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osteriacinematografo

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Regista, sceneggiatore, pittore, compositore, attore, scrittore e scenografo statunitense.

Namibia Family Adventure Day 7 – Capricorn day

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blog, Cronache e Storie d'Osteria, letteratura, mare, Viaggi

Sveglia alle 7e30. Gim ha già le antenne dritte, come un cerbiatto. Iri ha ancora i sogni mezzi aperti, gli occhi liquidi e carichi di visioni notturne. Io e Franci ci muoviamo rapidamente dentro la capanna. Dobbiamo raccogliere le nostre cose, oggi lasciamo Sesriem per avviarci verso la costa atlantica. Il rover piazzato a un passo dalla porta di casa è un toccasana per chi, come noi, fa e disfa bagagli continuamente.

TRAIETTORIE DI VIAGGIO

Le nostre dinamiche di viaggio rappresentano pura follia per tante persone. Per noi è la norma. Facciamo così da prima che i bambini nascessero, abbiamo continuato a farlo quando i bambini avevano pochi mesi, e non abbiamo mai smesso. Non sapremmo impostare un viaggio diversamente, e, dal canto nostro, non riusciamo a capire chi si ferma a lungo in un posto. Il viaggio è una delle rare opportunità che abbiamo per metterci in gioco, per scoprire e inventare il mondo, ogni giorno. Capita di incontrare viaggiatori simili a noi lungo il cammino, di condividere racconti ed esperienze, o di provare a farlo, quasi che un certo approccio al mondo tracci un sentiero comune. Le traiettorie di certi viaggiatori sono destinate a incontrarsi prima o poi, in un dato luogo, momento o circostanza.

LE FORME DEL VENTO

Passiamo in reception, dove salutiamo i gestori o presunti tali e Franci fa notare loro che il vento non ha mai smesso di soffiare. “You’re in the desert”, risponde uno di loro, laconico. E in effetti avremo a che fare col vento anche nei giorni a venire. Non dimenticherò il Desert Quiver Camp: luogo essenziale, caratterizzato da architetture minimali, nate per ridurre al minimo l’attrito del vento. Somiglia a un set, e non mi stupirei se domani smontassero tutto per rimontarlo Altrove. Mangiamo senza risparmiarci al Sossusvlei Lodge, e poi ci mettiamo in cammino.

Oggi dobbiamo percorrere la C13 fino a Solitaire, e a seguire la famigerata C14, una delle strade che la società di noleggio ci ha segnalato il giorno del ritiro del mezzo. Il vento solleva la sabbia in ogni direzione, tanto che i granelli a un certo punto disegnano le forme, la direzione e i ghirigori del vento, gli danno corpo, lo rendono percepibile.

SOLITAIRE

Fra svolazzi e mulinelli aerei arriviamo a Solitaire, un crocicchio fatiscente noto per essere uno degli ultimi avamposti utili a far rifornimento prima della costa e per la McGregor’s Bakery, una botteguccia che sforna torte di mele leggendarie, a quanto si narra. Solitaire sembra l’insediamento di un film western. Uno di quei luoghi a ridosso del nulla, in cui rifornirsi di generi di prima necessità e far riposare i cavalli prima di avviarsi verso l’ignoto.

Lungo la breve lingua di sabbia che l’attraversa sfilano una pompa di benzina, un forno, un piccolo lodge, un negozio di souvenir e generi alimentari. Null’altro. Una girandola segnavento arrugginisce sotto il sole cocente. Qualche relitto automobilistico affonda lentamente nella sabbia: il deserto corrode e ingloba lentamente le lamiere di Cricchetto e di altri mezzi abbandonati. Fuori il vento imperversa, e le ragazze decidono di restare al riparo.

LO SPAZIO MAGICO

Io e Gim facciamo fatica a reggerci in piedi e a camminare. Ci facciamo incartare due porzioni di torta di mele, facciamo un giro nel negozietto adiacente e acquistiamo una specie di maraca per pochi spicci. In Africa ci è capitato di rado di restare da soli, ed è dolce il ricordo di quei pochi minuti con mio figlio a Solitaire, come fosse uno spazio magico, una nicchia mnemonica, la nostra oasi minuta nel tempo oceanico. Corriamo a zigzag verso la macchina, ridendo e derapando a causa del vento che disorienta e destabilizza. E’ un vento carico di follia, un vento infestante, che spazza un paesaggio surreale e stralunato.

TROPICO DEL CAPRICORNO

Riprendiamo il cammino. Dopo un’oretta superiamo il Tropico del Capricorno, entriamo nella zona torrida. Ogni tanto mi fermo e scendo per fare qualche foto. Verso mezzogiorno vediamo un po’ di gente passeggiare su un piccolo promontorio e decidiamo di scendere per andare a dare un’occhiata.

GLI SPECCHIETTI RETROVISORI DELLA MENTE

E’ il Kuiseb river viewpoint, ma del fiume Kuiseb ovviamente non sembra esserci traccia. E’ un altro corso d’acqua effimero, come questa terra, che sembra esserci e non esserci, che rappresenta un’illusione, un gioco di prestigio, un frammento onirico di spazio tempo, una dimensione che forse abbiamo soltanto sognato, un istante che nasconde un altro istante nuovo di zecca, lo specchio effimero della caducità della vita degli individui al cospetto della vita del cosmo. Vedo questo quando riguardo la Namibia dagli specchietti retrovisori della mente.

Il vento ci trasporta a destra e a manca, si insinua fra noi come fosse vivo, e gioca e spinge e ci agguanta e poi concede giravolte e ricomincia il giro, incessante, senza mollarci mai. La luce è travolgente, la camera del mio smartphone sorride quando inquadro il mondo illuminato dalla nostra stella. Ci arrampichiamo sulle rocce, scattiamo altre foto, facciamo scorta visiva della meraviglia che ci avvolge, e poi torniamo al rover per proseguire il cammino verso il mare.

La strada inizia a diradare verso la pianura, ma non richiede né sforzi né particolari abilità: la C14 è priva di asfalto ma doma, imbrigliata com’è dalle livellatrici e dai rulli stradali che la rendono docile e piacevole al cospetto delle strade ben più insidiose del recente passato. Chissà perché la inseriscono fra le strade a rischio.

DANZE AEREE

Alle 14 entriamo a Walvisbay. Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo nella Flamingo lagoon, una baia stracolma di fenicotteri rosa. Li osserviamo nella loro elegante magnificenza. Si nutrono, chiacchierano, battibeccano, si sollevano concedendosi danze aeree prodigiose. Un immenso aquilone rosa che dispiega ali a profusione sopra le rive dell’Atlantico del sud.

APPENDICE INDUSTRIALE

Poi andiamo in città. Ci sistemiamo nel grande appartamento che sarà la nostra casa per due notti, ci rilassiamo un attimo e ripartiamo alla volta di Swakopmund, graziosa cittadina costiera a mezzora di macchina da lì. In effetti Walvisbay non ha alcun fascino, sembra una sorta di appendice industriale di Swakopmund, ma abbiamo scelto questa località per essere più vicini a Sandwich Harbour, la destinazione di domani. Col senno di poi, lo avrei evitato con tutte le forze, ma non è ancora il momento di spiegare perché.

L’ASSALTO

A Swakopmund parcheggiamo il rover nei pressi di un ristorante a picco sul mare. Ci avviamo a piedi verso l’Open Craft Market, un grande spazio in cui i locali vendono pezzi di artigianato. Il posto è carino, ma non siamo preparati all’assalto che avverrà di lì a poco. E’ impossibile fermarsi per più di pochi istanti a osservare la merce, perché i venditori ci assalgono letteralmente, con veemenza. Ci mettono in mano tutto quel che osserviamo o indichiamo, si ostacolano a vicenda, non ci consentono di goderci il momento, un po’ perché siamo quasi gli unici ad aggirarci fra i vari espositori e un po’ perché probabilmente per loro vendere non rappresenta un dettaglio, ma la vita stessa. Individuiamo una cornice di legno guarnita da  sculture filiformi. La acquistiamo e scappiamo via.

HEMINGWAY

Pochi passi e siamo sul mare. La forza dell’acqua è possente, la spiaggia bella e selvaggia. Tanta gente fa il bagno, cosa che stranamente i nostri bambini, che hanno già assaggiato le acque gelide dell’Atlantico del nord, si astengono dal fare. Il sole rosso fuoco incombe e furoreggia, scende verso la linea dell’orizzonte stendendo i propri raggi fra le onde e tutto intorno. E’ un luogo di pace e relax, che sa di Hemingway. Il frusciare e l’infrangersi del mare sono gli unici elementi sonori disponibili. Ci concediamo piaceri semplici. Gelato per i bimbi, flights di birra per mamma e papà.

Poi le animelle trovano il modo di litigare su una parete da arrampicata e per sbollire li trasciniamo verso la fine del molo, senza l’intento di gettarli a mare, ma per ripristinare la pace. E funziona. Osserviamo in silenzio il sole divampare e poi inabissarsi nell’oceano sterminato, in un gesto di pura contemplazione. Al cospetto delle forze immani che governano l’universo il tempo stesso pare fermarsi. Dentro momenti simili riesco a scovare l’unica accezione della parola “sacro” che sono in grado di concepire.

Decidiamo di tornare al parcheggio passando dalla spiaggia.

TERMINATOR

Osservo Franci e i bambini, i miei tesori più preziosi, mentre giocano sul ciglio del mare a rincorrersi con le onde. E’ un’immagine preziosa, che conservo ben stretta in memoria. Quei tre bei ceffi rappresentano il mio motore, il motivo per cui ogni sacrificio diventa accettabile, e ogni cosa sensata. Nell’esaltazione auto-celebrativa del momento, sento la voce di Sarah Connor dire di me: “Il terminator non si sarebbe mai fermato, non li avrebbe mai lasciati, gli sarebbe stato sempre accanto e sarebbe stato pronto a morire per loro”.

A volte penso che il motore delle nostre avventure sia una certa follia. Penso però  che sia una pazzia misurata e sotto controllo, e sento che questa sorta di dissennata leggerezza, mia e di Franci insieme, sarà utile a Gim e Iri in qualche maniera. Rifletto sul peso della responsabilità che ho avvertito nella settimana appena trascorsa, penso alle buche e ai crateri schivati e a quelli ancora da schivare, penso che non vorrei essere da nessun’altra parte, penso ai prossimi viaggi, a quanto ancora i nostri bambini ci seguiranno in giro per il mondo, penso alla vita e a quel ristorante a picco sul mare, che sarebbe il luogo ideale in cui cenare con la mia famiglia.

DAVID LYNCH – UNA STORIA VERA

La famiglia mi rammenta David Lynch, morto due giorni fa, proprio mentre rielaboravo i miei diari africani. Penso a uno dei suoi film, “Una storia vera”, che ieri ho rivisto insieme a Gim e Iri, che hanno ovviamente gradito, e alle parole del buon vecchio Alvin: “Quando i miei figli erano molto piccoli, facevo un gioco con loro. Gli davo un bastoncino, uno ciascuno, e gli chiedevo di spezzarlo. Non era certo un’impresa difficile. Poi gli dicevo di legarli in un mazzetto e di cercare di romperlo, ma non ci riuscivano. Allora io gli dicevo: vedete quel mazzetto? Quella è la famiglia.“

REGGAEMAN

Siamo fortunati. Il Tug è quasi pieno, la terrazza a picco sul mare è stracolma, ma alle 19e30 rimediamo un tavolino perfetto per noi. Mangiamo del buon pesce, ma siamo stanchi e la branda chiama. Alle 21 usciamo. C’è un cantante reggae all’uscita.

Il suo sorriso è raggiante, la sua voce calda. Lo ascoltiamo per un paio di minuti. Lo abbraccio, ci facciamo una foto insieme e lo salutiamo. Mentre guido nella notte verso Walvisbay penso che non sono la stessa persona di sempre. Penso che il me viaggiatore compia azioni e scelte diverse da quelle del me di tutti i giorni. Penso che se avessi incontrato quel reggae man a Jesi non lo avrei degnato di particolari attenzioni. Mi chiedo perché in viaggio sono una persona migliore, o quanto meno più recettiva. Probabilmente, viaggiare mi rende in un certo senso libero di essere chi vorrei essere davvero, sempre.

Nel frattempo ci avviciniamo alla città e gradualmente avvertiamo un odore acre, chimico, che punge occhi e polmoni. Per fortuna in casa l’aria è pulita, ci addormentiamo rapidamente, cullati dai dubbi di sempre e dagli spiragli di bassa marea in cui ci infileremo domani.

6 DAYS IN NEW YORK Mezzosogno di finestate a puntate

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DAY 2 – Greenwich – One World – Gotham – Seaport – Chinatown – Little Italy – Birdland

Sabato 2 settembre. Ci svegliamo alle 6e30 per essere a colazione alle 7 in punto. A parte il fervido desiderio di ricominciare a esplorare NY, va premesso che io e Francy sfruttiamo a pieno ogni potenzialità del primo pasto del giorno. La colazione rappresenta a tutti gli effetti un breathing, perchè di norma in quella sede, oltre a dare il meglio di noi al cospetto del ricco buffet, raccogliamo le idee della sera prima e mettiamo a punto un piano sommario per la giornata. Ci può capitare di restare anche un’ora in sala, muniti di guida e appunti di viaggio. L’idea di oggi è di andare verso sud a piedi, e di arrivare fin dove riusciamo, senza limiti di sorta. Ne uscirà fuori una giornata memorabile, che ci consentirà di scoprire un quadrante consistente di Manhattan. E grazie alla corposa colazione americana non avremo bisogno di pranzare, e anche questo ci sarà utile per risparmiare tempo.

Usciamo in strada che il sole è ancora basso e parzialmente scremato dietro ai palazzi, la luce della mattinata è splendida, il traffico scarseggia, la gente in giro è poca. Incontriamo per lo più lavoratori che in silenzio azionano gli enormi ingranaggi che regolano i meccanismi della città. Visitiamo il Chelsea market ancora dormiente: anche qui vige un’operosità sommessa e discreta, lungo i suoi corridoi corrono pavimenti scuri e pareti a mattoncini, sopra le nostre teste tubature a vista e condotti dell’aria avvolti nell’alluminio tradiscono un passato industriale. D’altronde questa fu la fabbrica della Nabisco, dove nel 1912, esattamente due mesi prima del naufragio del Titanic, idearono e produssero il biscotto Oreo. E chissà che nei più remoti recessi di questa suggestiva struttura a misura di Umpa Lumpa non si realizzi una produzione clandestina di cioccolato Wonka.

Usciamo e puntiamo il One world, ma non prendiamo nemmeno in considerazione di utilizzare i mezzi pubblici, vogliamo goderci a piedi Chelesea, Greenwich, Soho, Tribeca. E lungo il nostro percorso scopriamo perle che ci ripagano della fatica, se vogliamo chiamarla così. Siamo partiti da Midtown, e ci rendiamo conto ben presto di entrare gradualmente in un altro mondo. La luce filtra dolcemente fra gli alberi, i giganti d’acciaio sono svaniti nel nulla, probabilmente banditi da queste terre. Procediamo a zig zag fra le vie incantate di Soho e Greenwich Village, sperando di goderci qualche scorcio degli interni delle splendide case della zona.

Qui hanno girato Allen, Scorsese, i Coen, qui troviamo gli esterni di alcune note produzioni per la tv, qui è cresciuto De Niro. Case di mattoncini multicolore si avvicendano lungo viali alberati e pacifici. Gli abitanti si muovono pigramente. Chi porta a spasso il cane, chi si occupa della spazzatura, chi si incontra per strada e si concede due chiacchiere. Un giornale attende con garbo davanti a un portone turchese che il padrone di casa esca a prenderlo, il silenzio è incantato. Forzando un paragone acrobatico, azzarderei che la sensazione è di trovarsi a Garbatella dopo aver fatto un giro in pieno centro a Roma. Greenwich è una dimensione elegante ma quasi rurale, tanto è rilassata e distante dalla frenesia caotica della città senza sonno.

Io e Francy pensiamo che – se fossimo newyorkesi- sarebbe questo il luogo in cui vivremmo, anche perchè il quartiere somiglia all’America di provincia che abbiamo vissuto e amato. Ci convinciamo di ciò una volta di più dopo esser finiti per caso fra i banchi di un mercato di frutta e verdura in prossimità di un parco minuto. Acquistiamo due pesche e proseguiamo nell’incanto del sud ovest di Manhattan, mentre il vapore acqueo sotterraneo sbuffa in superficie dagli appositi camini bianco-rossi, regalando un alone di mistero al nostro percorso. Ti immagini che dai fumi di quel vapore spuntino fuori i gangster in erba di C’era una volta in America, ma non c’è tempo di rimuginare perchè nel giro di pochi minuti ci imbattiamo per caso in Ladder 8, la caserma dei pompieri in cui Reitman ambientò il covo dei Ghostbusters.

Proseguiamo verso Tribeca, dove cerco senza successo il locale in cui De Niro pochi giorni prima ha festeggiato gli 80 anni con tanti mostri sacri del cinema. Ignoro il motivo per cui si sia dimenticato di me, ma tant’è, trattasi probabilmente di una banalissima svista. Tribeca è un quartiere alla moda che sancisce il ritorno a un’architettura più moderna e slanciata verso l’alto. I grattacieli riprendono campo gradualmente, il One world domina l’orizzonte, svoltiamo l’angolo in direzione Battery park e ci troviamo al limitare di una delle due enormi vasche che sostituiscono le due torri e ne proteggono la memoria. E’ un luogo toccante e ciò che più fa impressione è scorrere i nomi e i cognomi delle persone che persero la vita l’11 settembre 2001, perchè ci si rende conto che vi è rappresentata ogni parte del mondo. Le Olimpiadi dell’orrore.

Entriamo nel grattacielo del One world observatory, scannerizziamo i pass in autonomia, registriamo i nostri dati e all’ingresso un contatore aggiorna in tempo reale grafici sui Paesi di provenienza dei visitatori.

Quindi attraversiamo le rocce vecchie 400 milioni di anni che costituiscono le fondamenta ancestrali del One World e forse dell’intera America. In 60 secondi saliamo al 102esimo piano, in ascensore propongono una rapida e suggestiva narrazione visiva della storia di New York. In cima a me e Francesca tremano le gambe perchè il salto nell’iperspazio è tanto impercettibile quanto destabilizzante.

Da lassù osserviamo NY da una prospettiva unica: il cielo è limpido e la visuale perfetta, a sud vediamo Staten island e i mitici traghetti arancioni intrecciare le scie e le storie dei pendolari che salgono a bordo ogni giorno; la Statua della libertà ed Ellis Island con le orde di turisti che le cingono d’assedio concentricamente; ad ovest l’Hudson e il New Jersey; a nord il cuore di Manhattan fino a Central park e Harlem; a est il Financial district e i ponti che uniscono la penisola a Brooklyn e al Queens. E’ un luogo perfetto per meravigliarsi e comprendere la geografia di Metropolis, la versione luminosa di NY .

Siamo sazi di tanta luce e torniamo a terra a capofitto, come siamo saliti. Dopo una rapida decompressione ci avviamo verso Financial district, quella che nel mio immaginario cine-fumettistico è Gotham City. Identifico la porta di Gotham in Trinity church, una cattedrale gotica dall’aspetto crepuscolare anche in pieno giorno, le cui mura sono circondate da un cimitero di bambini.

Davanti a Trinity si allunga Wall street, stiamo entrando nel cuore bancario e finanziario di NY. Non considero questa zona attrattiva in quanto tale, ma in funzione delle fantasie cinematografiche di cui mi sono nutrito negli anni. Mentre passeggiamo per quelle vie emergono dal liquido nero dei ricordi i lupi Douglas e DiCaprio e le loro straordinarie interpretazioni del controverso mondo della finanza.

Ma il ricordo più vivido e legato anche e soprattutto visivamente a questi luoghi è la Gotham cupa e claustrofobica dipinta nel Batman di Nolan, che si può respirare a pieni polmoni, come fosse un vero e proprio set: qui il cavaliere oscuro potrebbe dispiegare il suo mantello nero dagli abissi del cielo e calarsi fino al dedalo di ponti e sottopassi sovrapposti in cui si annidano degrado e paura; dal portellone di un furgone postale parcheggiato potrebbe deflagrare la follia del Joker e cospargere la città di puro terrore distillato; al crocevia fra Wall street e Board street, Bane e il suo esercito di rifiuti umani potrebbero scatenare la propria violenza irreversibile sul mondo intero. Queste visioni di Gotham provengono da lontano, e fanno parte dell’immaginario collettivo. Posso solo immaginare l’aspetto decadente del distretto finanziario in versione notturna.

Lasciamo Wall street, abbandono le mie tetre fantasie gotiche. Ci dirigiamo d’istinto verso est, andiamo incontro all’acqua, passiamo davanti al Malibù Barbie Cafè e pensiamo che a nostra figlia sarebbe di certo piaciuto. Ora ci troviamo in South Street Seaport. Facciamo due passi sul Pier 16, dove è ancorata la nave d’epoca Wavertree e si può godere di una fantastica vista sui palazzoni di Lower Manhattan ma soprattutto sul ponte di Brooklyn.

Videochiamiamo i bambini perchè siamo circondati da meraviglie a 360 gradi e vogliamo condividerle con i frammenti di cuore che abbiamo lasciato a casa. Sui moli che affacciano sull’East river ritroviamo l’atmosfera leggera e festosa che si respira a San Francisco. Musica, mercatini e gente rilassata in giro. L’ennesima New York che si dipana magicamente sotto il nostro sguardo attonito.

Camminiamo lungo fiume verso nord, protetti dall’ombra di un ponte viola addobbo funebre. D’un tratto viriamo verso Chinatown, che è più o meno sempre la stessa in ogni angolo di mondo. Ho letto che i cinesi hanno una caratteristica che favorisce la conservazione -quanto meno parziale- degli edifici storici della città. In effetti, mentre il volto della gran parte di Manhattan cambia continuamente, perchè è un attimo che costruiscano un grattacielo in luogo di 2-3 vecchie palazzine, i cinesi, se acquistano immobili, non fanno altro che smontare le vecchie insegne per sostituirle con le loro. Diciamo che un certo modo di fare assai sbrigativo, che mira a un’immediata operatività, si traduce per una volta in utile strumento conservativo. Chinatown comunque è un bel casino, il suo moto è incessante come quello di un formicaio, e per quanto i colori sgargianti e gli odori siano allettanti, la tagliamo da est a ovest senza trovare angoli di pace. Forse una volta che hai visto una Chinatown le hai viste tutte, e ce la lasciamo alle spalle senza rimpianti.

Non esiste più un confine certo a dividere Chinatown da Little Italy, ma se la prima non sorprende, la seconda lascia perplessi. Sembra una fiera, un baraccone di paese, una rappresentazione che ritrae la caricatura del nostro Paese. Ghirlande ed archi tricolori adornano ogni strada, assieme ai versi di “Volare” e di altri pezzi nostrani. E’ un quartiere di soli locali, e i gestori tentano di accalappiare turisti in strada in modo istrionico. Nonostante l’aspetto niente affatto autentico, Little Italy è piena di gente e assai festosa, e ci spinge a sederci per una birra e un po’ di riposo. Oltre la facciata parodistica, si nota subito che qui si interagisce in modo immediato e verace, c’è buona osmosi fra gli avventori, e la gente seduta ai tavoli, di ogni nazionalità, sembra allegra e a proprio agio. Quando noi italiani vogliamo far sentire a casa la gente non abbiamo rivali, nessuno sa farlo come noi, e questa dote è una prerogativa di cui andare fieri.

Così conosciamo una coppia di americani simpaticissimi, John e Carol. Vengono da Boston e anche loro hanno lasciato i figli a casa. Beviamo qualcosa insieme, brindiamo, e ci divertiamo a raccontarci i nostri viaggi. Loro amano l’Italia, noi l’America. Un idillio perfetto, che si scioglie soltanto dopo la foto e l’abbraccio di rito.

Penso a quanta gente abbiamo conosciuto in giro per il mondo, anche solo di striscio, penso alla magia di quegli scambi culturali tanto intensi quanto fulminei, penso a cosa ne sarà di loro, a quali vie abbiano imboccato, a quali territori abbiano visitato. Penso al fatto che senza di loro i nostri viaggi non sarebbero stati gli stessi. Viaggiare è anche conoscere, scambiare, interagire, tentare, sporcarsi, perdersi, fallire. Viaggiare è vivere e io e Franci proviamo a essere noi stessi ovunque andiamo. Di norma funziona, e ci consente di stare bene e stringere buoni rapporti con chi incontriamo lungo il cammino. Viaggiare ti insegna a non avere paura, a non nasconderti mai, anche perchè capisci presto che il tuo orticello è troppo piccolo per conservare consistenza al cospetto del mondo.

A questo punto sono le 15 circa e improvvisiamo. Ho una fissa chiamata Tenement Museum, un museo del Lower East Side che riproduce le abitazioni fatiscenti dei primi immigrati europei. Ne so qualcosa grazie a “New York è una finestra senza tende”, un bel libro di Paolo Cognetti. L’autore scrive che non si può capire New York e la sua storia senza aver visitato questo museo. Mi ha convinto e chiedo a Franci di assecondarmi nonostante la stanchezza. Lei non è convinta ma accetta. Entriamo in una libreria, che è l’anticamera del museo, prenotiamo la visita e pochi minuti dopo siamo con un giovane Freddy Mercury in giro per i palazzi adiacenti. Lo ammetto, il ragazzo è troppo veloce per il mio livello di comprensione della lingua inglese, si mangia troppe parole ed enfatizza eccessivamente alcune espressioni. Vado a senso e percepisco più o meno quello che già sapevo dai libri, Freddy ci racconta la storia di una famiglia e della donna che ne reggeva l’economia con opere di sartoria che le pagavano una miseria. Ci muoviamo fra gli spazi angusti di questi appartamenti che erano condivisi da più famiglie, che poi subaffittavano ad altre famiglie come fossero matrioska. Forse il museo ha intrapreso la strada di una narrazione in serie, forse la guida non ci coinvolge per una questione di pelle e di elettricità. Fatto sta che ci aspettavamo di più sotto il profilo emotivo. Il beneficio del dubbio resta per i problemi linguistici di cui sopra, ma siamo stanchi e un tantino annoiati, e la fine del tour si rivela un sollievo.

Pensiamo per un attimo di prendere la metro, ma no, qui dietro c’è una fantastica birreria, la McSorley’s Old Ale House. Entriamo senza manco pensarci. Ora siamo in un rural pub irlandese, fuori non c’è più New York, ci sono solo distese verdi accarezzate dal vento a perdita d’occhio. Ci fanno accomodare in un tavolo condiviso con altre persone. Sul muro una targa recita: “be good or be gone”. Ordiniamo due birre e ce ne portano quattro. Questo posto mi piace. Una tizia sbraita manco avesse inghiottito un megafono, ma non ci facciamo caso perchè nel pub il baccano sostituisce ogni altra cosa. E’ un discorso stereofonico unico, le voci di ciascuno si sommano in una soltanto, e probabilmente nessuno capisce nulla di quel che dicono gli altri, ma non importa, non è essenziale. L’unica a farsi capire è la tizia che sbraita.

Ordiniamo altre due birre, anzi una, che sono due naturalmente, e poi ci dileguiamo verso Washington square, dove suonatori, giocolieri, cartomanti animano ogni angolo della piazza. Un gruppo di pazzi vestiti da suore intona cori in riferimento a un gioco chiamato “I suck this fantasy football”, che dovrebbe essere un gioco di abilità molto diffuso fra i giovani. I ragazzi si divertono a fare acrobazie con gli skate. Si sta bene ma dobbiamo andare, perchè abbiamo altri progetti.

Risaliamo verso il Chelsea Market che alle 18 è preso d’assalto. Troviamo posto in un ristorante indiano dove mangiamo un paio di piatti deliziosi, e uno meno. Non sto a rimarcare chi abbia scelto il piatto insipido, ma è semplice intuirlo. Sfamati, torniamo in albergo. Doccia rapida, cambio d’abito e via nel crepuscolo newyorkese.

Stasera ci attende il concerto di Catherine Russell al Birdland, uno storico locale jazz in Theater District. Ho prenotato il concerto dall’Italia, ma non potevo sapere che nell’arco della stessa giornata avremmo fatto quasi 20 km a piedi nella parte meridionale di Mannahatta, l’isola dalle tante colline. Siamo annebbiati ma curiosi. La ragazza all’ingresso cerca il mio nome su un elenco cartaceo, come ai tempi in cui si entrava in disco in lista, e il mio nome c’è. Simon? Yess!

Entriamo e la luce rossa e soffusa del club ci avvolge dolcemente. Ci fanno accomodare a bancone, come richiesto. La Russell è una bomba jazz, riempie il locale con la sua voce calda, e la sua band l’accompagna egregiamente. L’atmosfera del locale è onirica, i tavoli sono al completo e altrettanto i bar seating. Beviamo vino californiano e assaggiamo un ottimo cocktail di cui non ricordo il nome, i barman sfilano di corsa e versano incessantemente, sembrano seguire il ritmo del jazz.

E’ una situazione che ho sempre sognato, godermi un concerto simile con Francy in un locale tanto denso di storia musicale. Ed è stato esaltante, un insieme di sensazioni che non dimenticherò. Se fossi newyorkese, farei incetta di eventi simili. E’ uno dei risvolti eccezionali di cui gode chi abita qui, uno dei tanti.

Gli stimoli non hanno fine in questa città, e non appena il concerto termina ci troviamo immersi in Times Square, che sembra un acquario avveniristico. Nuotiamo nella folla come pesci fuor d’acqua, i mega schermi illuminano il viso di Francesca di ogni colore. La mia ragazza sembra Alice nel paese delle meraviglie, oppure Dorothy nella città di smeraldo. Continuiamo a fluttuare senza peso nella bolla illusoria in cui ci troviamo dalle prime luci del mattino, sembra uno dei sogni di Lynch e la paura è soltanto quella di potersi svegliare, prima o poi, e di scoprire che nulla è come sembra.

D’un tratto torniamo in noi, come se la maga dell’est avesse rotto l’incantesimo che ci teneva al riparo della realtà, ma è solo la folla che cresce e che preme, fino a trascinarci verso sentieri meno frequentati, che ci condurranno a casa dopo una giornata che somiglia a un’epopea. Questo giorno, visto dagli specchietti retrovisori della notte, pare una vita intera.

Oggi abbiamo iniziato ad amare New York, e le siamo grati per tutto quanto ci ha concesso di vivere in poche ore. Francy oggi si è sbilanciata, e l’ha definita “strepitosa”. E’ proprio così, non esiste aggettivo migliore, New York è strepitosa. Ne parliamo a letto, la sentiamo ancora pulsare, poi mi addormento, o perdo i sensi. A un certo punto sento palleggiare, la pallina rimbalza come un mantra fra le mie sinapsi in dormiveglia, chiedo a Franci chi mai si sia messo a giocare a tennis in strada, poi mi giro, lei dorme, ci sono gli US Open in tv. Realtà e immaginazione sono indistinguibili nella città dei sogni.

PORTOGALLO ON THE ROAD Racconto di viaggio a puntate

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Posted by osteriacinematografo in Buzzati Dino, Lynch, David Keith, Pensieri, Robin Williams, Storie, Viaggi

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4- Las Dunas de Sao Jacinto – L’aereo -Porto – Caldelas – Peneda Geres National Park- La febbre

E’ mercoledì mattina e dopo una colazione trascurabile prendiamo il traghetto che in pochi minuti ci condurrà nei pressi della Reserva Natural das Dunas de Sao Jacinto, dove ci concediamo una passeggiata di qualche km e un pigro spuntino in spiaggia. Il meteo è strano, per lo più nuvoloso, il sole fa capolino di rado, fa fresco, anzi no.

Nulla di speciale, l’atmosfera induce alla sonnolenza, ma ciò che rompe la calma piatta delle 10 o giù di lì è un rumore in aumento costante dal cielo e un grosso aereo grigio che squarcia il cielo e vira proprio sopra le nostre teste, veramente troppo vicino per chi non sa che a pochi passi da lì ci sono un aerodromo e la pista d’atterraggio di questi giganti dell’aria. Sono preso dal panico, perchè l’aereo sembra fuori controllo, penso stia per finirci dritto in testa, cerco Irene che era vicina a me ma non la trovo, non vedo nulla in realtà. Ecco cosa dev’essere il panico, che probabilmente non avevo mai sperimentato prima in tale misura, se non forse quando anni fa io e Francesca ci trovammo in macchina – all’interno dell’Addo Elephant park- davanti a un grosso esemplare maschio di elefante africano, peraltro incattivito dal picco di testosterone.

All’epoca, seguendo le istruzioni che i rangers ci avevano fornito all’ingresso, dopo aver notato segnali assai poco rassicuranti che lasciavano dedurre che l’elefante fosse in pieno must, procedemmo in retromarcia in modo quasi impercettibile finchè il gigante trovò uno spiraglio per defilarsi fra gli arbusti e lasciarci passare. Se mi concentro, sento ancora il battito del mio cuore e il respiro bloccato dall’emozione e dalla paura di quegli istanti.

Ma torniamo al presente, fra le dune di Sao Jacinto. Al terzo passaggio aereo mi abituo ma non troppo, dato che non ho nemmeno la prontezza di filmare quella scena tanto cupa quanto profondamente Dunkirk. O meglio firmo un decollo di cui si percepisce soltanto il boato. Ho poi pensato a quanto dev’essere spaventoso subire un vero attacco aereo, agli uomini che bombardano altri uomini, a quanto siamo bravi a generare terrore, a quanto siamo infinitamente stupidi in certi casi. Potremmo dedicarci ad ammirare e riprodurre la bellezza del cosmo, ma il lato oscuro prevale, il più delle volte.

Riprendiamo la macchina e dopo un’ora siamo a Porto dove trascorriamo il pomeriggio: dopo qualche minuto di terrore in cui perdiamo la bussola e il controllo e ci ritroviamo incastrati in vicoli tanto angusti da sembrare inestricabili, siamo finalmente in giro per questa splendida città che si sviluppa sulle rive del fiume Douro.

Porto è bellissima, per quanto eccessivamente turistica, visto il proliferare incessante di locali di ogni tipo, che si susseguono l’un l’altro senza respiro. Per il resto, rimaniamo incantati dalla città, dai suoi colori sgargianti e dalla luce che la illumina in un modo unico. Posso ancora vedere e toccare quella luce tanto rara. Il clima è fresco e godibile e la gente distesa e apparentemente serena.

Dai colli dove riposa quieto il Jardim de Morro si può godere una vista magnifica sulla città, mentre il sole affonda dolcemente sul Douro al tramonto. Gian Marco trova un completo sportivo e una palla che gli piacciono. E’ la svolta. Non se ne separerà più fino alla fine del viaggio.

All’imbrunire ci dirigiamo verso Caldelas, un paesino sopra Braga, situato in posizione strategica per visitare i parchi a nord. In paese sembra stia per esordire una festa che però non avrà mai luogo. Sembrano in corso eterni preparativi e messe a punto, forse i paesani si preparano da anni e nel frattempo la popolazione è invecchiata tanto da aver perso la necessaria verve. Nulla accade, almeno per quanto ci è dato vedere. Ceniamo ottimamente presso la Churrasqueira, dove una squadra di camerieri gentilissimi si occupa di noi con cura. Anch’essi sembrano in attesa di qualcosa o sul punto di fare qualcosa, ma qui tutto rimane perfettamente identico a se stesso oggi, domani, e sempre. Forse Caldelas è la fortezza di Buzzati, e a valle dilaga il deserto dei Tartari.

Non mi rendo subito conto della fatica accumulata in giornata, Porto mi è probabilmente fatale e la mattina del giovedì mi risveglio malconcio, ho sintomi influenzali importanti ma non ci faccio caso perché non sono mai stato male in viaggio, eccetto forse quaranta anni fa dopo aver visitato la sommità della Torre Eiffel con la mia famiglia.

Me ne frego, ordino una spremuta d’ibuprofene e andiamo verso il Parco di Peneda Geres, dove scegliamo un bel trekking nel bosco, costeggiamo un lago e saliamo e scendiamo per sentieri non perfettamente segnalati. I parchi non sono ancora organizzati a dovere, in alcuni casi mancano info point che sappiano fornire indicazioni in inglese. Manca un po’ di precisione nelle indicazioni, che risultano spesso sommarie. Manca in particolare uniformità nella comunicazione per quanto riguarda la possibilità di avventurarsi coi bambini in determinati siti, tanto che ti viene voglia di scommettere, ma entro i limiti della ragionevolezza.

Tuttavia il potenziale di Peneda Geres ci è parso notevole, grazie alla vegetazione particolare e coloratissima, che mi ha ricordato in senso pittorico la parte canadese del Glacier National Park, in Columbia britannica per la precisione, dove il giallo e il viola illuminavano un paesaggio di dimensioni ben più ampie di questo. Continuiamo a camminare fra boschi e arbusti, sbagliamo sentiero un paio di volte, finchè un giovane nord europeo ci indica la via del ritorno. Sudo freddo ma ho la sensazione di aver smaltito le scorie influenzali. Dopo qualche ora siamo in un chiosco nel verde, dove decidiamo di portare i bambini in una piscina nei paraggi per farli riposare un po’.

Mi addormento avvolto dal mio fedele smanicato North face, probabile attuale simbolo pro tempore della mia individualità tanto sensibile al clima, ma qualcosa non va. Ho la febbre alta (alta per me), scappo in albergo, mi perdo in un delirio d’ombre che mi assalgono, mi difendo goffamente dalle staffilate influenzali con uno scudo di paracetamolo, affronto demoni immaginari e cerco il santo Graal come lo stralunato Parry (Robin Williams) de La leggenda del re pescatore, poi provo a cenare coi miei ma è solo un’allucinazione, anche quella.

La notte è una doccia di sudore e incubi, di lenzuola subacquee che mi avvolgono come viscida poseidonia oceanica, di visioni intermittenti come il sonno, che si interrompe puntualmente ogni ora, nemmeno fossi intrappolato nel loop esistenziale di Strade perdute. Attendo l’alba con ansia.

Tutto è connesso – Odissea nella Coscienza Unificata

11 lunedì Feb 2013

Posted by osteriacinematografo in film, Jung Carl Gustav, Lynch, David Keith, Morrison, James Douglas, Pensieri, Poesie

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Titoli di testa

L’Atlante delle Nuvole

Blade runner

“Il tempo e l’umanità sono attraversati da un solo respiro, da una sola anima che connette il destino di ciascuno di noi, tra passato, presente, futuro e post-futuro. La vita è un turbinio incessante di trasformazioni che fa diventare un assassino un eroe, e tutto è ispirato da una spinta al cambiamento, alla rivoluzione, alla crescita. Tutto è connesso.”

 

Cloud atlasDopo aver visto “Cloud Atlas” -film da cui tale frase è tratta- ho iniziato a pensare agli innumerevoli motivi di interesse che ne scaturiscono. Come la vita di ogni creatura è connessa all’altra, come ogni singola particella dell’universo è legata intrinsecamente all’altra, molti concetti che ispirano la mia visione della vita è profondamente connessa all’idea di fondo di “Cloud atlas”. Tenterò dunque di fornire un quadro dettagliato di questa “intuizione”, con l’ausilio di concetti  di varia natura e provenienza.

 

David LynchAnzitutto, in fase preliminare, riporto un breve brano tratto dal libro “In acque profonde” di David Lynch:

« Le idee sono simili a pesci, se vuoi prendere un pesce piccolo puoi restare nell’acqua bassa. 
Se vuoi prendere il pesce grosso devi scendere in acque profonde ».

Queste parole forniscono la chiave di lettura di “Cloud atlas” e un buon metodo d’approccio a tutto quanto si celi sotto la superficie “fisica” ed ingannevole delle cose. E’ necessario immergersi in profondità se si desidera comprendere il meccanismo che regola la coscienza e quindi la vita stessa.

Se non si compie un lavoro simile su se stessi, è del tutto inutile “immergersi” nelle acque di “Cloud atlas”.

Ma tutto nasce dal desiderio.

L’Odissea prosegue lungo la rotta segnata sull’Atlante delle Nuvole

 

In acque profonde

30 mercoledì Nov 2011

Posted by osteriacinematografo in Lynch, David Keith

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IL DESIDERIO

Per le idee il desiderio è come un’esca.
Quando peschi devi armarti di pazienza.
Metti l’esca sull’amo e poi aspetti.
Il desiderio è l’esca che attira i pesci all’amo, ossia le idee.
Il bello è che quando catturi un pesce che ami, anche se è un pesciolino (un frammento di idea), questo ne attirerà altri che, a loro volta, abboccheranno. Allora sarai sulla strada giusta.
Ben presto arriveranno tanti, tantissimi altri frammenti e l’idea intera verrà a galla.
Tutto nasce dal desiderio, però.

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