al di là dei sogni”, nemmeno a farlo apposta.

Robin WilliamsCredo a una strana sorta di coscienza unificata, un legame ancestrale e imprescindibile che unisce tutte le forme di vita. Credo che si viva per lasciare qualcosa agli altri, e credo fermamente che se si centra questo bersaglio si possa riuscire a schivare la morte. E così si continua a vivere nelle parole, nei pensieri e nei ricordi di quanti siano stati anche solo “sfiorati” dal carisma e dall’amore degli illuminati che abbiano compreso il vero significato di questo nostro intricato e mirabolante percorso.

E cosa siamo noi se non ciò che pensiamo?

Dare agli altri, darsi agli altri, essere se stessi, regalare o comunque concedere emozioni di qualsiasi tipo, questi sono gli obiettivi per cui vale la pena vivere, queste sono le forme di grazia cui dovremmo essere devoti.

 Pochi artisti hanno concesso tanto quanto è riuscito a fare Robin Williams nel corso della sua vita: sono innumerevoli le opere cinematografiche in cui la sua umanità dirompente è stata lasciata libera di mostrarsi, senza limitazioni o formalismi. Sono talmente tante da impedire a Robin di morire, da sollevarlo da tale incombenza, da consegnarlo e consacrarlo alla sfera dell’immaginazione collettiva, dove tutto vive, dove ogni cosa è possibile.

 Ho deciso –caro Robin- di non elaborare in alcun modo queste mie parole, di scriverle di getto, per rispettare quella tua dirompente spontaneità che trascendeva ruoli e copioni. Sei stato davvero un buon amico, dai tempi di “Mork & Mindy” in poi, e mi hai fatto ridere, sognare, commuovere. Ho vissuto le tue interpretazioni come una grande possibilità, come un’ancora di salvezza contro il cinismo che caratterizza l’uomo moderno, come una stradina alternativa da percorrere per rileggere la vita a modo mio, oltre che per evitare la statale quando vado al mare.

 Tu, caro Robin, sei un artista eccelso, un personaggio straordinario, nel vero senso del termine, si evince dai tuoi occhi, dall’intensità di ciò che si portano dietro.

Robin Williams interpreta Patch Adams

 

La sensibilità che in passato ti ha creato delle difficoltà e che forse adesso ti ha ucciso e l’emotività liquida che sgorga da ogni tuo sguardo senza poter essere arginata fanno parte di te in pari misura, e come ho assorbito senza barriere ogni tua performance, non posso fare altro che rispettare le tue scelte odierne, per quanto dolorose.

Non preoccuparti, tutti ti ricordano con profondo amore ed immutata stima. Credo nel presente, e tu ci sei dentro.

Mi rivolgo a te personalmente non a causa di un contraddittorio fanatismo che mi induca a credere che ora tu “sia” da qualche altra parte, ma perché una minuscola spia lampeggiante -nascosta tra le mie intricate concatenazioni elettriche- mi ricorda che tutti siamo uno soltanto, che ogni persona è connessa all’altra in uno strano modo, che persino ogni forma di vita lo è, e che spero che lampeggerai a lungo, e che darai una mano, perché ce n’è grande bisogno, in un’epoca tanto arida ed effimera quanto quella attuale.

 Non ti dimenticherò, finchè l’oblio non mi condurrà all’incoscienza.

Philomena

06 giovedì Mar 2014

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Judi Dench
 
Judi Dench, penetrante e intensissima, indossa i panni di Philomena Lee nel film di Stephen Frears
 

Philomena

06 giovedì Mar 2014

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Il Consiglio dell'Oste

Il film di Stephen Frears narra la storia vera di Philomena Lee, una donna irlandese con un passato doloroso, che riemerge in seguito all’incontro rivelatore con il giornalista inglese Martin Sixsmith.

Philomena

 

Sixsmith ha appena perso il suo impiego di consulente governativo presso il partito laburista di Tony Blair ed è in cerca di un’idea per riprendere a lavorare. Incontra per caso la figlia della signora Lee e viene a conoscenza della storia che la donna ha tenuto segreta per anni:  Philomena –di famiglia cattolica- rimase incinta in giovane età, e per ovviare allo scandalo venne rinchiusa nel convento di Roscrea, luogo di segregazione per ragazze madri.

Philomena

 

 

Il cinico e miscredente Sixsmith si avvicina con diffidenza ai modi semplici e genuini di Philomena, ma i particolari di grande interesse legati alla vicenda convinceranno il giornalista ad insistere: in effetti Philomena patì sofferenze terribili a Roscrea, dal parto affrontato a 16 anni in condizioni disumane, ai turni di lavoro massacranti, fino al distacco dal figlio di 3 anni, vissuto improvvisamente e nella totale impotenza.

Philomena

 

 

Sixsmith in un primo momento vede soltanto l’opportunità della grande storia: Phliomena infatti ha trascorso una vita intera nel ricordo –segreto ed estenuante-  di quel giorno del 1955, in cui suo figlio Anthony venne adottato contro la sua volontà da una famiglia ignota. Ma ben presto l’uomo inizierà ad appassionarsi alla vita della signora Lee e scoprirà, indagando sulle suore di Roscrea, che si cela un mistero dietro le adozioni dei bambini e tra le fiamme del rogo che avrebbe cancellato ogni prova documentale dell’accaduto. Le tracce conducono negli Stati Uniti ed è lì che la strana coppia si dirigerà per cercare il figlio perduto di Philomena.

Philomena

 

Judy Dench regala una prova eccelsa, forse la migliore interpretazione femminile della stagione:  l’attrice inglese indossa la maschera disperata ma imperturbabile di Philomena con maestria, equilibrio, e un coinvolgimento emotivo tale da incarnare realmente il dolore di una madre tradita. Steve Coogan (co-autore della sceneggiatura) è uno sparring partner perfetto, grazie a un aplomb dai risvolti comici e ad una compostezza che non cede nemmeno nei momenti di maggior tensione. Fra i due protagonisti si instaura un duetto spassoso e commovente: si parte da posizioni lontanissime, proprie di due tipi umani contrapposti, fino ad arrivare a un punto d’incontro, il punto in cui Sixsmith comprende intimamente il dramma silenzioso e l’umanità prorompente di Philomena.

Philomena

 

Frears realizza un buon lavoro dopo alcune battute a vuoto. La struttura del film è solida e la storia coinvolgente. Da segnalare in particolare l’utilizzo dei flashback che si alternano alla narrazione principale, posando sull’opera una patina nostalgica: i sogni ad occhi aperti di Philomena sulle sorti del figlio si tramutano in divenire nella vita vissuta realmente da Anthony, e così realtà e dimensione onirica si sovrappongono fino a confondersi in una danza lenta ed agrodolce.

 

Il film narra quindi di un figlio strappato a sua madre con violenza inaudita, una violenza generata da una casta ed eterna obbedienza che si traduce drammaticamente in livore e risentimento nei confronti di chi ha ceduto alle tentazioni della carne, di chi ha assaporato l’ebbrezza dell’istinto. Suor Hildegarde, ultima depositaria del segreto di Philomena e di tante altre ragazze madri cresciute senza conoscere i propri figli, è l’incarnazione del male più radicato e profondo, un male capace di occultare la verità e di generare danni irreversibili. E’ una storia irritante e inaccettabile, che andava raccontata, una storia necessaria per fare luce e dare una speranza ad altri figli dispersi.

Il film è tratto dal libro dello stesso Martin Sixsmith, “The lost child of Philomena Lee”.

The tree of life

16 domenica Feb 2014

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The tree of lifeJessica Chastain in controluce nel capolavoro di Terrence Malick

The tree of life

16 domenica Feb 2014

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Titoli di testa

the_tree_of_life

“The tree of life” -film del regista texano Terrence Malick, uscito nel 2011 dopo anni di lavorazione-  è una  sublime composizione rapsodica messa in scena per raccontare l’epopea della vita degli uomini, di ogni creatura presente in natura, del cosmo.

the_tree_of_life

La sua peculiarità è quella di svilupparsi attraverso due piani narrativi paralleli e complementari: nel primo livello, più superficiale e “tangibile”, si narra la storia della famiglia O’Brien, espressione del ceto medio del midwest degli anni ‘50. Un padre frustrato e autoritario, una madre tenera ma sottomessa, tre figli di cui osserviamo i primi passi e la crescita, fino alla morte di uno dei ragazzi, al dolore della perdita, cui segue la ricerca di un motivo cui affidare un lutto inspiegabile.

tree_of_life

La storia viene ricostruita per flashback seguendo i ricordi di Jack, il più grande dei tre fratelli O’Brien, che affronta dentro di sé il conflitto fra la violenza paterna e il candore materno, ed agisce affidandosi prima all’una, nel momento in cui prova a difendersi con la stessa violenza fin troppo patita,  e poi all’altro, nella fase in cui comprende le ragioni della madre, centro nevralgico di un equilibrio sottilissimo.

Tree of life

Le vicende degli O’Brien vengono presentate in tumultuosa e cangiante alternanza con le immagini della formazione dell’universo, che prospettano  le meraviglie e la maestosità dirompente della natura e del pianeta Terra: questa fase “documentaristica” costituisce il secondo livello narrativo del film, la parte più onirica e visionaria dell’opera; l’impatto visivo è devastante e i suoni della natura si mescolano alle note di Mozart, Brahms e Bach, tanto da creare un’insieme armonico, fluido, ipnotico.

tree_of_life

L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo sono posti a confronto in un percorso di ricerca che assume le dimensioni di un viaggio tortuoso e palpitante in direzione ignota: un viaggio di sola andata ai confini del sé, dove ogni cosa sembra coincidere, traboccare, ed essere, dove ogni risposta è chiara ma impossibile da dire. Il film è una ricerca convulsa e profonda della misura e della verità.

the-tree-of-life

Malick affronta la vita e le sue dimensioni, e pone il dolore e le vicende umane a confronto con l’immensità. La storia di una famiglia qualunque diviene la storia dell’intero genere umano e del dubbio che attanaglia inevitabilmente ogni individuo.

Il viaggio di Malick prosegue fra le nuvole di Osteriacinematografo

Stay – Nel labirinto della mente

01 sabato Giu 2013

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Titoli di testa

L’Atlante delle Nuvole

 

“Stay” è un sogno struggente al confine fra la vita e la morte.

Nel rapido e turbolento incipit del film un’automobile si ribalta ripetutamente fra le mille luci di una notte newyorkese: la camera stacca e si posa sul volto disorientato di un ragazzo, seduto in terra nei pressi dell’incidente.

Ryan Gosling

Ryan Gosling

 

Ritroviamo Henry Letham alla luce del giorno, in cerca della sua psichiatra; non trova lei, ma il Dr. Sam Foster (Ewan McGregor), che sostituisce temporaneamente la collega. Henry -studente di storia dell’arte- soffre di allucinazioni e di un senso di colpa per la morte dei genitori, profondo a tal punto da divenire mania di persecuzione; il ragazzo, pallido e fuori fase, dichiara allo psichiatra l’intenzione di togliersi la vita entro pochi giorni, in corrispondenza del suo ventunesimo compleanno.

Naomi Watts e Ewan McGregor

Naomi Watts e Ewan McGregor

 

 

Foster si interessa alla drammatica vicenda di Henry, da un lato perché ha vissuto in prima persona un’esperienza simile con la propria compagna Lila (Naomi Watts), salvata in passato da un tentativo di suicidio; dall’altro perché subisce il fascino delle visioni di quel ragazzo smarrito, che hanno il sapore del déjà vu e sembrano avere un fondamento reale, al punto che lo psichiatra stesso si trova ben presto coinvolto nella dimensione distorta della mente dello studente.

Stay

 

Su tali presupposti si sviluppa un convulso tourbillon d’immagini e una sorta d’inseguimento fisico e psicologico fra Foster e Letham, lungo la via della follia e di uno sdoppiamento di personalità che dissipa ogni certezza fino all’epilogo rivelatore, che illumina in chiave tragica la narrazione.

Stay

 

Il regista tedesco Marc Forster , sulla base di un soggetto di David Benioff, versatile ed illuminato sceneggiatore americano, realizza un’opera d’arte complessa e originale, grazie alla sua sensibilità e a una maniacale attenzione ai particolari, a un cast e a un team di collaboratori di prim’ordine: le prove sublimi di Gosling (su tutti), McGregor, Watts; la fotografia cupa e angosciante di Roberto Schaefer; il montaggio tumultuoso e incalzante di Matt Chesse; le scenografie opprimenti e mutevoli di Kevin Thompson e gli effetti speciali (il morphing in particolare) di Bero e Caban: ognuno di questi elementi contribuisce alla fluidità del film e delle immagini, che si trasformano e assumono via via forme sempre nuove e diverse, privando lo spettatore di qualsiasi angolazione interpretativa plausibile.

La voragine di Marc Forster s’allarga fra le Nuvole d’Osteria

Tutto è connesso – Odissea nella Coscienza Unificata

11 lunedì Feb 2013

Posted by osteriacinematografo in film, Jung Carl Gustav, Lynch, David Keith, Morrison, James Douglas, Pensieri, Poesie

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Titoli di testa

L’Atlante delle Nuvole

Blade runner

“Il tempo e l’umanità sono attraversati da un solo respiro, da una sola anima che connette il destino di ciascuno di noi, tra passato, presente, futuro e post-futuro. La vita è un turbinio incessante di trasformazioni che fa diventare un assassino un eroe, e tutto è ispirato da una spinta al cambiamento, alla rivoluzione, alla crescita. Tutto è connesso.”

 

Cloud atlasDopo aver visto “Cloud Atlas” -film da cui tale frase è tratta- ho iniziato a pensare agli innumerevoli motivi di interesse che ne scaturiscono. Come la vita di ogni creatura è connessa all’altra, come ogni singola particella dell’universo è legata intrinsecamente all’altra, molti concetti che ispirano la mia visione della vita è profondamente connessa all’idea di fondo di “Cloud atlas”. Tenterò dunque di fornire un quadro dettagliato di questa “intuizione”, con l’ausilio di concetti  di varia natura e provenienza.

 

David LynchAnzitutto, in fase preliminare, riporto un breve brano tratto dal libro “In acque profonde” di David Lynch:

« Le idee sono simili a pesci, se vuoi prendere un pesce piccolo puoi restare nell’acqua bassa. 
Se vuoi prendere il pesce grosso devi scendere in acque profonde ».

Queste parole forniscono la chiave di lettura di “Cloud atlas” e un buon metodo d’approccio a tutto quanto si celi sotto la superficie “fisica” ed ingannevole delle cose. E’ necessario immergersi in profondità se si desidera comprendere il meccanismo che regola la coscienza e quindi la vita stessa.

Se non si compie un lavoro simile su se stessi, è del tutto inutile “immergersi” nelle acque di “Cloud atlas”.

Ma tutto nasce dal desiderio.

L’Odissea prosegue lungo la rotta segnata sull’Atlante delle Nuvole

 

Django unchained

29 martedì Gen 2013

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Diapositive
Samuel L. Jackson interpreta il controverso Stephen in "Django unchained"

Samuel L. Jackson interpreta il controverso Stephen in “Django unchained”

Django unchained

29 martedì Gen 2013

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Titoli di testa

FilmOsteria

Christoph Waltz

 

Una fila di schiavi avanza  nella notte degli Stati Uniti del sud. Un calesse incrocia il cammino dei negrieri e del loro carico. Un dente giganteggia sulla copertura del buffo barroccio. Alla guida del mezzo si trova King Schultz, uno stravagante dottore di origini tedesche che mostra modi affettati ed espressioni forbite. L’uomo cerca uno schiavo con l’intenzione di acquistarlo. Il nome dello schiavo è Django.

 

 

La trattativa parte col piede sbagliato, e la quiete delle notte viene rotta dal frastuono delle armi da fuoco: il dottore rivela una natura insospettabile e l’abilità di un cowboy. Nello spazio di un istante gli aguzzini sono a terra, esanimi, e gli schiavi liberi.

Christoph Waltz e Jamie FoxxKing Schultz è in realtà un cacciatore di taglie in cerca di tre fratelli di cui ignora i connotati fisici. Django li conosce per averne assaggiato la frusta, e aiuterà l’arguto ed elegante tedesco nell’identificarli e poi ucciderli. Django dimostra un certo talento nella caccia all’uomo, tanto che il dottore gli propone di divenire soci per l’inverno; in cambio King Schultz libererà definitivamente Django e lo aiuterà nella ricerca della moglie Broomhilda, venduta chissà dove come schiava.

Leonardo Di Caprio

 

 

Corre l’anno 1858, e la storia americana avanza a grandi passi verso la guerra civile. In tale contesto, in un’epoca in cui lo schiavismo imperversa, in cui la violenza dilaga e i neri sono trattati alla stregua di bestie e sfruttati a qualsiasi scopo, si sviluppa la storia di “Django Unchained”.

 

Django unchained

 

Il film è suddiviso in due capitoli ben distinti: nel primo – che definirei di formazione-  assistiamo alla spassosa e spettacolare conoscenza  fra Django e King Schultz, e al consolidarsi di un sodalizio “on the road” assai inusuale.

Nel secondo capitolo, la scena si sposta a Candyland, un’immensa piantagione in cui le persone di colore sono sottoposte a condizioni di vita subumana e all’umore di Calvin Candie, il sadico proprietario che gode nel far scannare fra loro i mandinghi.

Qui –dopo una sorta di rallentamento ideo-motorio della narrazione- avrà luogo la vendetta di Django.

La vendetta di Django prosegue in FilmOsteria
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