LA PELLE CHE ABITO – Pedro Almodovar

Il film di Almodòvar narra le vicende di Robert Ledgard, chirurgo estetico di successo e all’avanguardia, forse troppo all’avanguardia. Ledgard ha perso la moglie in circostanze drammatiche, dopo un incidente automobilistico da cui venne tratta miracolosamente in salvo, carbonizzata nei lineamenti e sfigurata nell’anima.

Il medico sviluppa così ossessivamente l’idea di costruire una pelle sostitutiva e più resistente al calore di quella umana; sperimentando, trova nella pelle dei suini quella compatibilità coi tessuti umani di cui necessita. A quel punto gli manca una cavia, e ne trova una nel presunto stupratore di sua figlia, una ragazza malata e profondamente instabile, che in breve lascerà anch’essa le spoglie mortali, segnata dal perverso pensiero che fosse stato il padre a molestarla.

Ledgard/Frankenstein non si accontenta però di cambiar pelle al malcapitato Vicente, ma ne muta sesso e connotati, fino a modellarlo sui lineamenti della moglie perduta, fino a farlo diventare Vera.

Banderas è perfetto nel ruolo dell’irreprensibile chirurgo dalla doppia pelle: in realtà Ledgard è un folle maniaco che asseconda se stesso con la rassicurazione auto referenziata della professione medica; la sua casa/laboratorio, al tempo stesso prigione e museo, è il luogo in cui si trasforma nello scienziato pazzo cui tutto è concesso, è il luogo in cui la sua creatura si forma, cresce e si sviluppa; è poi l’ambiente in cui si muove la madre Marilia, governante e carceriera di Vera, complice del figlio anche nella pazzia sperimentatrice, vissuta con asettica naturalezza ed estrema lucidità.

Il delirio conduce il protagonista a ricreare l’involucro di chi non c’è più, a trovare conforto visivo ed eccitazione nell’estetica di un corpo che in realtà contiene un’altra persona; Ledgard si prende cura del benessere di quel corpo, senza considerare -dimenticandosene quasi- il ragazzo che in esso albergava; Vicente, dal canto suo, è intrappolato in una cella che non è la sua, ma è sempre vigile e presente, come un’ombra vacua, dietro occhi inquieti e spaventati: mentre Vera regala esteriormente sguardi di compiacimento, Vicente continua a guardarsi dentro, a osservarsi, laddove nessuno può inserire bisturi o intervenire chirurgicamente.

L’opera è ricca di simbolismi, come spesso accade nelle opere del regista spagnolo, e occorre fare uno sforzo di fantasia per andare oltre il contesto di superficie. I personaggi, in tal caso, somigliano a caricature uscite da una storia a fumetti: sono esagerati, esasperati, quasi eroici nelle loro caratteristiche, e le atmosfere e le ambientazioni -altrettanto accentuate- accompagnano questa sensazione, grazie a una costruzione scenica che oscilla fra realtà e immaginazione.

La casa/laboratorio -ad esempio- è la mente stessa di Ledgard, con quella serie di porte candide che nascondono e incastrano e rivelano la logica del mostro; è un labirinto perverso costruito anch’esso in modo chirurgico, è il sotterraneo di un Batman malvagio.

Una maschera interessante è poi quella del malfattore Zeca, che nelle sembianze di tigre rappresenta una specie di interferenza, atta a rompere visivamente l’impianto perfetto e schematico della casa di Ledgard, e a dissestare in modo definitivo gli equilibri sottili di un gioco a tre morboso e inquietante.

Ottimi i primi piani sui particolari della sala operatoria, sui ferri del mestiere, lindi e scintillanti, e sulle manie chirurgiche e di perfezione di un uomo solo e malato, che tramuta la propria scienza in forma artistica, che sfoga il dolore sulla pelle di un giocattolo che si rivela mortale.

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