Nonna Jole

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A Luca, Marco, Matteo e alla loro famiglia

L’amicizia è una cosa seria, e, quando ne parlo, ne parlo in senso stretto e in termini estremamente severi. Ciò premesso, ho pochi amici, ma sono degli ottimi amici, che non faccio alcuna fatica a definire fratelli. Il fatto curioso è che, anche quando non li vedo, penso a loro come se fossero realmente miei fratelli, con tutte le implicazioni del caso. Luca è uno dei miei amici più cari, un vero compagno di giochi, avventure e pazzie da più di vent’anni, e probabilmente poche persone mi conoscono come mi conosce lui. E Nonna Jole è la nonna di Luca (e non solo).

Jole ha ospitato per anni me e tutti gli amici di Luca a casa sua, con pazienza, generosità e discrezione. Ci capitava di andare nella taverna di Jole soprattutto nelle serate invernali, quando il freddo si faceva sentire. Sono stati anni fantastici, anni leggeri, anni che non sarebbero stati gli stessi senza quel rifugio così caldo e accogliente, che ben rappresenta, a livello iconografico, la nostra vita di allora.

La storia nostra e di Nonna Jole prosegue lungo la via della memoria

Un anno di Osteriacinematografo

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Pensiero Celebrativo d’Osteria

Era il 6 novembre 2011 quando iniziai, un po’ per gioco e un po’ per merito dell’Ostessa, a costruire Osteriacinematografo. Se ne deduce come sia passato già (o soltanto) un anno dalla creazione di questo spazio. Un anno è molto tempo. Un anno è pochissimo tempo. Trovo la mia creatura niente affatto invecchiata. Ora è viva e articolata, e densa d’innumerevoli spunti che affiorano in superficie dai più disparati e remoti recessi d’Osteria. Osteriacinematografo è un mio modo di essere e di comunicare, un modo che si fa largo a suon d’immagini e parole, attraverso i linguaggi artistici del cinema, della letteratura, della pittura, della fotografia e della musica, un modo recepito da migliaia di persone in gran parte del globo. Ringrazio sentitamente chiunque abbia speso anche solo pochi istanti del proprio tempo per passare da queste parti, perchè amo questo luogo e gli stimoli che mi offre quotidianamente.

 

Il mio blog è stato visualizzato in più di 60 Paesi, di cui ho l’onore di fornire un elenco dettagliato, oltre alla mappa che rappresenta fedelmente la porzione di pianeta che Osteriacinematografo è riuscita a raggiungere (o infettare, che dir si voglia), superando di gran lunga le più rosee aspettative del sottoscritto. Grazie davvero da un Oste commosso.

Post Scriptum: La cantina è piena di vino nuovo, ma anche di rari distillati che ho lasciato invecchiare a mio e vostro pro.

 

Qui di seguito la gustosa lista:

Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bosnia ed Erzegovina, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cipro, Colombia, Croazia, Danimarca, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Federazione Russa, Filippine, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Giappone, Grecia, India, Indonesia, Islanda, Italia, Kenya, Libano, Lussemburgo, Malesia, Marocco, Messico, Mongolia, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Paraguay, Perù, Polonia, Portogallo, Porto Rico,  Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Singapore, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Taiwan, Thailandia, Tunisia, Turchia, Ucraina, Uganda, Venezuela.

Amalgama – Epilogo (Il Solvente)

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Stralunati Pensieri d’Osteria

 

Sono forse  le parole a diluire il pensiero,

così come il solvente fluidifica i colori?

O forse il linguaggio è una sorta d’imposizione,

di statizzazione forzosa delle idee?

L’arte imprigiona o libera il pensiero?

Toglie le catene a ciò che altrimenti rimarrebbe inespresso,

nell’atto di render visibile l’invisibile?

O forse le idee smarriscono purezza e autenticità nella trasposizione artistica,

finendo imprigionate nel carcere del tangibile?

Catturare l’essenza, intercettare il piano sottile,

questa è la chiave, il passo fondamentale.

Urgono ardue e delicate acrobazie per scovare la giusta dose di cura.

Un eccesso di zelo ed elaborazione conduce ad artificiose pomposità,

che aggiungono inutili sovrastrutture ai parti curvilinei del pensiero.

Una carenza di cura può d’altro canto condurre a un prodotto superficiale e scevro di significato.

La calibrazione degli ingredienti traspositivi è forse lo strumento utile

acchè  l’arte si tramuti in illuminazione.

La giusta dose identifica il Solvente,

la sostanza da taglio, il Lasciapassare,

la dissestata carrettiera che conduce al Grande Varco,

la via che consenta alla Spezia di sgorgare nella sua Perfetta Configurazione.

Le endorfine, le fucine del benessere,

la primordiale e rovente Sala Macchine.

Il Solvente, l’Ignoto Ingrediente, lo strumento, l’uomo.

Forse l’uomo stesso è il Solvente,

Paul Atreides, il Quizas Aderach,

lo strumento in pelle attraverso cui la Spezia aderisce alla realtà.

Amalgama – Prologo

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Poesie d’Osteria

Tutto ha inizio come fosse un’urgenza.

Un impulso irrefrenabile che non si placa.

Una deformazione congenita che alimenta la tempesta dei sensi.

La concatenazione elettrica delle idee.

L’ineluttabilità ontologica della creazione.

Tracce sparse di concetti in successione casuale.

L’acqua come elemento di riferimento.

L’inganno in embrione di un romanzo che è il pensiero stesso.

L’allestimento teatrale di una procedura non protocollata.

Parole e colori e immagini come ingredienti universali.

Immacolati tessuti bianchi da colmare senza risparmiarsi.

E Mai, e Sempre.

La porpora d’un vecchio sipario si posa sul palcoscenico dell’improvvisazione.

Una sfibrata ragnatela d’argento vibra al vibrare del vento.

E trame a intercettare orditi

fra i risvolti cromatici della produzione artistica.

Il letto di un fiume in piena.

Gli argini che cedono.

La furente e cristallina esondazione acquatica.

Sinuosità d’anse e sensuali natiche.

Il danzante e morbido defluire delle idee.

Sabbie mobili e smottamenti interpretativi ad insidiare il convoglio.

E a ritroso, le mutevoli e candide scorciatoie erosive del ripensamento.

Nella mente,

 pensieri e parole conglobano e fondono,

 fino ad esplodere nel fragore di forme artistiche casuali.

The Nightmare before Christmas – Reloaded

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Il Precipizio

 

Fuori.

Braccato, inseguito.

Sottobraccio e a tracolla,

vecchie valigie sgangherate.

E uno spago sfibrato a correre tutto intorno,

ad assicurare il carico e a consumare il sottile strato di pelle di palpebra,

come il forcipe di luce che appena nato mi accecò, tramutandomi in Willy l’Orbo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dentro il bagaglio:

Schizzi Sgorbi Versi Frizzi e Lazzi

Una nota presa da ragazzino

Un’ampolla d’Inchiostro Blu

Le balle di Bloom

Kyashan, il mio alter ego androide

Le porte della percezione

La sposa cadavere

Il Santo Graal

Il fascicolo contenente la lettera i

L’ascensore aereo di Willy Wonka

Un tamburo di latta rossa

La pillola rossa, e quella blu.

Il 33 giri col sorriso amaro e dissolto di Jim

Un b-movie di Ed Wood

La paura di far paura a qualcuno, nelle notti complici e profonde

Un mangianastri color arancio

Una bottiglia di gazzosa GB

La sensazione che tutto vada bene

E alcune vecchie pellicole di famiglia, protette dalla coltre spessa e ingiallita del tempo.

 

Metto in Scena la mia fuga.

Io che rappresento uno sparuto drappello d’idee,

grazie a una strampalata ed arcana procura speciale.

Un Gilliamiano con tendenze al Burtonismo in pieno deserto rosso.

Scappo dall’anticamera di una lavanderia verde pisello che mi apparve in sogno.

E’ solo un sogno, è soltanto un sogno.                                                                  
Il Sogno Cinematografico e Citazionista prosegue in FilmOsteria

La poetica di Michael Mann

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Pensieri d’Osteria

 

A Lucio, Amico e Cinefilo

 

 

Michael Mann è l’autore di un bel film del 1995, intitolato “Heat – La sfida”, in cui il cacciatore Pacino insegue la preda De Niro in un duello che è psicologico prima ancora che fisico, nonostante i risvolti estremamente tangibili della disputa, fatta di inseguimenti, pedinamenti e drammatiche sparatorie. E’ una caccia lunga e sfiancante, che si sviluppa senza soluzione di continuità lungo un percorso cinematografico lungo quasi tre ore..

 

 

A un certo punto della storia, il cacciatore sembra aver mollato la presa, non crederci più, e gradualmente affievolisce l’intensità del suo inseguimento, fino a dare la sensazione di arrendersi. Inoltre un dramma personale e improvviso lo travolge e allontana ulteriormente dalla sua personale ossessione.

La preda pare salva, al sicuro. E’ in auto con la donna che ha deciso improvvisamente di amare, e un aereo lo attende per la fuga definitiva in Nuova Zelanda. Ma sono sufficienti un nome e un indirizzo, suggeriti da un amico sotto forma di spietato e gratuito assist telefonico, a minare le nuove sicurezze che l’uomo ha maturato: c’è un cerchio da chiudere, una vendetta da compiere, una missione da terminare.

L’inevitabile deviazione verso l’abisso fornisce l’ultima occasione ai duellanti, il passo finale di un balletto d’ombre fra gli altalenanti e mortali bagliori dell’aeroporto di Los Angeles

Il poliziotto e il malvivente sono identici in questa rappresentazione cinematografica, tanto che il primo par inseguire se stesso, così come, simmetricamente, la preda sembra scappare dalla sua proiezione: il loro destino è quella strada che percorrono in parallelo, separati soltanto da un guardrail impercettibile, lungo il quale giustizia e ingiustizia si mescolano fino a smarrire le rispettive connotazioni. I loro interlocutori e l’ambiente in cui si muovono sono gli stessi, e la sfida si produce sullo stesso terreno, con le stesse armi e metodologie d’azione, perché il loro è un gioco al massacro in compartecipazione, i cui contendenti sono forze uguali ma di segno opposto, che si avvicendano sulla scena come le facce di una monetina in eterna ed irrefrenabile oscillazione.

Cacciatore e preda non riescono, pur volendo, ad allontanarsi dalle proprie inclinazioni naturali: curano ogni dettaglio dei rispettivi mestieri in modo maniacale, aderendo scrupolosamente ai rispettivi ruoli, indossando con disinvoltura le maschere dello sbirro e del criminale, come se queste rappresentassero la loro essenza più intima; entrambi antepongono il lavoro a tutto il resto, entrambi studiano con perizia ogni particolare, entrambi agiscono con lungimiranza e cautela, e si muovono con passo leggero su una scacchiera che è la vita stessa, in fremente attesa di una nuova mossa, e dell’ennesima contromisura da adottare.

I duellanti si somigliano, si riconoscono, si rivedono l’uno nell’altro, tanto da instaurare un rapporto di profonda e reciproca ammirazione, ma il gioco è spietato, ed esige un vincitore e un vinto. Qualcuno deve perdere, ma la vittoria è dolorosa quanto la sconfitta, e nel finale le mani dei protagonisti si stringono a testimoniare il rispetto e la lealtà di un duello estremo ma cavalleresco.

Continuo a non condividere la sfrenata passione di Mann per le cascate di piombo e pallottole, ma devo riconoscere di aver intuito e (forse e finalmente) compreso, dopo numerosi tentativi, quella che il mio amico Lucio si ostina a definire da anni “la Poetica Manniana”.

Gilles Villeneuve – L’Aviateur

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Cronache e Storie d’Osteria

 

Alcuni anni fa, Enzo Ferrari disse: “Quando mi guardo indietro, vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve”. Il Drake amava Gilles come si può amare un figlio.

Capita a tutti di guardarsi indietro, e di fare un bilancio sulle persone: chi è stato più o meno importante, chi ha significato qualcosa, chi ci ha fatto in qualche modo sognare, chi non si può in nessun modo dimenticare.

Gilles è stato uno degli eroi della mia infanzia. Sapete quel modo che hanno i bambini di vedere le cose, quel modo che poi si ricorda proprio come fosse un sogno, con i contorni mal definiti e una forma ellittica, quasi impalpabile?  Io mi ricordo così di Gilles Villeneuve, quasi fosse l’eroe di un film d’avventura, e così a tratti mi sembra vero e a tratti no, per quanto ho mitizzato lui e il suo ricordo, per quanto egli faccia parte da sempre del mio immaginario.

Gilles l’aviatore, o l’acrobata, come lo definì il suo amico e rivale Renè Arnoux, Gilles l’eroe romantico e spericolato, che prese il posto di Niki Lauda in Ferrari sul finire del campionato di formula uno del 1977. Da quanto mi hanno raccontato, pare che “Nicco Lauda” fosse una delle prime parole strane da me proferita, e ciò non mi sorprende, visto che le automobili a casa mia la facevano da padrone.

Ricordo macchine di ogni tipo: una Maserati biturbo blu notte, alcune vecchie Porsche 911 e Ferrari GTO, l’Austin Healey, una fantastica Morgan bianca con una sorta di cinta in pelle sul cofano, una Jaguar E-Type bianca, la mitica Nissan Datsun 240Z (in cui forse sono nato), una Jeep Laredo Golden Eagle, una De Tomaso Pantera, una delle prime Nissan Patrol (cui ero particolarmente affezionato), ricordo una magnifica Renault Alpine blu elettrico, ma soprattutto una Lotus Seven bianca con cui spesso io e mio padre andavamo a divertirci la domenica mattina; all’epoca avevo un casco nero e la divisa originale della Ferrari, ed ero convinto di essere Gilles Villeneuve, anche se al volante non potevo esserci io, per forza di cose.

 

Gilles Villeneuve mi è piaciuto sin dal primo momento: aveva un’aria un po’ svagata, un velo malinconico disteso sugli occhi, e sembrava essere costantemente Altrove; Gilles aveva la sfrontatezza dei Guasconi e un sorriso dolceamaro che conquistava tutti. Ma soprattutto Villeneuve era un pilota eccezionale, uno che arrivava sempre al limite, che non alzava mai il pedale dall’acceleratore: per tutti questi motivi, in poco tempo conquistò l’amore e la passione di tantissimi tifosi, che lo seguivano come un idolo assoluto, nonostante poi non abbia avuto i risultati sportivi che meritava.  Ma, come disse Juan Manuel Fangio di lui: “Gilles Villeneuve non correva per finire la gara. Non correva per i punti. Lui correva per vincere. Era piccolo di statura, ma era un gigante” .

Un personaggio del genere non può passare inosservato, non può lasciare indifferenti, perché in pista era una furia, e finiva ogni gara con la sua Ferrari piuttosto malconcia. Ricordo come fosse ieri la volta in cui riprese a correre dopo aver perso completamente uno pneumatico: proseguì il giro su tre ruote, finchè il cerchione e la sospensione cedettero; Gilles continuò lo stesso a spingere con la Ferrari numero dodici che andava di traverso, arrivando ai box con la parte posteriore della vettura divelta e scintille che sembravano fuochi d’artificio. Per colpa di quell’avventatezza, perse il mondiale, ma conquisto la gente per il suo stile di guida spericolato, per la sua geniale “follia” al volante.

 

E ricordo ancora meglio il suo duello con Arnoux nel Gp di Francia del 1979 (avevo solo quattro anni, quindi forse è uno dei miei primi ricordi in assoluto): Gilles sembrava un tarantolato , e il suo avversario non era da meno (la Renault fra l’altro viveva anni d’oro), e i due si sorpassarono fino a toccarsi più volte, fino a rischiare tutto, con mezzi che non avevano di certo le misure di sicurezza che hanno le auto moderne. Alla fine la spuntò Villeneuve, e quel duello viene ricordato ancora oggi come uno dei più appassionanti della Formula Uno di sempre.

 

Sopraggiunse poi la rivalità col suo compagno di squadra Pironì, e lo smacco di Imola, col sorpasso sleale di Didier, e poi il Gp successivo a Zolder, in Belgio, e la voglia di Gilles di riacciuffare l’antagonista, una voglia matta, incontrollabile, che lo spinge a tentare un giro eccezionale nella qualifiche: la sua Ferrari esce velocissima in curva, ma sulla stessa maledetta curva procede lentamente la March di Jochen Mass; è un attimo, un millesimo di secondo, un’incomprensione, il contatto è inevitabile, la March è un trampolino di lancio per Gilles, che vola con la sua Ferrari che si disintegra, e viene disarcionato, e il suo corpo si libra e volteggia fra le macerie, compiendo movimenti innaturali, per finire poi la sua corsa e la vita stessa a bordo pista.

Gilles muore l’otto maggio 1982. Avevo compiuto 7 anni da tre giorni, e da quel giorno non ho mai avuto dubbi: Gilles Villeneuve, vinse pochi Gran premi e nemmeno un mondiale, ma per me rimarrà per sempre il più grande pilota automobilistico di tutti i tempi; e un eroe nel senso romantico del termine, un eroe indimenticabile, che mi ha insegnato la follia, il coraggio, il desiderio di sognare.

“Non c’è alcun dubbio, Gilles era straordinariamente coraggioso. Era il più gran bastardo contro cui si potesse correre e che io abbia mai conosciuto, ma era assolutamente leale. Un pilota grandissimo” (Keke Rosberg)

 

Il cavaliere oscuro – Il ritorno

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FilmOsteria

L’ultimo capitolo della trilogia di Nolan dedicata a Batman si dimostra all’altezza dei primi due episodi. Il lavoro del regista inglese procede sulla falsariga delle opere precedenti, con una serie di immagini imponenti e potentissime a scandire i contorni di una storia che travolge e cattura lo spettatore per quasi tre ore.

Sono passati otto anni, e Gotham City, lugubre e cadente specchio della società odierna, vive una fase di tregua apparente, benché lo status quo affondi le sue radici da un lato sulla beatificazione del falso eroe Harvey Dent e del decreto anti-corruzione che porta il suo nome, dall’altro sulla condanna di Batman, il mostro scomparso nel nulla con l’accusa dell’omicidio di Dent.  Gotham pone quindi le sue basi sulla menzogna e sulla messa in scena, strumenti utilizzati per fornire ai cittadini un idolo da seguire come idea di bene assoluto, e un colpevole mascherato da additare come capro espiatorio universale. Il commissario Jim Gordon è l’uomo cui vengono affidati la dolorosa verità  e tutto il peso che la stessa comporta: egli vive il travaglio di un senso di colpa che lo logora e attanaglia, ma tace per non compromettere il sottile equilibrio di Gotham.

Nel frattempo Bruce Wayne è divenuto il pallido riflesso dell’uomo brillante che era in passato, e vive nell’isolamento del suo palazzo, distante dalla città e dalla gestione della Wayne Corporation, che lentamente si sgretola e cede senza difese all’assalto di speculatori senza scrupoli, che si riveleranno poi i meri burattini di un meccanismo assai complesso.

Il grande burattinaio ha le sembianze di Bane (Tom Hardy) , un uomo forgiato nell’odio e nella sofferenza, in un turbine di violenze e torture inaudite che ne hanno temprato lo spirito.  Bane si presenta a Gotham come la chiave per rovesciare l’ordine costituito e il regime di privilegi cristallizzati; fornendo ai cittadini l’infida illusione della rivoluzione e di una società più equa, instaura un regime di terrore e violenza senza precedenti, paralizzando ogni possibile controffensiva grazie a un sofisticato e subdolo ricatto di massa.

L’arrivo di Bane costringe Bruce Wayne a indossare di nuovo la sua maschera, ma Batman, debilitato nel corpo e nell’anima,  sottovaluta la ferocia e la determinazione del suo antagonista: Bane non conosce la paura, e la sua forza è un liquido nero e densissimo che riempie inesorabilmente ogni possibile anfratto della coscienza, fino a colmare tutto lo spazio fisico disponibile; Bane è il male stesso, è l’esecutore materiale di un credo, la mano armata di una fede cieca, in nome della quale annienta Batman e lo costringe all’esilio nelle prigioni in cui egli stesso nacque: in quel luogo dimenticato, Wayne avrà modo di ricostruirsi, di rinascere (“The dark knight rises“- recita il titolo originale del film) nella stessa violenza che aveva cullato Bane:  il cavaliere oscuro risorgerà dalle ceneri dei propri convincimenti, dopo aver recuperato la paura di morire, e di riflesso l’amore per la vita.

Il Bene e il Male proseguono la loro eterna lotta in “FilmOsteria”

Central Park

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Il Precipizio

In questi giorni, o forse è meglio dire in queste notti, sto leggendo un romanzo di Paul Auster, intitolato “Moon Palace”. Il romanzo narra la storia di un newyorkese, tale Marco Stanley Fogg, che, dopo la morte dello zio, inizia gradualmente a disinteressarsi della propria vita, a spogliarsi di tutto, persino di  se stesso, fino a sprofondare nell’inedia assoluta. Marco si mantiene vendendo i libri ereditati dallo zio, libri di cui si nutre intellettualmente, prima di disfarsene. Non appena termina di leggere e poi cedere gli ultimi volumi, il giovane lascia la propria abitazione, e finisce in strada. Il suo nuovo e improvvisato giaciglio si trova in un punto imprecisato di Central Park, dove trova un dolce e pacifico ristoro che lo isola e preserva dalla città e dagli uomini. In quel luogo tutto è diverso, se pur la metropoli pulsi e si snodi a ridosso del parco.

Il parco divenne un rifugio, un ricovero nell’intimità a confronto con le stridenti pretese della strada … Per strada tutto è fisicità e confusione: piaccia o meno, non ci si può inoltrare senza aderire a un rigido canone di norme di comportamento … Se ci si attiene alle regole del gioco, di norma si viene ignorati. I newyorkesi che girano per le strade portano stesa sullo sguardo una particolare fissità vitrea, una forma naturale e forse necessaria di indifferenza nei confronti degli altri … L’aspetto, per esempio, non conta nulla. E’ al contrario della massima importanza il modo in cui ci si contiene sotto il vestito. Gesti imprevedibili di qualsiasi tipo vengono automaticamente considerati una minaccia … Per  contrasto, in Central Park la vita consentiva una gamma assai più ampia di variabili. Nessuno aveva niente da dire se uno si  stendeva sull’erba e si metteva a dormire in pieno giorno.”

La riflessione a cavallo fra parco e città prosegue ne “Il Precipizio”