Cloud atlas
21 lunedì Gen 2013
21 lunedì Gen 2013
21 lunedì Gen 2013
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Nuovo Sfizioso Spazio d’Osteria
“Le nostre vite e le nostre scelte, come le traiettorie dei quanti, sono comprese momento per momento; a ogni punto d’intersezione, ogni incontro suggerisce una nuova potenziale direzione. .Ieri la mia vita andava in una direzione, oggi va in un’altra”. Il concetto di Isaac Sachs –uno dei personaggi di “Cloud atlas”- rappresenta in modo più calzante di un’immagine il manifesto di presentazione del film.
“Cloud atlas” è il frutto del lavoro congiunto dei fratelli Wachowski e di Tom Tykwer (co-autore anche della colonna sonora del film): i tre registi hanno smontato e rimontato il romanzo omonimo di David Miitchell, realizzando un’opera caleidoscopica capace d’ingenerare infinite strutture parallele e simmetriche nell’arco di cinque secoli di storia umana.
“Cloud atlas” è qualcosa più di un film. E’ un esperimento di proporzioni immani, che si spinge oltre l’universo cinematografico conosciuto, che rifiuta forme e regole convenzionali, e l’idea stessa di seguire linee scontate o prevedibili di realizzazione.
Il film trascende ogni genere o catalogazione, infrange ogni barriera di tipo stilistico, concettuale, narrativo, e si propone di riscrivere il modo di fare cinema secondo canoni rivoluzionari; è una Babele multicolore in cui si dipana ed estrinseca la storia dell’uomo, è un mosaico quadrimensionale i cui tasselli fluttuano alla ricerca della giusta collocazione; è un’esperienza visiva e sensoriale di altissimo livello, che priva di ogni comune certezza percettiva e ribalta il modo di leggere e interpretare gli avvenimenti; è un film sul continuum spazio temporale, è l’acqua, l’oceano, la vita; è la vibrazione prodotta da microscopiche e affilatissime superstringhe; è una sinfonia orchestrata magistralmente, la cui eco si diffonde in ogni direzione, e persino oltre i confini dell’opera, che recapita un messaggio di cui è degna testimone: “Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi”.
Il film è organizzato su vari livelli: c’è un piano superficiale in cui si sviluppano sei storie piuttosto semplici ambientate in epoche lontanissime fra loro; c’è poi un secondo livello narrativo, la meta narrazione che contiene –come uno scrigno magico- il prezioso significato del film, il collante universale che tiene insieme le singole vicende, che in apparenza e di primo acchito sembrano separate, per poi rivelare un legame d’interdipendenza così intenso da divenire esso stesso il fulcro su cui ruota l’intera esistenza.
07 lunedì Gen 2013
Diapositive
Una scena di “The angels’ share” di Ken Loach
07 lunedì Gen 2013
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La porzione degli angeli corrisponde alla percentuale di evaporazione nel processo di maturazione del whisky. Ma l’elemento volatile del pregiato distillato non si disperde realmente: tutti reclamano la propria parte, e persino le creature celesti esigono la loro. Il maestro Ken Loach, nel suo ultimo lavoro, prende spunto da questa leggenda per raccontare una storia di emarginazione e speranza ambientata in Scozia.
L’incipit del film si svolge davanti a un giudice: al suo cospetto si alternano -come in un mosaico in movimento- le storie di delinquenza di alcuni ragazzi di Glasgow; tutti vivono allo sbando e ai margini della società, chi per un motivo, chi per l’altro: l’introduzione dei personaggi è divertente e originale, e si rivela un modo perfetto per anticiparne le personalità.
A Robbie, un teppista dedito alla violenza quotidiana, viene concesso di scontare la pena effettuando lavori socialmente utili, grazie all’attenuante di una compagna incinta; per vari motivi, seguono la stessa sorte altri tre ragazzi, Albert, Mo e Rhino, che con lui andranno a comporre l’allegro e strampalato quartetto che costituisce il fulcro delle vicende narrate nel film.
Robbie sembra geneticamente destinato alla violenza da un’infanzia trascorsa in riformatorio e da una famiglia di delinquenti che gli ha lasciato in eredità l’eterno conflitto con la stirpe avversa. Lo schema sembra doversi ripetere necessariamente e senza soluzione di continuità, come un disco rotto, come una litania autodistruttiva e inevitabile,come il prodotto di una forma primitiva d’onore da difendere a costi altissimi. In situazioni simili occorre una forza speciale per rompere un canovaccio scritto da altri, per uscire da una quotidianità che assume le sembianze di un tritacarne invisibile.
Occorrono dei motivi validi e una buona guida per ristabilire un livello minimo di fiducia nel rapporto con se stessi, per fare in modo che la mente cognitiva abbia la meglio su quella arcaica. Nel film, la figura “paterna” è rappresentata da Harry, un assistente sociale che si occupa di monitorare e reinserire in qualche modo i “reietti”nella collettività. Harry non si limiterà ai suoi compiti di supervisore: dopo aver procurato un’occupazione provvisoria a Robbie e ai suoi colleghi di malaffare, farà molto di più, fornendo loro il proprio supporto umano e solidale.
03 lunedì Dic 2012
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03 lunedì Dic 2012
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“Amour” è l’ultimo film di Michael Haneke, recentemente premiato con la palma d’oro al festival di Cannes. L’opera affronta un argomento –la vecchiaia- atipico e alternativo rispetto ai consueti standard tematici di Haneke.
Anne e Georges sono due insegnanti di musica in pensione: i due coniugi trascorrono giornate tranquille ed usuali nel loro appartamento parigino, dove il tempo è scandito da una successione metodica di eventi, fatta di piccole abitudini quotidiane, di letture e concerti, delle rare visite di vecchi studenti e dell’unica figlia.
D’improvviso Anne si ammala, colpita da un ictus che si manifesta sotto forma d’infido blackout, e le cose cambiano tanto velocemente da non dare modo di pensare: George decide d’impulso che sarà lui, nonostante le evidenti difficoltà, a prendersi cura di sua moglie, col supporto di un’infermiera a giorni alterni. Georges manterrà fermezza e coraggio anche nel momento in cui la malattia dilagherà in una parziale paresi prima e nella totale infermità poi.
Il prologo lascia immediatamente intravedere la soluzione della storia, che è una soluzione scontata, a causa delle connaturate limitazioni di tempo cui gli uomini sono sottoposti. Il lento e crudele incedere della morte incombe sui protagonisti in modo paritario: è Anne ad affrontare la malattia, ma è il suo compagno ad assisterla quotidianamente, e la pena e il dolore divengono elementi intimamente condivisi; nel film va in scena un amore pregno di rispetto e devozione, un amore sacro, intangibile, che sviluppa in George un senso di protezione che l’uomo applica all’emergenza con dignità ed abnegazione, tentando di rendere più semplice l’involuzione fisica della moglie, di sottrarla allo sguardo degli altri (figlia compresa) e di evitarle ogni sorta di umiliazione.
12 lunedì Nov 2012
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12 lunedì Nov 2012
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“Un’estate da giganti” è il secondo lavoro dietro la macchina da presa, dopo “Eldorado”, di Philippe “Bouli” Lanners, artista belga versatile e originale.
Il film narra la storia di Zak e Seth, due fratelli di tredici e quindici anni, e del loro inconsueto ed isolato soggiorno nella casa di campagna del nonno defunto. Annoiati e squattrinati, i due ragazzini trascorrono giornate allo sbando, senza una guida che non sia il loro istinto adolescenziale, tanto vitale quanto impreparato alle cose della vita.
Il loro unico contatto familiare è la voce di una madre perennemente lontana, che annuncia e proroga in modo sistematico la propria assenza, nel corso di brevi e rarefatte comunicazioni telefoniche. Zak e Seth conoscono poi Dany,un ragazzino del luogo che vive il loro stesso stato di abbandono,per via di genitori anziani e di un fratello violento e psichicamente instabile.
L’improvvisato terzetto sviluppa così uno spirito di sopravvivenza sui generis, fatto di piccoli espedienti quotidiani, assecondando in modo ingenuo ma democratico le idee più bizzarre di ciascuno dei componenti, compiendo scelte spesso avventate e inadeguate, al cospetto di adulti insulsi, in cui non si può riporre alcuna fiducia: “i grandi” vengono infatti descritti nel film come persone insensibili e indifferenti, prive di etica e scrupoli, di amore e identità, come titolari di esistenze squallide e asettiche, quasi fossero essi stessi il prodotto dell’abbandono.
I tre ragazzini, che sono i giganti della storia, comprendono in fretta di non avere speranze o prospettive nell’incivile squallore degli uomini, dato che sono gli adulti stessi a schiacciarli e ingannarli, a imporgli angherie d’ogni sorta, ad esasperarli, a costringerli all’emarginazione.
I pensieri di Zak, Seth e Dany sono precoci, liquidi, cortisonici, come quando comprendono scientemente di rappresentare una minaccia per l’unica persona che li ha soccorsi e accuditi, una donna che per pochi, immacolati istanti sostituisce ai loro occhi quella figura materna che è così tanto assente nelle loro vite da apparire come una condanna atavica, come un’ineluttabilità ontologica imprescindibile.
I piccoli protagonisti del film decidono quindi di vivere allo stato brado nella natura, di mimetizzarsi nel bosco, di seguire il corso del fiume, di immergersi nel mondo naturale, tanto spietato e imprevedibile quanto per lo meno leale.
L’opera di Lanners è contemplativa e si dipana attraverso ritmi lenti e compassati: il regista indugia a lungo e in senso pittorico sul paesaggio, sui particolari del mondo naturale, in cui i tre giovani trovano la giusta dimensione e la necessaria collocazione. E’ un racconto di rottura più che di formazione, e, come è forte il senso di abbandono e di disperazione dei protagonisti, sono altrettanto rilevanti la forza e la libertà dei tre adolescenti, che scelgono con senno una vita selvaggia e incontaminata, lontana dai dettami e dalle imposizioni di una società irrimediabilmente chiusa e inquinata.
I tre ragazzi non hanno bisogno degli adulti, soprattutto di certi adulti, ma di una zattera e dell’acqua, del fiume e del bosco, che dominano il paesaggio a perdita d’occhio: sul finire dell’opera, Zak, Seth e Dany recidono l’ultimo cordone ombelicale in un gesto definitivo e liberatorio, e la natura li inghiotte, accogliendoli senza celebrazioni o cerimoniali di sorta, quasi a lasciar intendere che sarà lei a crescerli, al di là del bene e del male.
20 sabato Ott 2012
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Michael Mann è l’autore di un bel film del 1995, intitolato “Heat – La sfida”, in cui il cacciatore Pacino insegue la preda De Niro in un duello che è psicologico prima ancora che fisico, nonostante i risvolti estremamente tangibili della disputa, fatta di inseguimenti, pedinamenti e drammatiche sparatorie. E’ una caccia lunga e sfiancante, che si sviluppa senza soluzione di continuità lungo un percorso cinematografico lungo quasi tre ore..
A un certo punto della storia, il cacciatore sembra aver mollato la presa, non crederci più, e gradualmente affievolisce l’intensità del suo inseguimento, fino a dare la sensazione di arrendersi. Inoltre un dramma personale e improvviso lo travolge e allontana ulteriormente dalla sua personale ossessione.
La preda pare salva, al sicuro. E’ in auto con la donna che ha deciso improvvisamente di amare, e un aereo lo attende per la fuga definitiva in Nuova Zelanda. Ma sono sufficienti un nome e un indirizzo, suggeriti da un amico sotto forma di spietato e gratuito assist telefonico, a minare le nuove sicurezze che l’uomo ha maturato: c’è un cerchio da chiudere, una vendetta da compiere, una missione da terminare.
L’inevitabile deviazione verso l’abisso fornisce l’ultima occasione ai duellanti, il passo finale di un balletto d’ombre fra gli altalenanti e mortali bagliori dell’aeroporto di Los Angeles
Il poliziotto e il malvivente sono identici in questa rappresentazione cinematografica, tanto che il primo par inseguire se stesso, così come, simmetricamente, la preda sembra scappare dalla sua proiezione: il loro destino è quella strada che percorrono in parallelo, separati soltanto da un guardrail impercettibile, lungo il quale giustizia e ingiustizia si mescolano fino a smarrire le rispettive connotazioni. I loro interlocutori e l’ambiente in cui si muovono sono gli stessi, e la sfida si produce sullo stesso terreno, con le stesse armi e metodologie d’azione, perché il loro è un gioco al massacro in compartecipazione, i cui contendenti sono forze uguali ma di segno opposto, che si avvicendano sulla scena come le facce di una monetina in eterna ed irrefrenabile oscillazione.
Cacciatore e preda non riescono, pur volendo, ad allontanarsi dalle proprie inclinazioni naturali: curano ogni dettaglio dei rispettivi mestieri in modo maniacale, aderendo scrupolosamente ai rispettivi ruoli, indossando con disinvoltura le maschere dello sbirro e del criminale, come se queste rappresentassero la loro essenza più intima; entrambi antepongono il lavoro a tutto il resto, entrambi studiano con perizia ogni particolare, entrambi agiscono con lungimiranza e cautela, e si muovono con passo leggero su una scacchiera che è la vita stessa, in fremente attesa di una nuova mossa, e dell’ennesima contromisura da adottare.
I duellanti si somigliano, si riconoscono, si rivedono l’uno nell’altro, tanto da instaurare un rapporto di profonda e reciproca ammirazione, ma il gioco è spietato, ed esige un vincitore e un vinto. Qualcuno deve perdere, ma la vittoria è dolorosa quanto la sconfitta, e nel finale le mani dei protagonisti si stringono a testimoniare il rispetto e la lealtà di un duello estremo ma cavalleresco.
Continuo a non condividere la sfrenata passione di Mann per le cascate di piombo e pallottole, ma devo riconoscere di aver intuito e (forse e finalmente) compreso, dopo numerosi tentativi, quella che il mio amico Lucio si ostina a definire da anni “la Poetica Manniana”.
08 lunedì Ott 2012
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Tom Hardy interpreta Bane in “The dark knight rises”, l’ultimo lavoro di Christopher Nolan
08 lunedì Ott 2012
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L’ultimo capitolo della trilogia di Nolan dedicata a Batman si dimostra all’altezza dei primi due episodi. Il lavoro del regista inglese procede sulla falsariga delle opere precedenti, con una serie di immagini imponenti e potentissime a scandire i contorni di una storia che travolge e cattura lo spettatore per quasi tre ore.
Sono passati otto anni, e Gotham City, lugubre e cadente specchio della società odierna, vive una fase di tregua apparente, benché lo status quo affondi le sue radici da un lato sulla beatificazione del falso eroe Harvey Dent e del decreto anti-corruzione che porta il suo nome, dall’altro sulla condanna di Batman, il mostro scomparso nel nulla con l’accusa dell’omicidio di Dent. Gotham pone quindi le sue basi sulla menzogna e sulla messa in scena, strumenti utilizzati per fornire ai cittadini un idolo da seguire come idea di bene assoluto, e un colpevole mascherato da additare come capro espiatorio universale. Il commissario Jim Gordon è l’uomo cui vengono affidati la dolorosa verità e tutto il peso che la stessa comporta: egli vive il travaglio di un senso di colpa che lo logora e attanaglia, ma tace per non compromettere il sottile equilibrio di Gotham.
Nel frattempo Bruce Wayne è divenuto il pallido riflesso dell’uomo brillante che era in passato, e vive nell’isolamento del suo palazzo, distante dalla città e dalla gestione della Wayne Corporation, che lentamente si sgretola e cede senza difese all’assalto di speculatori senza scrupoli, che si riveleranno poi i meri burattini di un meccanismo assai complesso.
Il grande burattinaio ha le sembianze di Bane (Tom Hardy) , un uomo forgiato nell’odio e nella sofferenza, in un turbine di violenze e torture inaudite che ne hanno temprato lo spirito. Bane si presenta a Gotham come la chiave per rovesciare l’ordine costituito e il regime di privilegi cristallizzati; fornendo ai cittadini l’infida illusione della rivoluzione e di una società più equa, instaura un regime di terrore e violenza senza precedenti, paralizzando ogni possibile controffensiva grazie a un sofisticato e subdolo ricatto di massa.
L’arrivo di Bane costringe Bruce Wayne a indossare di nuovo la sua maschera, ma Batman, debilitato nel corpo e nell’anima, sottovaluta la ferocia e la determinazione del suo antagonista: Bane non conosce la paura, e la sua forza è un liquido nero e densissimo che riempie inesorabilmente ogni possibile anfratto della coscienza, fino a colmare tutto lo spazio fisico disponibile; Bane è il male stesso, è l’esecutore materiale di un credo, la mano armata di una fede cieca, in nome della quale annienta Batman e lo costringe all’esilio nelle prigioni in cui egli stesso nacque: in quel luogo dimenticato, Wayne avrà modo di ricostruirsi, di rinascere (“The dark knight rises“- recita il titolo originale del film) nella stessa violenza che aveva cullato Bane: il cavaliere oscuro risorgerà dalle ceneri dei propri convincimenti, dopo aver recuperato la paura di morire, e di riflesso l’amore per la vita.
20 giovedì Set 2012
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Eva Green e Matt Smith in una scena del film del regista ungherese Benedek Fliegauf