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Womb

20 giovedì Set 2012

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Il Consiglio dell'Oste

Il Consiglio dell’Oste

 

“Womb” è il primo lungometraggio in lingua inglese di Benedek Fliegauf, un giovane e talentuoso regista magiaro che ha scelto di trattare il tema della clonazione non dal punto di vista prettamente scientifico, ma da quello della sua potenziale applicabilità alla quotidianità, dell’abuso in cui l’uomo potrebbe incorrere nel caso di libera fruibilità di un simile strumento, e delle conseguenze che potrebbero derivarne.

Il film narra la storia di due ragazzini che s’incontrano per caso in riva al Mare del Nord. Tommy e Rebecca si piacciono nel modo in cui capita ai bambini,e creano d’impulso una sinergia fatta di idee e osservazioni comuni,di giorni trascorsi fra le loro rispettive abitazioni e le spiagge battute dal vento;si scrutano reciprocamente e con garbo,trascorrendo assieme un tempo dolce e intorpidito,nell’armonia di un rapporto autosufficiente che si alimenta con grazia e spontaneità. Ma d’un tratto accade che Rebecca debba partire,costretta a raggiungere la madre al settantaduesimo piano di un palazzone di Tokyo: sono così tanti quei piani nelle fantasie di Tommy,da costituire la reale distanza incolmabile fra lui e la sua giovane amica,quanto e più del Giappone stesso.

Rebecca, prima di partire, s’immerge nell’ultimo bagno caldo a casa del nonno, e quel bagno è una macchina del tempo, perché la bambina di allora riemerge da quella vasca -sotto forma di donna- senza che passi un istante.

 

E così il tempo, che il regista manipola come una fisarmonica, si assottiglia, nonostante siano passati dodici anni, e Rebecca torna, e cerca Tommy, e lo trova quasi senza accorgersene, e subito i due ragazzi si riconoscono, e si sfiorano, e ricominciano la lenta danza del corteggiamento, come se nulla fosse accaduto, come se la prolungata lontananza non fosse altro che un’insulsa e inconsistente parentesi.

E così tutto intorno scompare, e l’ambiente, ostile e squallido a tratti, non esiste, non conta, non c’è al cospetto dell’unione ritrovata dei due amanti.Ma  improvvisamente Tommy muore, travolto da un’auto in corsa. Rebecca sembra impassibile dinanzi al dramma , ma in realtà accarezza un’idea che rasenta la follia, spinta forse dal dolore, forse dal senso di colpa, ma è così ferma e risoluta nel suo proposito di riprodurre l’amore perduto, l’unico amore possibile, da farsi impiantare in grembo il clone di Tommy.

Rebecca partorisce (il cesareo è un indizio più che un dettaglio), allatta e cresce un nuovo Tommy, e ne ripercorre la vita, lo protegge in ogni modo, allontanandolo dalla comunità nel momento in cui trapela il segreto sulla natura del bimbo: la scena si trasferisce così in una cadente e grigia palafitta a due passi dal mare, dove la donna fissa la nuova dimora di una famiglia sui generis, dove i due individui vivono serenamente finchè Tommy diviene adulto e Rebecca non pare più in grado di rispettare il suo status di madre.

 

La vita dei due inizia così a correre su un doppio binario in picchiata, finchè sopraggiunge un’inevitabile e doppia  crisi d’identità, in cui Tommy mostra segnali sempre più evidenti di disorientamento e Rebecca osserva nel dolore e nel silenzio quel ragazzo che cresce e amoreggia con una coetanea, finchè in lei prende corpo una forma ossessiva e impronunciabile di gelosia, fino alla consapevolezza di un amore impossibile, che l’ha spinta forse a sacrificare la vita stessa in luogo di un sogno irrealizzabile, di una ripetizione che va contro il tempo e contro natura, che produce un duplicato di colui che amava, ma non dell’epoca e del contesto in cui il loro amore si era collocato.

I protagonisti smarriscono gradualmente se stessi, fino alla rivelazione che cancella ogni ruolo, ogni identità (“Non so più chi sono io, e non so più chi sei tu”), e l’unica soluzione possibile è la fuga, l’ennesima separazione che ribadisca quanto la morte aveva sancito in passato.

Il linguaggio cinematografico utilizzato da Fliegauf concede poco alle parole e molto all’espressività istintiva e silenziosa degli interpreti, ed  Eva Green, così splendidamente distante dai modelli classici e usuali d’attrice, se la cava in modo egregio, riempiendo ogni angolo dell’opera di sguardi intensi e pregni di significato, tanto da rimanere impressa negli occhi dello spettatore.

“Grazie”- dice infine Edipo a una maliziosa Giocasta, prima di andarsene per sempre, e una luce illumina l’imbrunire, nella fredda e scheletrica sagoma di una catapecchia sul mare.

Take shelter

23 giovedì Ago 2012

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Scene da ricordare

Michael Shannon interpreta Curtis LaForche nel film di Jeff Nichols

Take shelter

23 giovedì Ago 2012

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Il Consiglio dell'Oste

Il Consiglio dell’Oste

“Take shelter” , opera seconda del giovane regista americano Jeff Nichols, è ambientato fra le grandi pianure dell’Ohio.  Curtis LaForche è impiegato come capocantiere presso una ditta della zona, e il suo lavoro consente a lui e alla sua famiglia di vivere con serenità, e di affrontare –grazie a una vantaggiosa copertura assicurativa-  le costose cure di cui necessita la figlia Hannah, una bambina affetta da sordità.

Curtis è un uomo responsabile e tranquillo, che vive in funzione di sua moglie Samantha e di sua figlia, finchè il suo equilibrio non viene improvvisamente minato da una serie di incubi terribili, che s’insinuano e si fissano nella sua psiche, fin quasi a divenire reali.

Nella mente di Curtis si instaura così il seme di una paura incontrollabile, la paura della fine sua e dei suoi cari, che germoglia poi sotto forma di allucinazioni apocalittiche, tali da non consentirgli più di vivere in modo normale, e da porlo ai margini di una società civile che bolla come folle quanti non siano ben allineati al sistema che quella follia ingenera.

Progressivamente, Curtis perde il controllo della propria vita, e mentre i segnali nefasti proliferano, egli si concentra su unico obiettivo, la costruzione di un bunker sotterraneo che consenta a lui e alla sua famiglia di salvarsi dall’imminente disastro.

 

L’angoscia si tramuta in qualcosa che ha corpo, una sorta di ossessione per una natura che mostra segnali di imminente disfacimento. Il sentore della fine è ovunque, e labile è la linea di demarcazione lungo cui si sviluppa il balletto fra le intuizioni di Curtis e le percezioni che ne hanno gli altri.

Il protagonista avverte ciò che sarà come un animale in gabbia, e l’inquietudine è dentro e fuori e ovunque, e non ci sono vie di fuga, e tale forma di paura è un’interferenza implacabile, che distorce e involve la mente dell’uomo: Curtis proietta fuori un terrore che cresce e si muove e prende forma, e scivola all’esterno attraverso l’eco di una paura ancestrale che è poi insita come memoria collettiva in ogni individuo, come erbaccia che persiste e prospera nei giardini nell’inconscio.

 

Il bunker diviene dimensione psicologica, in cui si chiude a chiave la paura, un buco nero claustrofobico che risucchia e azzera ogni cosa, che toglie respiro e significato a tutto il resto, che al tempo stesso annichilisce e salva il protagonista.

 

La follia viene riletta come una forma acuta di sensibilità che consente di osservare e sentire la natura senza il filtro della razionalità, di recuperare l’istinto animale, di dilatare le barriere che l’uomo ha posto fra sé e l’ambiente in cui vive, di abbattere in un colpo solo le porte della percezione di Blake, Huxley e Morrison.

 

La sensazione è che affiori un ricordo lontano nel tempo, popolato da una serie di immagini fissate mnemonicamente, un richiamo primordiale che si presenta in modo brusco, mostrando l’antico legame fra uomo e natura, tanto intenso da insidiare e travolgere la mente umana; è un’illuminazione che spaventa e produce l’effetto contrario, che trasforma il rifugio sotterraneo in chiodo fisso da piantare in profondità.

 

Michael Shannon e Jessica Chastain sono credibili e atterriscono nei rispettivi ruoli; la fotografia del film è imponente e squarcia l’orizzonte visivo dello spettatore a tal punto da rappresentare essa stessa la paura e non soltanto un semplice strumento. Gli uccelli del film di Nichols ricordano gli uccelli di Hitchcock nel loro oscuro e inesorabile sciamare; il linguaggio utilizzato da Nichols somiglia a quello di “The tree of life” di Malick, e le due opere hanno un peso specifico simile sotto molti aspetti;  invece, il senso opprimente dell’ineluttabile che agita e terrorizza Curtis in “Take shelter” sembra avere la stessa matrice di quello che consegna a una fredda e distaccata rassegnazione il personaggio della Dunst nel “Melancholia” di von Trier.

Paura dentro e paura fuori, il cielo che incombe, la perdita di lucidità, la coscienza della follia che si risolve nel gesto innocente di Hannah, che materializza e fissa al presente l’inquietudine del protagonista.

Shame

18 mercoledì Lug 2012

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Scene da ricordare

 

Michael Fassbender interpreta magistralmente il protagonista di “Shame”, il secondo lungometraggio di Steve McQueen.

Shame

18 mercoledì Lug 2012

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Il Consiglio dell'Oste

Il Consiglio dell’Oste

“Shame”, opera seconda del regista inglese Steve McQueen, è l’impietosa e glaciale rappresentazione cinematografica della vita di Brandon, un controverso single newyorkese: da un lato è un brillante e disinvolto uomo d’affari, dall’altro una persona arida e solitaria, incapace di coinvolgimenti emotivi, dedita al sesso in modo compulsivo e incontrollabile. Brandon conduce un’esistenza asettica e squallida, in cui il sesso viene vissuto e “utilizzato”come valvola di sfogo, come unico linguaggio possibile, come via di fuga da un tempo che diviene schiavitù, come frenesia di colmare un vuoto costante e impossibilità di affrontare affettivamente una relazione. L’uomo riduce ogni cosa all’atto sessuale, atto nel quale inizia e termina ogni suo rapporto con il prossimo (e forse con se stesso).

 

Brandon posa il suo sguardo languido su ogni donna, e, nella “maledizione” che lo condanna, l’impersonale universo femminile cui si rivolge capta inevitabilmente quel suo contorto e irresistibile magnetismo di segno negativo. Le prostitute rappresentano la spezia ideale, che concede di vivere rapidamente e intensamente la carnalità senza il boomerang di un rapporto umano che lui non potrebbe sostenere.

 

 

Egli tollera a stento perfino il torbido rapporto con la sorella (Carey Mulligan), una giovane e fragile donna, il cui bisogno estremo di affettività la spinge a concedersi a uomini cui vorrebbe affidare la vita stessa. Anche lei utilizza il sesso in modo istintivo, ma le sue motivazioni sono opposte rispetto al fratello:  per Sissy, questo tipo di approccio rappresenta uno strumento di accesso facilitato alle persone cui vorrebbe legarsi, in un procedimento illusorio che diviene l’anticamera dell’autolesionismo.

 

Michael Fassbender interpreta magistralmente il protagonista del film, prestando ogni singola piega espressiva del viso e del corpo a un personaggio complicato, fastidioso, irrisolto.

Il sesso, in “Shame”, diventa dolore e assuefazione, impedisce di sentire, amare, corrispondere, costringendo ai gesti più estremi, agli ambienti più infimi, all’evidenza del rischio, alle prove più assurde, a visi sconosciuti e inconoscibili, in una città come New York che tutto permette e nasconde, che non pone limiti di coscienza, che muta ad ogni angolo, che consente di agire senza pause, di non smettere mai, di indossare ogni giorno una nuova maschera senza complicazioni di sorta.

McQueen mostra Brandon e Sissy come le due facce arrugginite della stessa medaglia, che nasconde a fatica i segni di un’usura profonda e remota, legata forse all’infanzia, che s’intravede appena, come un’ombra pallida e indefinibile.

 

Il finale resta sospeso nello sguardo tentennante e metropolitano di Fassbender e in un corpo femminile che vacilla e freme, prima che la vicenda sprofondi nel tetro abisso della solitudine da cui era emerso.

Marigold hotel

04 mercoledì Lug 2012

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Scene da ricordare 
L’attrice inglese Judy Dench, magnifica nell’ultimo film di John Madden,
“The Best Exotic Marigold Hotel”

Marigold hotel

04 mercoledì Lug 2012

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“Marigold hotel”, del regista britannico John Madden,  racconta la storia di sette inglesi attempati che decidono per i motivi più disparati di recarsi in India per trascorrere i loro ultimi anni di vita in un mondo antitetico alla sobria e ordinata Inghilterra.

Evelyn (Judy Dench) è una vedova che deve fare i conti con i debiti del marito, e che compie la prima scelta “indipendente” della sua esistenza; Muriel (Maggie Smith) è una ex governante rigida e xenofoba, alle prese con un intervento al femore che sceglie di fare a Mumbai per ovviare alle liste d’attesa inglesi; Graham (Tom Wilkinson) è un giudice in pensione omosessuale con un passato misterioso in India; Douglas e Jean (Bill Nighy e Penelope Wilton) sono una coppia in crisi dopo quarant’anni di matrimonio;  Norman e Madge (Ronald Pickup e Celia Imrie) sono due single alla perpetua ricerca di una nuova avventura.

 

Le vite e le vicende di questi individui s’intrecciano nel cuore pulsante del Rajasthan, al Marigold Hotel, una struttura gestita dal giovane e maldestro Sonny (Dev Patel), che si rivela ben presto più fatiscente di quanto il titolare sostenesse: il Marigold è infatti un palazzo esotico  e affascinante, ma in evidente stato di degrado.I protagonisti si trovano immersi in una realtà inimmaginabile, storditi dai colori, dai sapori e dagli odori di una terra travolgente che accosta un’intensa spiritualità a un caos ininterrotto, che vede cadenti baracche a ridosso di strutture opulenti e modernissime.

 

“Come i fringuelli di Darwin, ci stiamo lentamente adattando all’ambiente circostante, e chi riesce ad adattarsi, mio dio, quanta ricchezza trova! Il passato non torna più, non importa quanto lo desideri, resta solo un presente che prende forma mano a mano che il passato si ritira”- scrive Evelyn nel suo blog, ponendo l’accento sullo spirito di adattamento necessario ad affrontare ogni cambiamento.

Il viaggio in Rajasthan prosegue fra le tortuose anse di FilmOsteria

Marilyn

06 mercoledì Giu 2012

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Michelle Williams interpreta Marilyn Monroe nel film di Simon Curtis

Marilyn

06 mercoledì Giu 2012

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Londra, 1956. Colin Clark, figlio minore di Sir Kenneth Clark, eminente storico d’arte dell’epoca, decide, subito dopo la laurea, di intraprendere la carriera cinematografica.

Grazie alla sua cieca ostinazione e alle influenti conoscenze di famiglia, il ventitreenne Clark (Eddie Redmayne) riesce a farsi assumere come terzo assistente alla regia del film “Il principe e la ballerina”: lavorerà così come tuttofare accanto al grande attore e regista Laurence Olivier (Kenneth Branagh), imparando con applicazione ed entusiasmo i meccanismi del “dietro le quinte” cinematografico, occupandosi dei tanti piccoli dettagli di contorno al set; entrerà poi in confidenza con la moglie dell’epoca di Olivier, Vivian Leigh, che gli affiderà il monitoraggio del marito; instaurerà una tenera storia d’amore con una costumista (Emma Watson).

Ma il ruolo e l’atteggiamento di Colin muteranno rapidamente con l’arrivo di Marilyn Monroe sul set, che travolgerà lui e l’intera troupe come una tempesta improvvisa: Marilyn si dimostrerà ben presto incapace di seguire il rigore e il ritmo imposti dai cineasti inglesi, presentandosi spesso in ritardo e in pessime condizioni, accusando gravemente giudizi e pregiudizi di colleghi che la osservano con diffidenza tipicamente anglosassone.

Clark è giovane, generoso, malleabile, ma anche innocente e sensibile agli occhi di Marilyn, che sente di potersi fidare di lui e a lui si affida alla partenza del marito Arthur Miller, in cerca di tranquillità e d’ispirazione negli Stati Uniti; Marilyn gioca con Clark e i suoi occhi stralunati, trova spensieratezza al suo fianco, si alleggerisce di quel male connaturato al personaggio che incarna, e ricorda e dimentica, e c’è e non c’è, come una brezza primaverile che corre tenue e invisibile a solleticare l’erba.

Il fascino di Marilyn prosegue in FilmOsteria

Dark shadows

19 sabato Mag 2012

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Scene da ricordare

Johnny Depp interpreta Barnabas Collins nell’ultimo lavoro di Tim Burton

Dark shadows

19 sabato Mag 2012

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Titoli di testa

FilmOsteria

Alla fine del diciottesimo secolo, i coniugi Collins e il figlio Barnabas lasciano l’Inghilterra e approdano sulla costa orientale americana in cerca di fortuna.  Si insediano nel Maine, dove Joshua e Naomi Collins avviano un’impresa ittica che in breve diviene un impero commerciale, al punto che la cittadina in cui risiedono  viene battezzata come Collinsport.

 

Rimasto orfano in circostanze misteriose, Barnabas cresce nell’agiatezza e si lascia sedurre dal fascino irresistibile della serva Angelique Bouchard, finchè non conosce l’incantevole Josette DuPres, di cui s’innamora perdutamente. Angelique, folle d’amore e accecata dalla gelosia, utilizza la magia per spingere Josette al suicidio e maledire Barnabas: dapprima tramuta l’uomo in un vampiro e poi lo seppellisce, condannandolo al buio di una bara per quasi duecento anni.

 

 

Corre l’anno 1972 quando Barnabas riacquista accidentalmente la libertà, ritrovandosi d’un balzo in un mondo completamente diverso rispetto a quello che aveva lasciato. L’impero Collins si è sgretolato, e la splendida tenuta di famiglia –Collinwood Manor- ha perso l’antico splendore.

 

Nella magione risiedono ancora i discendenti della bizzarra famiglia Collins: l’enigmatica Elizabeth Collins Stoddard, il suo insulso e impalpabile fratello Roger,  i loro rispettivi figli, la ribelle Carolyn e lo stralunato David; la dottoressa Julia Hoffman, un’eccentrica psichiatra dedita all’alcool, e Willie Lomis, il bislacco custode di Collinwood. Allo strampalato quintetto si aggiunge ben presto l’istitutrice di David, Victoria Winters, una fanciulla dai tratti incredibilmente simili a quelli di Josette.

Le acrobatiche avventure di Barnabas Collins proseguono in FilmOsteria

Hunger

11 venerdì Mag 2012

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Irlanda del nord, anni 70. Margaret Thatcher, primo ministro d’Inghilterra, ha abolito lo status di prigioniero politico, e i detenuti appartenenti all’IRA debbono sottostare al regime carcerario ordinario, subendo la sorte e la destinazione dei criminali comuni.

 

In seguito a tal decisione, i membri della resistenza armata irlandese detenuti a Long Kesh –più noto come Maze (Labirinto)- decisero così di porre in essere una serie di atti di protesta eclatanti: nel 1976 diedero  vita alla protesta delle coperte (blanket protest), rifiutando di indossare l’uniforme carceraria ;  nel 1978 procedettero alla “protesta dello sporco “ (dirty protest), una sorta di sciopero dell’igiene in base al quale i detenuti rifiutavano ogni forma di pulizia, imbrattando i muri coi propri escrementi e inondando d’urina i corridoi.

 

Dopo alcuni anni trascorsi in carcere in condizioni disumane, i paramilitari dell’IRA, nel 1980, intrapresero il primo sciopero della fame, durato quasi due mesi, fino al momento in cui il governo inglese promise rapidi cambiamenti del loro regime carcerario. Ciò non avvenne mai,  e Bobby Sands, divenuto ufficiale comandante dell’IRA a Long Kesh, il primo marzo del  1981, iniziò uno sciopero della fame che lo condusse alla morte, poco più di due mesi dopo. Entro l’agosto di quello stesso anno, morirono in modo analogo altri nove militanti dell’IRA detenuti a Maze.

 

Il film del regista inglese Steve McQueen si rivela un esercizio estetico di puro cinema: mostra la realtà senza filtro e senza artifici di sorta, rifiutandosi di raccontare in modo canonico. Le parole non servono, o ne servono poche per mostrare lo squallore e la crudezza della realtà carceraria, che qui si rivela in una nera magnificenza che diviene spirale di morte.

La lenta agonia di Bobby Sands prosegue in FilmOsteria
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