Angèle e Tony
20 lunedì Feb 2012
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20 lunedì Feb 2012
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“Angèle e Tony” è un film che non ha bisogno di dire, che si muove come una carezza sulle maschere coriacee e inasprite dei personaggi: i due protagonisti sono duri solo in apparenza, o duri soltanto perchè non hanno avuto un motivo valido per essere altrimenti.
Il film di Alix Delaporte affonda le proprie radici nella complessità dei gesti e dei rapporti interpersonali, muovendosi in una parentesi sospesa e silenziosa ove il linguaggio del corpo comunica ogni cosa e le parole (quasi) non servono.
Clotilde Hesme è straordinaria nel ruolo di Angèle e il suo lieve e inquieto tentennare, il fascino fragile e distante e l’approccio istintivo alla vita producono un effetto spiazzante sullo spettatore. Il suo sorriso accennato nel finale, la ritrovata morbidezza dei lineamenti, che profumano di liberazione e speranza, e la quieta dolcezza -che forse solo i migliori film francesi riescono a riprodurre- rendono l’opera una rara e preziosa gemma cinematografica.
Il percorso sentimentale e poetico di Angèle e Tony lascia dietro di sè scie di benessere che rinfrescano il viso e la potente sensazione che la felicità si nasconda nelle piccole cose e nella semplicità dell’amore.
20 lunedì Feb 2012
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20 lunedì Feb 2012
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La prima considerazione che sono costretto ad esprimere su “Paradiso amaro” è che in realtà s’intitola “The descendants”; la seconda è che continuo a non capire il lavoro di adeguamento fatto dai traduttori italiani: perché c’è bisogno che un film venga reinventato come “Paradiso amaro”? Capisco che un termine muti senso e sonorità nella traduzione, ma come mai il pubblico italiano non viene considerato all’altezza dei titoli originali e di una libera interpretazione dei loro significati?
Ma parliamo di cinema, che è meglio.
“Paradiso amaro” narra la storia di Matt King, un avvocato placido e agiato, discendente dei reali delle isole Hawaii: King è immerso nel lavoro e nelle questioni familiari che lo vedono a capo della vendita di un immenso territorio di natura vergine. La sua vita è sconvolta dal coma della moglie in seguito a un incidente in mare, e il passaggio tra la veglia fiduciosa al suo capezzale e la notizia della morte certa e ormai prossima di lei è rapido e spietato, tanto da stravolgere le giornate e le certezze di King, che dapprima non rivela la notizia, come se non volesse ammetterlo nemmeno a se stesso.
17 venerdì Feb 2012
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17 venerdì Feb 2012
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Sulla scia di altre opere che esplorano in modo genuino la provincia americana, quali “Sunshine”, “Win win” e “American life”, Spencer Susser (all’esordio nei lungometraggi) realizza un buon film, interpretando con stile e personalità un modello narrativo già sperimentato.
E’ la storia di TJ, un ragazzino che ha perso la madre in un terribile incidente d’auto, e della sua nuova vita a casa della nonna, tra i logici disagi della nuova collocazione e i silenzi di un padre devastato dal lutto. TJ è abbandonato a se stesso, e conduce una vita solitaria, segnata da frequenti zuffe con un ragazzo più grande, dall’assiduo tentativo di recuperare la macchina in cui la madre perse la vita, e dal primo innamoramento embrionale nei confronti della cassiera di un supermercato (un’incantevole Natalie Portman).
Ma ben presto irrompe nella vicenda Hesher, una sorta di metal hippie sbandato e randagio che vive senza alcuna regola: Hesher ha capelli lunghissimi, tatuaggi ovunque, non ha fissa dimora e vaga per la città a torso nudo e a bordo di un furgone malandato; è trasandato e incurante della società in cui è calato, utilizza un linguaggio rozzo e volgarissimo, e somiglia vagamente a un piccolo Lebowski , se non fosse per l’attitudine alla violenza e a frequenti scatti di collera e follia.
Hesher s’insedia nell’abitazione dei Forney con la scusa di una lavatrice, e s’inserisce con naturalezza e noncuranza nel piatto menage familiare; ignora e disprezza Paul, il padre di TJ, ma si guadagna le simpatie di nonna Madeleine (Piper Laurie) e le attenzioni del ragazzino, che inizia ad assecondarne e poi imitarne pericolosamente le gesta, a causa della totale e sopraggiunta assenza di un qualsivoglia punto di riferimento.
L’estremo Hesher riuscirà a farsi amare proprio per quella bruta schiettezza che in fondo rivela un animo sensibile e una grande capacità di analisi delle persone che incontra nel suo dissestato cammino.
Il piccolo Devin Brochu interpreta TJ in modo assai credibile, donando uno sguardo dolce e toccante a quel bambino ancorato all’auto materna come fosse l’unica parte rimasta di lei; Joseph Gordon-Levitt è straordinario nel ruolo di Hesher, rivelando insospettabili doti di trasformista e la giusta caratura per riempire individualmente la scena, grazie a un’espressività che oscilla in modo spiazzante e a un taglio d’occhi che lo equipaggia di un’indecifrabile profondità.
15 mercoledì Feb 2012
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15 mercoledì Feb 2012
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Lars von Trier non si toglie nemmeno il gusto della commedia. E lo fa a modo suo, naturalmente, realizzando un’opera grottesca, spietata, che analizza senza filtro e con amara ironia i rapporti interpersonali: ne “Il grande capo”, l’indagine è ambientata nel mondo del lavoro, dove gli interessi economici schiacciano inesorabilmente ogni altro tipo di valutazione. Una ditta di informatica danese sta per essere ceduta a un magnate islandese. Ravn è il proprietario occulto dell’azienda, ma non ha mai rivelato la sua identità, fingendosi mero portavoce del capo; gli islandesi esigono però di trattare con il proprietario in persona per la vendita in oggetto, e Ravn è costretto a ingaggiare un attore per sostenere la parte di Grande Capo.
14 martedì Feb 2012
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14 martedì Feb 2012
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Il film è ambientato a Dublino nel diciannovesimo secolo. Albert Nobbs lavora come cameriere presso il Morrison’s Hotel di Dublino. Egli svolge le proprie mansioni in modo impeccabile e ineccepibile, e la forma meccanica, incessante, disumanizzata dei suoi movimenti accompagna ogni suo minimo gesto, ogni recondita palpitazione, anche nell’immobile e statuaria supervisione della sala da pranzo in cui il corpo rigido e le espressioni ingessate assumono rilievi ossessivi e inquietanti.
Albert Nobbs in realtà è una donna soffocata da un atroce corpetto e da lineamenti del viso rudi e profondamente segnati; quella donna che vive protetta dietro una maschera da uomo osserva con attenzione e impassibile freddezza i dissoluti benestanti che si avvicendano nei locali dell’hotel; sembra un elemento estraneo persino a se stessa, tale è il distacco che crea prima fra la donna che è e l’uomo che interpreta, e poi fra l’irreprensibile cameriere e l’alta società che gli sfila innanzi; ad Albert interessa soltanto risparmiare avidamente i propri guadagni, nella speranza di accumulare la somma necessaria per aprire una piccola rivendita di tabacchi e dolciumi.
L’elemento sismico del film ha il volto di Hubert Page, l’imbianchino che deve occuparsi di ridipingere alcuni ambienti dell’hotel della Duchessa Baker; Hubert è costretto a dormire nello stesso letto di Nobbs per una notte, e ne carpisce il segreto: ciò che sembra inizialmente un dramma per Albert muta ben presto in una sorta di riscatto sociale, di rito liberatorio, nella nuova prospettiva di una vita che non aveva ipotizzato e di interrogativi che non si era mai posta, e persino nella possibilità di dedicare una giornata ad esplodere quella femminilità sopita e repressa nel dolore.
Il film –che pare ambientato in un romanzo di Dickens- narra la storia di una ragazza costretta a diventare uomo per non subire la violenza di un’epoca che considerava le donne sole una preda di cui poter abusare senza restrizioni fisiche o pregiudizi morali di sorta.
Tratto dal racconto omonimo di George Moore, il film di Rodrigo Garcia si avvale di un gruppo di attori eccezionali: Glenn Close fornisce una performance d’alto livello, perfezionando un personaggio già interpretato a teatro e sfruttando ogni piega espressiva del viso, ogni movenza corporea per immedesimarsi nell’intima e ambigua essenza di Nobbs; Janet McTeer non le è da meno, grazie ad uno sguardo liquido e penetrante che riempie ogni singolo fotogramma in cui muove la sua imponente figura. Il film si sviluppa e cresce d’intensità seguendo uno stile narrativo misurato e preciso, e la vita di Nobbs e dell’hotel col passare dei minuti si arricchiscono di dettagli accurati; ma la storia si smarrisce nella seconda parte, come se al regista sfuggisse di mano progressivamente: le varie relazioni sentimentali in atto e l’amore confuso e mal direzionato di Nobbs vengono enfatizzati in modo eccessivo, ammutinando così il fascino di un film che seduce e infine tradisce lo spettatore. Peccato.
13 lunedì Feb 2012
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13 lunedì Feb 2012
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A Gabriele, caro e fraterno amico
Accade sovente di scartare un film a priori, per via del genere sotto la cui egida viene collocato. E’ –questa- una scelta discutibile, perché il cinema dovrebbe essere una forma di comunicazione che utilizza un linguaggio universale, a prescindere dalla catalogazione delle sue singole, mutevoli estrinsecazioni. La qualità è un dato che percorre trasversalmente i generi, ed è pacifico che ci si possa imbattere in un buon thriller o in una pessima commedia. Ogni film è potenzialmente in grado di trasportare un concetto, di rendersi foriero di messaggi diretti o simbolici che trascendono la famiglia d’origine dell’opera.
Il genere non è una parola come può esserlo Alphonse o Barnaby, non è un movimento o una corrente artistica, non è una tendenza culturale o ideologica, ma si riduce a semplice aggettivo ornamentale, a fregio che parla dello stile ma non denota i contenuti intrinseci di un’opera.