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Non lasciarmi – Never let me go

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Cronache e Storie d'Osteria, Il Consiglio dell'Oste, Parole

“Sono passate due settimane da quando l’ho perduto…vengo quì e immagino il luogo dove sia raccolto tutto ciò che ho perso fin dagli anni dell’infanzia. Se fosse così, non faccio altro che ripeterlo, forse, in fondo al campo,all’orizzonte, apparirebbe una figura…dapprima minuscola e poi sempre più grande…fino a che non riconoscerei Tommy…Tommy che mi saluta, che mi chiama…ma non voglio che la fantasia prenda il sopravvento, non posso permetterlo Continuo a ripetermi che comunque sono stata fortunata a passare del tempo con lui, quello di cui non sono sicura che le nostre vite siano tanto diverse da quelle delle persone che salviamo…tutti completiamo un ciclo… forse nessuno ha compreso veramente la propria vita, nè sente di aver vissuto abbastanza”

6 DAY IN NEW YORK Mezzogno di finestate a puntate

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Cronache e Storie d'Osteria

DAY 5

Martedì 5 settembre. Stamattina partiamo a rilento, come due diesel affidabili ma provati. La giornata è ancora da costruire, almeno in parte, ma lo è quasi sempre in realtà, perché in questa città i punti di riferimento sono mutevoli, e una meta può restare tale o tramutarsi in miraggio a lungo termine, perché non sai mai cosa ti riserverà la strada. Facciamo colazione con una certa flemma, e butto un occhio sulle crociere serali. Ne trovo una interessante su “Get your guide”, e la prenoto al volo. La partenza è fissata per le 18e30 al pier 36, nei pressi del ponte di Manhattan. Ci sembra un buon compromesso per fare un giro nella baia e ammirare la statua della libertà da vicino e NY dall’acqua. Ci spiace non poter visitare Ellis Island e il suo museo, ma le escursioni turistiche che conducono là sono delle vere trappole per topi, e non abbiamo alcuna intenzione di perdere ore in fila. Abbiamo tutta la mattina per fare un salto alla Public Library e poi dedicarci con cura al MOMA, il museo che ci attira di più insieme al Guggenheim. Quest’ultimo mi interessa soprattutto perché anni fa ci espose mio zio Gino Sampaolesi, artista straordinario e mio eterno mentore, scomparso nel 2018. Oggi avremo persino tempo di riposarci un attimo in hotel e di ripartire con calma. Un vero lusso per noi scalmanati globetrotter.

New York di mattina è una meraviglia che non mi stanco di ammirare. Mentre scrivo penso che mi manca perdermi nelle prime ore di NY, perché questa città totalmente fuori norma trasmette la sensazione che tutto sia possibile, che possa avvenire qualsiasi cosa, che in qualche modo ti sorprenderà. Mentre cerchiamo piccoli souvenir da regalare ai bimbi, facciamo una deviazione verso il Madison Square Park, l’ennesima imprevista parentesi verde immersa nella giungla antropica. Dirimpetto c’è il Flatiron, un palazzone strettissimo dal disegno molto particolare, simile a un ferro da stiro, che purtroppo in questo periodo è cinto da un cantiere che ne soffoca il respiro. Sembra una mummia che attende di essere liberata e tornare a giganteggiare in libertà. Al suo cospetto la Quinta e la Broadway si biforcano. Prima di andarmene cerco di capire su quale piano risieda il quartier generale del Daily Bugle, il giornale in cui Peter Parker lavora come fotografo freelance. Ma non è mai semplice rintracciare Spider Man.

Risaliamo la quinta e l’Empire si mostra in tutto il suo splendore: è la stella polare di NY, e la sua sommità stamani rifulge come un faro abbagliante. Lo capisci subito che è lo strumento di orientamento perfetto, una bussola da consultare ogni volta che si teme di essersi persi. Nessun altro edificio possiede un simile magnetismo, e in questi giorni lo abbiamo ammirato ad ogni ora, da tutte le prospettive possibili. L’Empire caratterizza NY, ma abbiamo deciso che non serve entrarci dentro o imbragarci per risalirne la vetta. Ci conforta che sia sempre lì, ovunque posiamo lo sguardo. La nostra nave è tornata in porto ogni sera, anche grazie a lui.

Oggi avvistiamo con frequenza le caratteristiche cisterne sui tetti, gli antichi serbatoi che servono a dotare anche i piani più alti degli edifici più datati di acqua corrente alla pressione corretta, grazie alla ingegnosa collaborazione della forza di gravità. E’ questo un altro elemento tipico di NY, grazie alle sue forme e al legno non trattato, che dona loro un aspetto vetusto e un po’ datato. E così anche la cisterna diviene elemento decorativo e pittorico, nonché naturalmente cinematografico, in un luogo in cui ogni cosa assume una valenza ulteriore.

Risaliamo la corrente fino alla Public Library, dove entriamo per un giro veloce. L’ingresso è gratuito. Per prima cosa facciamo una telefonata dal sottoscala sommerso in cui Sam Hall (Jack Gyllenhaal) chiamò il padre Jack (Dennis Quaid) per chiedergli un consiglio su come salvarsi la pelle. Noi chiamiamo una fonte che non riveleremo per chiedere come difenderci dal caldo abnorme che imperversa a NY. In un certo senso anche noi siamo sommersi, dato che non riesco ad essere completamente asciutto da un paio di giorni. Ci muoviamo senza orientarci dentro la Public Library, che è una sorta di labirinto in cui le indicazioni risultano approssimative.

Il cuore dell’edificio è la biblioteca pubblica, in cui tanti studenti e lettori entrano con ordine, rispettando il silenzio che il luogo merita. Osservo con particolare curiosità il chiosco centrale, quello in cui l’addetto di norma orienta il lettore nei giusti compartimenti, o in cui si prende e si restituisce un libro. In quanti film le indicazioni di un bibliotecario sono state utili a risolvere un mistero o a scoprire un indizio rivelatore? Senza quei chioschi certi film non sarebbero mai finiti. E’ sempre un piacere visitare simili templi analogici, carichi di storia fissata su carta. Proseguiamo e ci ritroviamo sopra le scale del grande ingresso, e davanti ai vetri infranti dalle masse d’acqua oceaniche di “The day after tomorrow”. Una sorta di assalto del mondo digitale a quello analogico, in estrema sintesi.

Usciti, ci facciamo una foto fra i possenti leoni che custodiscono il sapere di NY e saliamo a fare l’ennesimo giro sulla giostra di Times Square, che è un luogo etereo in un certo senso, che non appartiene alla luce o alle tenebre ma a entrambe insieme, quasi fosse una dimensione transitoria e di congiunzione fra realtà contrapposte. Qui giorno e notte sembrano convergere.

Il colore del cielo in particolare è indefinibile, forse perché le luci dei cartelloni pubblicitari confondono i nervi ottici di noi lillipuziani a spasso, forse perché è un arguto gioco di prestigio che lascia soltanto intuire l’inganno. Se guardo lassù in cima vedo quel cielo fra la notte e l’alba che caratterizza il finale di “Blade runner”, ma non saprei definirne la tinta, dato che tutto si muove impercettibilmente fra la luminosità accennata dell’alba in embrione e le sfumature plumbee dell’oscurità morente ma ancora aggrappata alla vita. Un Nexus 6 di ultima generazione si sta spegnendo, lassù da qualche parte.

Ma eccoci alla tappa principale di questa mattinata. Non potevamo commettere l’abominio di non visitare almeno uno dei luoghi d’arte della città, e abbiamo scelto il MOMA, il museo d’arte moderna, che è probabilmente il più simbolico e rappresentativo fra i tanti. O almeno così abbiamo concluso noi due ragazzi di campagna. Dedichiamo più di 4 ore ai quattro piani espositivi, ma in certi frangenti ci rendiamo conto di riservare troppo poco tempo ad opere d’arte significative. Cerchiamo di gustarcelo, ma a volte facciamo bocconi troppo grossi, senza però ingozzarci mai. Non abbiamo l’occhio o la conoscenza dei critici, e quindi ci affidiamo all’istinto e alle emozioni, che ci trasportano con leggerezza fra dipinti, fotografie e sculture di ogni tipo. Non so o mi rifiuto di saper leggere le cartine o le mappe, ma grazie a Franci non perdiamo nulla, nemmeno un padiglione di questa bizzarra creatura polimorfica. Forse noi europei siamo abituati all’arte, e ci stupiamo relativamente sul momento. Mi rendo conto soltanto ex post, osservando con cura le foto che ho scattato, della bellezza che è scorsa sotto i nostri occhi senza che ne cogliessimo a pieno l’essenza. Il tempo ha fatto la differenza, e forse avremmo dovuto scegliere alcune portate invece di assaggiare tutto il menu. Non importa, mi stupisco adesso, allestendo la mia selezione delle opere esposte al MOMA negli angusti spazi d’Osteria.

Usciamo dal Moma affaticati, gambe e schiena sono a pezzi. Sono le 15e30 ormai e facciamo due passi. Abbiamo tempo prima della crociera serale, e ci sediamo un attimo. Ragioniamo sul da farsi. Frattanto, do un’occhiata alla mail della prenotazione per salvare il punto di ritrovo sulla mappa. Non ci faccio caso immediatamente, ma dopo aver messo a fuoco leggo con un misto di terrore e incredulità che il ritrovo è fissato per le 16 e la partenza per le 16e30. Hanno anticipato l’orario di due ore! O forse qualcosa in fase di prenotazione è andato storto. Poco importa, abbiamo mezzora per prendere la metro e imbarcarci. Mentre camminiamo in cerca dell’ingresso più vicino, studio il tragitto. Dobbiamo prendere la linea arancione verso Chinatown e sperare che la metro passi subito. Tento persino di inviare una mail alla società per chiedere di partire più tardi, ma nessuno risponde. Il numero di riferimento non funziona. Arriviamo ai cancelli e la metro card è esaurita. E’ la fine, o quasi. Non saliremo mai su quella barca. Tuttavia proviamo, ricarichiamo la metro card e per la prima volta non va, non si ricarica! Perdiamo le staffe, e poi pensiamo che sia destino, che non c’è niente da fare. Il vento soffia in senso inverso oggi. Poi -d’un tratto- un signore ci chiama. Apre dall’interno il cancello laterale agli ingressi e ci dice: come on! Lo ringraziamo, ha intuito la nostra disperazione, e ci ha concesso un gesto di generosità. Scendiamo le scale due a due. Pochi istanti e arriva il nostro treno. Lo prendiamo e scendiamo a East Broadway alle 16. Ci fiondiamo fuori e camminiamo svelti verso il pier indicato. Ne abbiamo ancora per 15 minuti. Il caldo è devastante. L’umidità è al 200%. Grondo rabbia e sudore. Arriviamo alle 16e15, l’imbarcazione è ancora lì. Chiedo spiegazioni. Il tizio mi dice che la crociera delle 19 è stata annullata, che devo salire a bordo. Nemmeno mi controlla il pass, cosa che quasi mi offende ulteriormente. A bordo è una sauna finlandese, non trovo loco, ogni superficie disponibile è appiccicosa. Ce l’abbiamo fatta ma mi girano lo stesso perché avevo prenotato una crociera al tramonto. Il nostro ultimo tramonto a New York. E non ho alternative. Devo mandare giù il boccone amaro e guardare avanti.

Partiamo verso le 16e45, probabilmente per attendere altri disperati come noi. Ritrovo il respiro quando il personale di bordo apre un accesso a prua, dove io e Franci ci sistemiamo. L’aria della baia è fresca. Il vento mi asciuga e ci rilassa. L’escursione è gradevole. Oltrepassiamo il ponte di Manhattan e quello di Brooklyn. Superiamo l’East River ed entriamo nella baia. Downtown è bellissima vista da qui, ronziamo intorno alla Statua della libertà mentre incrociamo da vicino i traghetti arancioni che fanno la spola con Staten Island. Intravediamo Ellis Island. Il numero degli elicotteri turistici che partono da Manhattan è impressionante. Sembrano sfiorarsi e sfiorare i palazzi fra cui si sollevano con eleganza.

Ci scambiamo foto e impressioni con una giovane coppia di Bangkok. Me ne accorgo solo una volta tornato: i due simpatici thailandesi ci hanno fotografato fuori posa, mentre aspettavamo che passasse un traghetto dietro di noi. E ci hanno fatto le foto più belle che potessero fare. E’ un regalo inatteso, che abbiamo scartato poi, e che sembra contenere la storia di due che si conoscono nella baia di NY, su un battello sudaticcio. Lei ha un cappellino rosso della Emirates, lui una vistosa t-shirt islandese. Sembrano divertirsi, forse si piacciono. Magari si innamoreranno. Chissà. Dalle foto la storia sembra andare discretamente, ma non abbiamo idea di come prosegua, per fortuna.

Torniamo da questa parte dello schermo. L’incidente di percorso di poche ore fa è dimenticato, si è perso nell’oceano degli avvenimenti e dei colpi di scena. New York guarisce in fretta le piccole ferite del viaggiatore sprovveduto.

Sono quasi le 18 quando scendiamo dal traghetto. La temperatura si fa di nuovo rovente. Facciamo un po’ di strada lungofiume. E’ stupendo ammirare Brooklyn e i ponti da lì. Tagliamo verso Chinatown, con il ponte di Manhattan alla nostra destra. Sul nostro percorso si susseguono impianti sportivi, il Murry Bergtraum, in cui oggi si allenano atleti professionisti di football, e il Coleman, dove tanti ragazzini giocano a baseball.

Chinatown oggi ci appare degradata. Mi viene da definirla lercia, non trovo termine migliore. Anche le persone che incrociamo sembrano relitti alla deriva. Un odore acre invade le strade, l’aria è carica di smog. Un cinese con indosso solo i pantaloni giace in terra in stato di morte apparente ma nessuno ci fa caso. Cerchiamo un appiglio e lo troviamo in un bar, dove ci concediamo un bicchiere di vino per riaverci dalle fatiche del giorno e per montare un filtro gradevole a quel tratto fatiscente di città.

Riprendiamo il cammino e percorriamo a piedi quasi un’ora di strada fra Chinatown e l’East Village. New York torna ad essere gradevole e pulita, ci sentiamo di nuovo a casa. Ma siamo in fase di decompressione. L’imprevisto di oggi ci ha costretto ad accelerare in piena fase di stanca, abbiamo accusato questo contropiede fulmineo e adesso iniziamo a pagare il conto. I muscoli non reagiscono più dopo 5 giorni di tour de force. Ci lasciamo accalappiare da una bella birreria. L’insegna è scura, la luce all’interno è rossastra ed estraniante. Entriamo nella Bronx Brewery e ci beviamo una pinta di ottima Ipa.

Chiacchieriamo un po’ e guardando la mappa mi accorgo che siamo a due passi dalla Risotteria Melotti, un ristorante italiano che propone risotti in tutte le salse. Tentiamo la sorte e andiamo lì. L’osteria è carina, e un tavolo minuscolo, l’unico libero, sembra attendere noi. Non vogliamo deluderlo. Ci accomodiamo. Il cameriere che si occupa di noi è gentilissimo, il che non guasta. Scegliamo i nostri piatti, lui ci propone un buon bianco, lo assecondiamo. Siamo in un dolce stato di resa e accettiamo tutto di buon grado. Mangiamo e beviamo bene, ridiamo ripensando alla convulsa giornata appena trascorsa. Siamo sull’orlo di una crisi di sonno ma questa è la nostra ultima notte a New York, e non vogliamo mollare.

La notte scende sulla città. Usciamo e le andiamo incontro. Le ultime energie disponibili mi concedono un’idea. Torniamo in hotel con la metro e andiamo a fare un salto nel roof sito proprio in cima al nostro albergo. Non siamo mai riusciti ad andarci e questo è il momento. Adesso o mai più. Ma prima dobbiamo risolvere l’ultimo rebus. Dobbiamo prendere la linea arancione e poi cambiare nella fatal Washington Square e prendere la blu verso uptown. Arriviamo a West Fourth Street. Siamo appannati dal vino, ovattati dal neon estraniante dei treni, e ci infiliamo in un lunghissimo corridoio sotterraneo, in cui un incantesimo ha posizionato soltanto uscite in direzione downtown. Non sembra possibile, un tizio ci sorride e ci dice di proseguire e noi andiamo ma pare di non arrivare mai. In fondo a questo percorso infernale arriviamo come fosse un miracolo allo scambio per Uptown. Saliamo sul treno ridendo a crepapelle del nostro stato confusionale. Incredibilmente a Penn Station azzecchiamo persino l’uscita per il nostro hotel. In effetti a NY le uscite dalla metro sono una lotteria se non si possiede buona memoria. E noi l’abbiamo azzeccata una volta sola, proprio quella notte.

Entriamo in hotel e saliamo direttamente al rooftop. Pensiamo immediatamente a quanto sia assurdo non esser mai saliti prima. Eppure di possibilità ne abbiamo avute, e bastava pigiare un tasto. Entriamo nell’ennesima dimensione onirica. Capisco dalla qualità delle foto che ho scattato che le mie condizioni non erano delle migliori. Prendo un margarita per me e un cocktail leggero per Francy, che resta sospesa fra la veglia e il sonno.

Penso sia tardissimo, penso a quanto abbiamo vissuto anche oggi. E’ un miracolo essere ancora in piedi a quest’ora. Dopo aver danzato in un cerchio di fuoco, ci siamo sbarazzati dell’ennesima sfida con una scrollata. Poi guardo l’ora, e mi accorgo con stupore che sono le 21e30. Eppure a me sembrano le 2 di notte di dopodomani, arranchiamo ma non cediamo per rendere onore alla meraviglia che ci circonda. E’ pur sempre una circostanza rara. Ci aggrappiamo coi denti a questa notte magnifica sui tetti di NY. Il nostro sguardo si perde al di là del vetro che ci separa dal vuoto.

I grattacieli si mescolano al riverbero degli arredamenti luminosi del roof creando l’illusione che Godzilla e i suoi fratelli si stiano avvicinando a passo felpato. Mezzosogno al cloro. Una pioggia purpurea scende sul viso di Francy, che è costellato dal riflesso delle luminescenti spire del rettile che si fa sempre più vicino e ormai incombe su di noi. Sulle sue scaglie scorre tutta la storia del mondo. Chiudiamo gli occhi per non vedere. E’ un sogno denso che vivo ancora adesso, ma sul momento ci sfugge via fra le mani e non riusciamo a trattenerlo, tanto è viscosa e malferma la nostra presa.

Per noi è l’ultima notte qui, è una notte senza pari, una di quelle che ci resteranno addosso come una seconda pelle. I mostri tentano di riportarci indietro, sono i mostri inviati dal domani, che è pur sempre un giorno da vivere. Siamo immagini sulle scaglie di serpenti alati, sembriamo proiettati da chissà dove sul tetto del Marriott. Siamo i nostri incorporei avatar, volatili e senza peso. Siamo guerrieri Na’vy in cerca di un’oasi, di una connessione con il pianeta che pare lontanissimo eppure è tutto intorno a noi. Ci nascondiamo all’ombra dei giganti, fra le foreste d’acciaio in cui ci riscoprimmo liberi e selvaggi, per non farci trovare.


“O fratelli e sorelle della pallida foresta.
O figli della Notte.
Chi di voi parteciperà alla caccia?
Arriva la notte con la sua legione porpora,
ritiratevi ora nelle tende e nei sogni.
Domani entriamo nella città della mia nascita. Voglio essere pronto”.

James Douglas Morrison

Rattle and ham

23 sabato Set 2023

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Steinbeck – Sweet thursday

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Cronache e Storie d'Osteria

“It’s a cosmic joke. Preoccupation with survival has set the stage for extinction”.

“Quel fantastico giovedì” è uno dei romanzi “leggeri” di John Steinbeck. Si aggiunge a “Pian della Tortilla” e “Vicolo Cannery”, di cui è una sorta di seguito ideale. Vicolo Cannery è un luogo non luogo in cui la vita dei protagonisti sembra procedere secondo modalità particolari. E’ una nicchia del tempo, tanto che è facile concludere che i vari Doc, Mack, Flora detta Fauna, Suzy, il vecchio Jingleballicks e il Patron Josè Maria Rivas siano ancora lì a discutere del più e del meno seguendo la ritmica e toni scanzonati e surreali dettati da Steinbeck negli anni 50 del secolo scorso.

I protagonisti di Cannery Row sono per lo più perdigiorno indaffarati a seguire i propri istinti, a procurarsi il denaro utile a comprarsi da bere, a vivere alla giornata, senza l’ansia del domani. “Quel fantastico giovedì” è un romanzo fluido e semplice da leggere, ma lo scrittore americano stavolta concede una sorta di riscatto ai suoi paisanos, riscrivendoli da una prospettiva diversa, che concede loro lo sguardo più profondo e luminoso del lettore.

Eccone un passo:

“L’uomo ha risolto i suoi problemi” – continuò Old Jay. “I predatori li ha scacciati dalla terra…il caldo e il freddo li ha stornati; le malattie infettive le ha praticamente eliminate. I vecchi continuano a vivere, i giovani non muoiono. Le migliori guerre non riescono neppure a soddisfare la quota di mortalità. C’era un’epoca in cui un esercito, in un anno, tagliava in due un popolo. La fame, il tifo, la peste, la tubercolosi erano armi sicure. Lo sgraffio della punta di una lancia significava infezione e morte. Lo sapete qual è la percentuale delle morti per ferite sul campo, oggi? L’uno per cento. Cent’anni fa era l’80%. La popolazione aumenta e diminuisce la produttività della terra. In un futuro prevedibile saremo soffocati dalla massa degli uomini. Solo il controllo delle nascite potrebbe salvarci, però è una cosa che l’umanità non metterà mai in pratica. “Fratello!” disse il Patròn. “Ma come mai tutto ciò la rende tanto allegro?” “E’ uno scherzo cosmico. La preoccupazione per la sopravvivenza ha preparato la scena per l’estinzione” – rispose Old Jay.

E’ quantomeno curioso come le parole di Steinbeck siano attuali 70 anni dopo e forniscano ancora oggi spunto per innumerevoli riflessioni. I predatori, il clima, le guerre, le malattie infettive vengono trattati cinicamente, quali necessari strumenti di controllo demografico. Il modo in cui l’uomo ha costruito e vissuto il progresso -per puro istinto di conservazione prima e di espansionismo poi- potrebbe aver contribuito a superare la soglia oltre cui campeggia a caratteri cubitali la sua stessa fine.

In poche righe sfilano i temi di maggiore attualità del nostro assurdo presente, e il futuro in cui l’uomo soffocherà se stesso è definito prevedibile. In effetti nel 2022 la sovrappopolazione mondiale ha raggiunto numeri impensabili, il clima è in una fase di stravolgimento tale da far intuire che solo le specie dotate della più innata versatilità e adattabilità riusciranno a sopravvivere, il virus di origine tuttora dubbia imperversa a macchia d’olio in ogni angolo del pianeta, e la guerra c’è stata sempre, ma in molti se ne sono accorti soltanto dopo che le sue spire hanno sfiorato i sacrosanti confini europei.

Dall’elenco di Steinbeck rimarrebbe fuori soltanto il predatore, e si potrebbe ricorrere al Covid quale “naturale” vendicatore invisibile, ma non ce n’è bisogno: l’uomo è stato abilissimo ad epurare o confinare i suoi predatori storici, ed ora non deve temere che se stesso, il più avido, stupido e pericoloso fra gli esseri viventi sulla faccia della terra.

Tutto ciò conserva una certa ironia, e il dialogo dei ragazzi di Cannery row termina nell’unico modo possibile, con una battuta e una bottiglia di whiskey da rimediare in fretta.

“Quando si mangia?” chiese Old Jingleballicks. “Il io pranzo te lo sei mangiato tu” rispose Doc. “ho una buona idea” disse Old Jay. “Mentre tu pensi a far da mangiare, William and Mary può andare a prendere un’altra bottiglia di whiskey, e io preparo gli scacchi.” “Si chiama Josè Maria, non William and Mary.” “Chi è? Ah! Amico mio, le insegnerò il più grande dei giochi, la creazione eterea dell’intelligenza umana!”

1939’s Glenn Miller Dream – Moonlight serenade

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Posted by osteriacinematografo in Glenn Miller, musica, Poesie

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Soundtrack

 

I stand at your gate and the song that I sing is of moonlight.
I stand and I wait for the touch of your hand in the June night.
The roses are sighing a moonlight serenade.

Musica di Glenn Miller. Parole di Mitchell Parish.

 

Infinitamente Zia Gina

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Posted by osteriacinematografo in Pensieri, Poesie, Sampaolesi, Gino, Storie

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Cronache e Storie d'Osteria, Parole, Pensieri

​​​​​Utilizzo questo spazio alla deriva ma intimo per ricordare mio zio. E’ un luogo ispirato a lui e ai suoi microcosmi ludici, alla sua voglia di giocare e curiosare, di non essere mai contento in fondo. Zio Gino era un genio, un pazzo furioso, un artista totale, un uomo meraviglioso. Era un visionario, un sognatore indomito, un santo bevitore, un compagno di giochi, un saltimbanco, un oste d’altri tempi, un impudente latin lover, un immenso amico, un gran baciatore in bocca, un cantastorie, un principe del convivio, un intrattenitore totale.

Era un personaggio leggendario, infinito, un uomo difficile, burbero e scontroso ma anche gentile e delicato, un poeta raffinato e sensibile, un uomo libero, libero di essere quel che voleva essere, anche solo per dispetto, anche solo per irridere con una giravolta i pregiudizi dell’uomo comune. Come ho appena scritto a mio cugino Tommaso, suo figlio, lui non ha mai fatto finta di essere quello che non è, un atto eroico in questo mondo di finzione.

Mi ricordo una delle sue prime mostre, forse 30 anni fa, lungo le mura di Morro d’Alba. Una specie d’uomo nero usciva dalla tela a sfondo giallo. Ero poco più di un bambino ma le sue opere mi impressionarono e mi entrarono dentro senza più uscire. Forse è proprio l’uomo nero ad essermi entrato dentro, quel demone dell’arte che per anni mi ha fatto credere di poter tradurre in lettere quel che lui dipingeva. Non era questo. Era di più. Io sentivo le sue opere come fossero parte di me, erano anche i miei sogni e i miei incubi quelli che lui mi mostrava. Zio Gino è entrato in luoghi inaccessibili ai più, ha aperto una porta che introduce al suo mondo immaginario, che però è l’immaginario di tanti, che però poi è anche parte del percepito, è parte e retrobottega di tutto quanto resista a cavallo fra la realtà e i sogni.

“Noi due siamo identici Simo!” mi diceva alla fine di certe serate abbracciandomi e baciandomi in bocca. Aveva una sensibilità inaudita e in me aveva forse percepito frammenti delle sue stesse debolezze, delle sue stesse paure. Mi ha aiutato in momenti difficili. Ha fatto sentire a casa me e la mia ragazza, i miei amici e chiunque portassi lassù. Qualcuno forse lo ha pure cacciato.

Una mia grande amica mi ha scritto ieri sera: “Me lo ricorderò sempre un abbraccio tra Voi due al Tamburo Battente, alla fine di una spensierata cena fra Amici. C’ero anch’io per fortuna. Come una fotografia”.

Ho passato la vita ad andare a trovare zio Gino ovunque si spostasse da un versante all’altro della campagna marchigiana, a cercare di capire e interpretare con calma i suoi quadri, che lui mi illustrava con vino e pazienza, con quel suo sguardo sornione e profondo. Era fissato con la luna le mani i sassofonisti i trombettisti gli oboisti i ciclisti i motociclisti e i piloti morti di morte violenta.

Zia Gina

E’ stato un punto di riferimento essenziale per me, le sue osterie erano luoghi di fuga, dimore prive di tempo, castelli diroccati dell’esistenza, luoghi di culto e piacere e parole confuse e sovrapposte fino a notte fonda. Lui sapeva riempire di sé quegli spazi, sapeva ricreare e rigenerare se stesso in ogni sua nuova collocazione, e quegli spazi erano vivi e pieni di Zio Gino.

Mio zio Gino era una poesia beat, e per quanto si definisse pigro, è stato sempre mosso da una profonda inquietudine creativa priva di punteggiatura, da una voglia di manipolare gli elementi e i colori e di piegarli ai propri scopi, di rappresentare le fantasie del bambino curioso che conservava dentro di sé.

Ha lasciato tracce di sé ovunque, tracce importanti, mai banali. Tracce indelebili di una vita vissuta senza risparmiarsi, senza esitare, senza mezze misure, senza cautela o prudenza alcune.

Sei stato il mio eroe, mi volevi bene senza tentennamenti e io ti chiamavo Zia perché ti piaceva troppo giocare a interpretare il ruolo della vecchia zia. Mi mancherai in un modo che non riesco a dire e cerco di immaginarti in questa canzone di Lou Reed, intento a tratteggiare nel tuo universo creativo questa ragazza dagli occhi blu, a liberare l’estro e sublimarne ogni sfumatura fino a trasferirla sull’ennesima, magnifica tela.

https://www.youtube.com/watch?v=KisHhIRihMY

Non ho la consolazione di chi ipotizza mondi paralleli, ma non riesco a non immaginarti a bordo di una Austin Healy cabrio verde scoperta anche quando fuori piove cogli occhiali scuri e i capelli al vento e tele appoggiate dietro alla rinfusa come le idee a sgommare via verso i mille tornanti delle campagne e della memoria “a sud di nessun nord per parlare con la luna”. Con quella risata eccezionale e piena e altisonante a riecheggiare in lontananza.

Un giorno riderò come te, lo so.

Ti amo Zia. Ti amerò sempre per sempre col cuore che picchia in petto come un tamburo battente

Blade runner 2049 – Holographic dreams

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Posted by osteriacinematografo in Blade runner, film, immagini, Poesie

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Fermo Immagine

FERMO IMMAGINE d’OSTERIA

Ana de Armas e Ryan Gosling - Blade runner 2049

Il sogno romantico di Joi e K

Happy birthday, Mr. Nicholson.

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Posted by osteriacinematografo in film, immagini, Poesie

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FERMO IMMAGINE

Jack Nicholson -Shining

Jack Nicholson (born April 22, 1937) on the “Shining” movie set

Man on the moon – R.E.M.

26 giovedì Nov 2015

Posted by osteriacinematografo in Poesie

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Sorgente: Man on the moon – R.E.M.

The man who sold the world – David Bowie

25 sabato Mag 2013

Posted by osteriacinematografo in Poesie

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Pensieri, Soundtrack

Soundtrack

 

RadiOsteria consiglia “The man who sold the world”, criptico e ammaliante brano scritto e interpretato dal Duca Bianco (The Thin White Duke) nel 1970. Il geniale  artista inglese prese spunto da un poema del 1899 di William Hughes Mearns (1875–1965), noto come  “Antigonish” o “The little man who wasn’t there”.

“Yesterday, upon the stair,
I met a man who wasn’t there
He wasn’t there again today
I wish, I wish he’d go away.”

I versi di Hughes Mearns ispirano palesemente Bowie, che plasmò l’incipit del brano sulla falsariga formale e concettuale creata dal poeta inglese. Nel pezzo domina il tema di un sdoppiamento probabilmente impercorribile. L’uomo osserva se stesso in un’atmosfera surreale,  il Dionisiaco si stupisce nel ritrovare in vita l’Apollineo, poichè viveva nella falsa illusione di essersene liberato.

David Bowie

The Thin White Duke

Ma gli istinti primordiali vengono irrimediabilmente ingabbiati dalle convenzioni sociali che l’uomo stesso costruisce ad hoc, in un gioco perverso ed autolesionista. L’inganno apollineo finisce così per imbrigliare il caos e l’istinto dionisiaci, e la natura umana tende in modo inevitabile a costruire una struttura di difesa all’apparente non-senso “naturale” della vita.

L’uomo di Bowie dapprima non riconosce se stesso forse a causa di quella Maschera Apollinea cucita su misura per  regolare ed “elevare” nella forma il caos dionisiaco, ma in seguito l’Io, apparentemente scisso dalla sua necessaria e forzosa metà regolatrice, diviene “Noi” nell’intenso e significativo finale del brano.

I searched for form and land, for years and years I roamed
I gazed a gazely stare at all the millions here
We must have died alone, a long long time ago
Who knows? not me
We never lost control
You’re face to face
With the Man who Sold the World

Tutto è connesso – Odissea nella Coscienza Unificata

11 lunedì Feb 2013

Posted by osteriacinematografo in film, Jung Carl Gustav, Lynch, David Keith, Morrison, James Douglas, Pensieri, Poesie

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Titoli di testa

L’Atlante delle Nuvole

Blade runner

“Il tempo e l’umanità sono attraversati da un solo respiro, da una sola anima che connette il destino di ciascuno di noi, tra passato, presente, futuro e post-futuro. La vita è un turbinio incessante di trasformazioni che fa diventare un assassino un eroe, e tutto è ispirato da una spinta al cambiamento, alla rivoluzione, alla crescita. Tutto è connesso.”

 

Cloud atlasDopo aver visto “Cloud Atlas” -film da cui tale frase è tratta- ho iniziato a pensare agli innumerevoli motivi di interesse che ne scaturiscono. Come la vita di ogni creatura è connessa all’altra, come ogni singola particella dell’universo è legata intrinsecamente all’altra, molti concetti che ispirano la mia visione della vita è profondamente connessa all’idea di fondo di “Cloud atlas”. Tenterò dunque di fornire un quadro dettagliato di questa “intuizione”, con l’ausilio di concetti  di varia natura e provenienza.

 

David LynchAnzitutto, in fase preliminare, riporto un breve brano tratto dal libro “In acque profonde” di David Lynch:

« Le idee sono simili a pesci, se vuoi prendere un pesce piccolo puoi restare nell’acqua bassa. 
Se vuoi prendere il pesce grosso devi scendere in acque profonde ».

Queste parole forniscono la chiave di lettura di “Cloud atlas” e un buon metodo d’approccio a tutto quanto si celi sotto la superficie “fisica” ed ingannevole delle cose. E’ necessario immergersi in profondità se si desidera comprendere il meccanismo che regola la coscienza e quindi la vita stessa.

Se non si compie un lavoro simile su se stessi, è del tutto inutile “immergersi” nelle acque di “Cloud atlas”.

Ma tutto nasce dal desiderio.

L’Odissea prosegue lungo la rotta segnata sull’Atlante delle Nuvole

 

Sfera di cristallo

26 mercoledì Dic 2012

Posted by osteriacinematografo in Poesie

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Poesie

Poesie d’Osteria

 

Nebbia densa, fittissima.

Nebbia che irride e ingabbia.

L’esosfera vibra e si dibatte,

scossa dal gesto inconsapevole di un bimbo.

Improvvisi e intermittenti  attimi di tetra opalescenza

mostrano i contorni incerti e furtivi dell’innocenza.

Immagini deformate penetrano pupille in iper-dilatazione.

Oblunghe sagome in movimento lento

offuscano la potenza percettiva dei teatranti.

Veli diafani a smorzare ogni respiro visivo.

Slanciate falangi agitano la volta del cristallo etereo

in brevi e perturbanti manovre ellittiche.

Lente smerigliata e fonte di speranza.

Via di fuga e terra di confine.

Allucinazione perversa.

La nebbia si espande,

invade ogni spazio,

penetra ossa e idee.

Nebbia dentro e nebbia fuori.

Un bimbo gioca e l’universo vacilla.

Un nastro rosa sventola e si tende nella brezza

come spiraglio a squarciare orizzontalmente

un cielo cosparso di minuti viaggiatori alati.

Inconsapevoli ballerini sincronizzati.

Ma il cielo non si vede Il cielo non c’è.

Dolci e affusolate appendici collinari si levano

come funghi nel ventre del sottobosco.

E costellano con tratto leggero e fluttuante

la linea immaginaria di una prospettiva senza fondo.

Il nastro si tramuta in occhio ripugnante.

L’occhio osserva L’occhio spia.

Sorge il sole Sorge il bambino.

Né cielo né terra.

La nebbia avvolge ogni cosa.

Tutto intorno regna l’ovattata densità della bruma.

C’è una strada dritta Una strada perduta.

E gli occhi rossi di una fiera d’acciaio a minare il cammino.

Spietati cacciatori d’uomini

attendono al varco i viandanti.

Il rosso s’infuoca in uno sguardo d’incendio ad alta definizione.

Vecchie chevrolet stridono e sbuffano,

zigzagando lungo un tracciato accidentale.

Dentro regna la spensieratezza.

Un verso agghiacciante, aspirato

provoca lo shock del fermo immagine.

La nebbia inghiotte ogni cosa.

Una nera galleria iperbolica procede in direzione opposta

spalancando fauci di drago.

Actarus guida la carovana in sospensione elettromagnetica.

I cosmonauti entrano nella galleria.

Spazio e tempo collassano.

Ma è soltanto un attimo

e la nebbia si dissolve.

E tutto è luce e cielo e sconfinate foreste d’argento.

E il sorriso di un bambino.

Ora la nebbia mostra la sua natura

di candida e ammaliante neve artificiale.

I soldatini di plastica non potevano sapere.

Il bimbo ripone la palla di vetro,

che tentenna e cade su un fianco,

fra balocchi d’ogni epoca e un trenino rosso che va,

in un moto elettrico e circolare

che batte il tempo immacolato dell’infanzia e dell’eternità.

 

 

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