“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” Italo Calvino – Le città invisibili.

Sarebbe banale e riduttivo definire “Blade runner 2049” un sequel. Ovvio che Villeneuve prenda spunto dal capolavoro di Ridley Scott, e gli renda omaggio a più riprese, ma questa è un’opera a sé stante. L’agente speciale K (il rimando a Josef K, il protagonista de “Il processo” di Kafka è fin troppo evidente) è il cacciatore incaricato di ritirare vecchi modelli dissidenti. Modello Nexus 9, K è un replicante di ultima generazione dotato di maggior disciplina e obbedienza rispetto ai precedenti.

Lo sguardo profondo ed esteso sul futuro di Villeneuve regala un universo ipnotico, claustrofobico, senza via d’uscita. I tempi flemmatici del montaggio si traducono in scene lunghissime e penetranti, incessantemente avide di dettagli. L’aspetto ambientale pesa nella realizzazione dei set (costruiti interamente a mano, senza alcun supporto digitale): a causa del collasso irreversibile dell’ecosistema, il pianeta è inospitale, il clima freddo, la vegetazione pressoché scomparsa sotto piogge acide battenti, mentre gli oceani sono arginati da enormi dighe che segnano i confini delle città.

Questo 2049 è anche il prodotto di un black out di proporzioni immani, che ha segnato la fine dell’era digitale e il ritorno all’analogico: il passato non è più tracciabile, ogni dato è andato perduto e il protagonista si muove e indaga come un detective rétro in cerca di indizi tangibili, così come avviene all’inizio del film: in una fattoria immersa nelle dilaganti distese di colture sintetiche, l’agente K rinviene un replicante in incognito e un segreto che potrebbe rivoluzionare il rapporto fra esseri umani e lavori in pelle.
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La Los Angeles distopica di Villeneuve è più cupa di quella di Scott: una metropoli in procinto di collassare su se stessa come una delle città invisibili di Calvino, un agglomerato urbano tentacolare e soffocante, infinito e privo di logica, in cui moltitudini di individui solitari si mescolano nel caos. Esseri umani e artificiali perdono i loro tratti distintivi. Quella in cui si muove l’agente K è una città senza speranza.

Neander Wallace (un mefistofelico Jared Leto) è il folle dio della robotica che ha rilevato la Tyrell Corporation e concepito l’ultima generazione di replicanti. Wallace è ossessionato dall’utopia di perfezionare le sue creature fino a raggiungere l’inconcepibile.“L’umanità non può sopravvivere. I replicanti sono il futuro della specie. Ma non posso crearne di più”. Il suo è un potere ultraterreno, la sua forza ineluttabile, il suo sguardo onnivoro controlla ogni cosa anche attraverso Luv, il suo factotum sintetico. La coppia si muove in un mondo a se stante, un dedalo percorso da superfici levigate e geometriche, una sequenza ammaliante di ambienti fluidi e ambrati, pervasi da un chiaroscuro intermittente che produce giochi di luce ed ombra sulle silhouette di Luv e Neander: i due emergono oniricamente da quelle scenografie con cui poi tornano a fondersi e confondersi.

L’azione di Blade runner 2049, rispetto al film del 1982, non rimane “intrappolata” nella fitta e intricata rete di L.A., ma si sposta negli spazi aperti e desolati della California: attraverso i tragitti aerei di K osserviamo la successione infinita di serre destinate alla coltivazione; le mastodontiche discariche digitali di San Diego, dimora di reietti e orde di bimbi ridotti in schiavitù; le rovine di una Los Angeles post-apocalittica, in cui la fotografia di Roger Deakins raggiunge il suo apice espressivo: fra statue spettrali e monumenti titanici al collasso, le tonalità giallo-oro dell’ocra delineano atmosfere rarefatte e sulfuree tipiche di un paesaggio infernale di J.G. Ballard.

L’inversione di ruoli fra uomini e macchine è palese, e mentre i primi sembrano aver smarrito ogni parvenza di umanità, i rari frammenti di Pietas scaturiscono invece dall’entità olografica che addolcisce la solitudine di K in una condivisione che somiglia all’amore: Joi mostra persino empatia nei confronti di K, tanto da sfidare la sua ingenita inconsistenza corporea per soddisfarne ogni brama; tanto da scegliere la via della mortalità, pur di non tradire il suo sogno romantico.

La crisi interiore di K è la vera protagonista del film, una crisi di identità profonda che gli regala una consapevolezza che prima lo solleva dall’anonimato di un’esistenza in serie e poi lo getta negli abissi di una verità estenuante. K viene usato da tutte le parti in gioco, prima come escamotage artificiale e poi come strumento di ricerca e distruzione. E infine volge in una dimensione senza collocazione, e per quanto sia consapevole della sua natura, decide di schierarsi. K decide di non accettare l’inferno, decide di “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Il film di Villeneuve non ha la carica struggente e poetica di Blade runner, ma nasconde un interrogativo ancor più profondo, l’antico dilemma sulla natura umana: cosa ci distingue dal resto dei viventi? Cosa ci rende speciali? Il regista canadese sceglie una via tortuosa per raccontare il miraggio della vita e del tempo. Ogni scena del film è intrisa delle note elettroniche di Benjamin Wallfisch e Hans Zimmer: il moto ondivago della colonna sonora si insinua a tal punto nella struttura dell’opera da scardinare l’anima del protagonista, da incarnarne il respiro e ogni sfumatura emotiva. Ryan Gosling interpreta con disinvoltura tutte le tonalità espressive che intercorrono fra l’imperturbabile posa del cyborg e i più viscerali risvolti delle esternazioni umane.
“La vita degli androidi è sogno” – scriveva Philip Dick nel 1968 nel suo “Do androids dream of electric sheep?”, romanzo che ha ispirato prima Ridley Scott e poi Denis Villeneuve: in effetti è un sogno a regalare a K l’illusione di essere umano o di essere comunque speciale. Forse anche la vita degli uomini è così. Forse ogni uomo ambisce disperatamente ad essere speciale. Forse tutto questo è un sogno. “Soltanto” un sogno.