Pollo alle prugne
18 mercoledì Apr 2012
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18 mercoledì Apr 2012
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18 mercoledì Apr 2012
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La scena si svolge a Teheran, all’imbrunire degli anni cinquanta. Nasser Ali è un violinista di talento, che ha girato il mondo fino all’età di 40 anni, riscuotendo successo in ogni angolo del pianeta. Al presente, Nasser è un marito e un padre distratto, completamente assorto in un passato d’artista che ne assorbe ogni istante. La moglie, esasperata dalla situazione, in un accesso d’ira distrugge il prezioso strumento dell’uomo, donatogli decenni prima dal suo maestro.
Nasser tenta inutilmente di reperire un violino che possa sostituirlo, ma invano. Sua moglie, con quel gesto definitivo, ha distrutto il sogno e la passione di Nasser, privandolo del motivo stesso della vita, tanto che l’uomo decide di lasciarsi morire in una lenta e penosa agonia.
Nella penombra solitaria di una stanza polverosa, Nasser ripercorre la sua vita: emerge così un passato tormentato da un amore negato ed eternamente rimpianto. Si delinea il dolore di un uomo che non dimenticherà mai Iran, la donna di cui rimarrà innamorato per sempre. Fra sogno e realtà si rivela poi il passato più recente di Nasser, il ritorno a Teheran, il matrimonio imposto da una madre ingombrante, l’indifferenza nei confronti di una moglie mai amata, il rapporto ondivago coi figli, nel fumo denso e ininterrotto che segna la continuità fra sua madre, lui stesso e la figlia (memorabile in tal senso la scena del funerale della madre).
E, come per incanto, da quello stesso fumo emerge il futuro dei figli, un futuro che pare ricordo, che si tramuta in memoria visionaria e premonitrice. Mentre l’avvenire iraniano della figlia si rivela tetro e affumicato, quello americano del figlio si delinea come una sorta di farsesco e critico Truman Show. Nell’irreversibile inedia, l’angelo della morte si presenta al limitare della vita di Nasser, battendo insistentemente gli artigli sulla consapevolezza dell’uomo, quasi a segnare gli ultimi istanti di un conto alla rovescia che rappresenta la nera spirale dell’ineluttabile.
Dopo Persepolis, Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud si ispirano ancora una volta a una graphic novel della stessa Satrapi, realizzando in tal caso una versione cinematografica e non un semplice adattamento: ne risulta una formula ibrida (forse una fase di passaggio dell’artista iraniana) di estremo interesse, in cui si mescolano cinema e fumetto, realtà e immaginazione, sonno e veglia, passato e futuro.
Il film è un racconto onirico di grande impatto visivo, che ricorda Tim Burton in alcuni passaggi, fra sfondi dipinti e humor nero, animazioni improvvise e personaggi stilizzati (Maria de Medeiros somiglia a “La Sposa Cadavere”), il fumo delle sigarette e dell’anima, in omaggio all’Iran e alle sue tradizioni e a un metodo narrativo non lineare, cupo e avvincente.
Tutto il cast (fra le cui fila spiccano Golshifteh Farahani, Isabella Rossellini e Chiara Mastroianni) si presta in modo calzante a quest’opera così diversa, e in particolare Mathieu Amalric è strepitoso nel ruolo di Nasser Ali: l’attore francese interpreta l’altalena emotiva del protagonista sfoggiando una rara collezione espressiva, che dimostra per l’ennesima volta la crescita del cinema transalpino e dei suoi interpreti.
Il violino e Iran rappresentano i motori della vita di Nasser, una vita preziosa come tutte le vite, cui Nasser decide di rinunciare. Quando è troppo tardi (è sempre troppo tardi), Nasser si pente di quella scelta tanto azzardata, ma nel delirio animato del commiato finale sarà un’antica leggenda orientale a mostrargli l’impossibilità di quell’ultima fuga d’amore e musica.
11 mercoledì Apr 2012
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11 mercoledì Apr 2012
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Parigi. Dodo esce all’alba da una discoteca dopo una notte d’eccessi. Nel piano sequenza iniziale seguiamo il tragitto del suo scooter in una città semideserta, e il successivo e tragico incidente che lo conduce in ospedale in condizioni disperate.
Gli amici di sempre accorrono immediatamente, e sfilano silenziosi e impotenti al suo capezzale. Dopo essere stati rassicurati dai medici, decidono di partire comunque per la vacanza che trascorrono ogni anno a Cap Ferret, dove Max, membro benestante della ristretta cerchia, possiede una villa a pochi passi dal mare. L’alibi che il gruppo costruisce per la “fuga” è basato sull’impossibilità di intervenire ed aiutare Dodo e sulla consapevolezza del lento ed isolato decorso cui sarà sottoposto l’amico.
Giunti sulla costa atlantica, uomini, donne e bambini ripercorrono fedelmente il canovaccio su cui si sviluppano le loro dinamiche estive, fra jogging, bagni, gite in barca e pranzi di pesce dall’amico Jean-Louis, quasi a voler sfuggire il pensiero di Dodo, quasi a circoscriverlo in una parentesi mnemonica dai tratti incerti e trasognati.
30 venerdì Mar 2012
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30 venerdì Mar 2012
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Il film si svolge a Le Havre, città portuale dell’alta Normandia. E “Le Havre” sarebbe anche il titolo del film, se i traduttori italiani non avessero aggiunto quel “Miracolo” che, se pur attinente, si poteva tralasciare.
Marcel Marx, un passato da scrittore bohemièn e da clochard, è un lustrascarpe che sbarca il lunario con difficoltà, interpretando una professione desueta con rispetto, umiltà ed abnegazione. Trascorre lunghe giornate nei dintorni della stazione di Le Havre, alla ricerca dei pochi clienti che ancora ne apprezzano i servigi; vive con la cagnolina Laika ed Arrietty, una vedova che l’ha raccolto e salvato dalla strada, e ricambia l’affetto del suo pallido ed esile angelo lavorando alacremente ogni giorno su quella stessa strada in cui ha sempre vissuto, e che rimane il suo habitat naturale.
Nel tempo breve di poche sequenze, due avvenimenti scuotono la routine dell’uomo: la malattia di Arrietty, più grave di quanto egli stesso immagini, e la conoscenza di Idrissa, un ragazzino africano sbarcato clandestinamente in Francia. Mentre la compagna è costretta al ricovero in ospedale per curarsi, Marcel trova un motivo importante nella storia di Idrissa, scovato dalla polizia in un container diretto in Inghilterra, dove vive sua madre.
Il ragazzino è scappato e la Gendarmerie è sulle sue tracce, e così Marcel decide prima di nasconderlo e sfamarlo, e poi di fare in modo che completi quel disumano viaggio intrapreso in Africa. Per realizzare il suo piano, Marcel si avvale della collaborazione dei propri amici e vicini di casa: la fornaia, il fruttivendolo, la fidata barista, un clandestino che vive in Francia sotto mentite spoglie, e persino un ombroso e incalzante investigatore dal doppio volto.
28 mercoledì Mar 2012
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28 mercoledì Mar 2012
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Napoli, 1973. Il film esplora le vicende domestiche della stravagante famiglia Sansone: Antonio, un marito adultero e distratto; Rosaria, una moglie devota e dolcemente rassegnata a una vita semplice; gli anziani genitori di lei; i tre fratelli della donna, due dei quali –Titina e Salvatore- dediti agli eccessi del mondo hippie, ed uno eternamente impegnato nella preparazione di un esame che non verrà mai; Peppino, un bimbo di nove anni che nasconde uno sguardo curioso e arguto sotto i grandi occhiali dell’epoca; e lo zio Gennaro, strambo personaggio convinto di essere Superman.
Due sono gli eventi che rompono la routine familiare: Rosaria scopre i tradimenti del marito e si chiude in se stessa, nel silenzio dei ricordi e delle occasioni perdute, e lo zio Gennaro muore improvvisamente, travolto da un tram. L’improvvisa depressione di Rosaria ne sancisce la temporanea assenza, e scombina in particolare la vita del piccolo Peppino.
Il bimbo si trova ben presto privo di punti di riferimento, tra il saltuario rapporto con un padre che sostituisce l’affetto paterno con tre malcapitati pulcini, e quello con gli zii Titina e Salvatore, cui sarà affidato per un periodo breve ma sufficiente a inserirlo nel mondo folle e strabiliante dei figli dei fiori, fra camicie tagliatissime e multi colore, pantaloni a zampa e promiscuità sessuale, fra corpi nudi, ottima musica, manifestazioni femministe e feste in cui le droghe impazzano.
Mentre Rosaria affiderà il proprio dolore al Dottor Matarrese, un affascinante psichiatra, Peppino riuscirà a uscire dalla centrifuga del caos familiare grazie al dialogo segreto che instaura con lo zio morto, unica ancora di salvezza possibile,l’eroe incompreso in cui il bimbo riflette e risolve i propri impacci, tra uno strambo consiglio e un volo sulla splendida Napoli degli anni settanta.
Ivan Cotroneo, scrittore e sceneggiatore, esordisce alla regia portando in scena “La kryptonite nella borsa”, tratto dal romanzo omonimo, di cui egli stesso è autore. Buone le prove di Luca Zingaretti, Fabrizio Gifuni e Cristiana Capotondi, calata finalmente in un ruolo più interessante del solito; ottimi il piccolo Luigi Catani nel ruolo di Peppino e Valeria Golino, che interpreta con fascino e sensualità il doppio volto di una donna solare e verace prima, depressa e rabbuiata poi.
La forza dell’opera, pur imperfetta, risiede nell’elogio della diversità: è una commedia che affronta in modo leggero e surreale una quotidianità sofferta, capace di utilizzare un linguaggio nuovo rispetto al panorama nazionale di un genere che ripete sempre gli stessi schemi senza mai sorprendere, di sapersi distinguere sia dal punto di vista del metodo cinematografico sia da quello della storia in sé, che privilegia la prospettiva particolare di un bambino che vive in modo complesso una diversità che si tramuta e traduce ben presto in ricchezza.
21 mercoledì Mar 2012
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21 mercoledì Mar 2012
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La storia si svolge in un luogo mediorientale senza precise coordinate geografiche, perché è un luogo simbolico, del Corano e delle tradizioni islamiche.
In un territorio sperduto fra aride colline, le donne di un villaggio percorrono ogni giorno il tragitto tortuoso che le conduce a una sorgente d’acqua; le donne compiono abnormi fatiche per portare l’acqua nelle proprie case, a un costo carissimo: quasi tutte hanno perduto, in seguito a tali sforzi, alcuni dei figli che portavano in grembo.Gli uomini sono per lo più disoccupati, e trascorrono al sole giornate inutili e improduttive, nell’attesa di un gruppo di turisti che ne alimenti l’ozio. Mentre le donne seguono in modo ferreo le tradizioni tramandate da generazioni, gli uomini coltivano il nulla, in assenza di un lavoro, di una terra da difendere, nel vacuo ricordo degli antenati guerrieri, e osservano le proprie mogli soffrire e i propri figli morire accettando il fatto con stolida e passiva indifferenza.
In questo contesto, la giovane sposa Leila, una donna liberale e istruita venuta dal sud, tenta di aprire gli occhi alle donne della comunità, di renderle edotte della palese disparità cui le stesse sono sottoposte, e, con il sostegno della “Vecchia lupa”, convince parte di esse ad organizzare uno sciopero dell’amore, in base al quale non si concederanno più ai loro uomini finchè gli stessi non si adopereranno per risolvere in qualche modo il problema dell’approvvigionamento dell’acqua. Gli scontri saranno inevitabili, in nome di una tradizione secolare e di una lettura del Corano mistificata e interpretata esclusivamente in favore del sesso maschile: emergeranno miriadi di problematiche, di sofferenze passate o presenti, fino a che non si renderà necessario un giusto compromesso fra le parti.
Radu Mihaileanu, già autore di opere quali “Train de vie” e “Il concerto”, realizza a modo suo un film difficile, affrontando un certo fondamentalismo islamico con tocco lieve e un‘armonia narrativa capace di scrutare con garbo i microcosmi nascosti fra le mura domestiche del piccolo villaggio musulmano. Mihaileanu mette in discussione quella parte della tradizione inquinata dall’irragionevolezza e dal rifiuto della modernità “buona”, ed utilizza a tal pro lo sguardo intenso di Leila, che illumina le coscienze delle sue sorelle dormienti e risveglia le stesse come il vento impetuoso del deserto da cui proviene. Gli occhi scuri dell’attrice francese Leila Bekhti incantano e travolgono grazie alla forza e alla sensualità di una consapevolezza che si traduce in riscatto sociale, sessuale, storico.
L’acqua, l’amore, la memoria, la consuetudine sono temi che s’intrecciano, ancora una volta, fra le trame di un film che dice la verità utilizzando un linguaggio schietto e pulito; il canto corale di quelle donne sottomesse rappresenta la rivalsa, la ribellione a un mondo che non c’è più, la fragorosa sferza in grado di colpire e affondare le ombre di un passato anacronistico e di bieche tradizioni che hanno smarrito i presupposti stessi della cieca ripetizione che le caratterizza.
17 sabato Mar 2012
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17 sabato Mar 2012
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1973, Las Vegas. Sam “Asso” Rothstein (Robert De Niro), scommettitore dalle doti fuori dal comune al soldo della mafia italo-americana, viene ricompensato dal capo clan Remo Gaggi con la direzione di un grande casinò, il Tangiers.
“Gestire un casinò è come derubare una banca senza poliziotti in giro. Per gente come me, Las Vegas purifica dai peccati. È come un lavaggio macchine della moralità” – dice Rothstein all’inizio del film, in una frase che introduce alla perfezione il suo personaggio.Las Vegas è il terreno di caccia ideale per Asso, un uomo che conosce ogni regola del gioco d’azzardo, dalla pura forma estetica del grande meccanismo ai trucchi più subdoli utilizzati da bari d’ogni sorta.
Rothstein s’inserisce così rapidamente nel sistema, lavorando su ogni minimo aspetto del casinò, moltiplicando i profitti del medesimo in forza di una gestione a tutto tondo di un’impresa in cui si controlla ogni cosa ad eccezione delle scremature sugli incassi.
Aumentano i profitti e di conseguenza aumentano gli introiti sommersi dei mafiosi di Kansas City, e la famiglia di Gaggi decide così di tutelare l’operato dell’imprenditore, assegnando al gangster Nicky Santoro (Joe Pesci) la sua sorveglianza: inizialmente Nicky, amico d’infanzia di Rothstein, vigila a distanza su Asso e sull’attività del casinò, ma poi decide di trasferirsi in pianta stabile a Las Vegas, dove troverà un ambiente vergine in cui sviluppare i suoi metodi caratterizzati da violenza ed estorsioni.
“In un casinò, la regola principale è di continuare a far giocare i clienti, e di farli tornare il giorno dopo. Più giocano e più perdono. Alla fine becchiamo tutto noi” – spiega Rothstein, che, per alimentare ulteriormente questo circolo vizioso, assolda Ginger (Sharon Stone), un’affascinante ed avida truffatrice nel giro della droga e della prostituzione. La donna, legata profondamente al suo pappone Lester (James Woods), conosce Las Vegas e i desideri di chi la frequenta, e distribuisce con disinvoltura sesso e stupefacenti ai clienti e mazzette ai parcheggiatori, contribuendo al successo di Asso e del Tangiers.