Hunger

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FilmOsteria

Irlanda del nord, anni 70. Margaret Thatcher, primo ministro d’Inghilterra, ha abolito lo status di prigioniero politico, e i detenuti appartenenti all’IRA debbono sottostare al regime carcerario ordinario, subendo la sorte e la destinazione dei criminali comuni.

 

In seguito a tal decisione, i membri della resistenza armata irlandese detenuti a Long Kesh –più noto come Maze (Labirinto)- decisero così di porre in essere una serie di atti di protesta eclatanti: nel 1976 diedero  vita alla protesta delle coperte (blanket protest), rifiutando di indossare l’uniforme carceraria ;  nel 1978 procedettero alla “protesta dello sporco “ (dirty protest), una sorta di sciopero dell’igiene in base al quale i detenuti rifiutavano ogni forma di pulizia, imbrattando i muri coi propri escrementi e inondando d’urina i corridoi.

 

Dopo alcuni anni trascorsi in carcere in condizioni disumane, i paramilitari dell’IRA, nel 1980, intrapresero il primo sciopero della fame, durato quasi due mesi, fino al momento in cui il governo inglese promise rapidi cambiamenti del loro regime carcerario. Ciò non avvenne mai,  e Bobby Sands, divenuto ufficiale comandante dell’IRA a Long Kesh, il primo marzo del  1981, iniziò uno sciopero della fame che lo condusse alla morte, poco più di due mesi dopo. Entro l’agosto di quello stesso anno, morirono in modo analogo altri nove militanti dell’IRA detenuti a Maze.

 

Il film del regista inglese Steve McQueen si rivela un esercizio estetico di puro cinema: mostra la realtà senza filtro e senza artifici di sorta, rifiutandosi di raccontare in modo canonico. Le parole non servono, o ne servono poche per mostrare lo squallore e la crudezza della realtà carceraria, che qui si rivela in una nera magnificenza che diviene spirale di morte.

La lenta agonia di Bobby Sands prosegue in FilmOsteria

Festa di compleanno

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Poesie d’Osteria

 

Il portone antico

Un materasso abbandonato

Tavole di legno in cerca d’istruzioni

Una vecchia bici

L’esile telaio cigola e si protende verso l’esterno

Osteriacinematografo su sfondo ocra

Il giardino delle primizie

 

Una tempesta verde e silenziosa

gioca a nascondino a ridosso del centro storico

Le rose esplose e i papaveri in cerca di vie di fuga aerea

Albicocche acerbe a frastagliare le fronde d’un mare alberato

Un fico costeggia il manto erboso e dona intimità alla festicciola

L’ulivo attira e protegge gli invitati

La variegata emersione

L’azione floreale diversiva

La mutazione simultanea al principio di maggio

 

Come fiori e germogli,

le persone si propagano arrendevolmente

I bambini inventano nuovi giochi

La natura offre loro un passaggio segreto

Una porta spalancata sulle fantasie di chi sa sognare

Desueti scheletri da picnic costellano un cielo terra

Il fitto fogliame funge da copertura immaginaria

Una radio d’epoca emette suoni stralunati

Vassoi multicolore e regali da scartare

Calzature alate tramutano l’uomo in Mercurio

L’Africa e Lynch offerti in sacrificio concettuale

L’allegrezza del convivio

 

E’ una sagra di paese

Il paese delle persone amate

Gabry emana serenità dalla sua custodia immacolata

Elena corre spensierata

Ale contribuisce con grazia alla mescita del vino

La sua prima mescita

Il villaggio inventato accoglie una fauna policroma

Bimbi e gravidanze

Uomini e donne

Orsi e trampolieri

Equilibristi e bevitori

Urlatori e saltimbanchi

Erbivori e grandi predatori

 

Nel giardino il tempo scorre lento e poi a ritroso

E’ una riscoperta

Un luogo prezioso in cui dilaga la semplicità

Il benessere di prendersi un’era minuta priva d’affanni

Di liberare pensieri e parole

Di vivere il momento

La Beata Parentesi

La fine del caos

L’ecosostenibilità dei passi e dei movimenti

Il giardino casa dei nostri amici cani

 

Il risveglio dei sensi

Nettare da sorseggiare

Occhi per guardare

Uno specchio per riflettere

Il disegno soffice di una lampada improvvisata

 

Ma scende la sera

E la luce del vicino è sempre più verde

Il nutrito drappello si propaga in armonia

L’armonia è poter dire o tacere all’occorrenza

Nella stessa armonia il convivio si scioglie

La festa finisce

In bocca il sapore indelebile degli amici di sempre

In mente la tenue dolcezza di un giorno da ricordare.

 

 

 

Sotto l’ulivo

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Piccole Poesie d’Osteria

Il rumore di un clacson, il cancello che si apre

E oltre il cancello, l’Eden

Oltre le porte di una percezione scollinata

La giungla dei ricordi memorabili

Incontri casuali ed altri mancati

E racconti stesi al sole ad asciugare

E storie ripetute fino a prender consistenza

Storie spassose che non muoiono mai

Un braciere centripeto a far da perno universale

E ombre sghembe su un tetto di margherite ed erba

Il tetto del mondo del qui e dell’ora

Il tetto dei tempi percorsi in equilibrio precario

Fumo grigio e lacrime di vigna

Interiora e interiorità

Un bambino nella culla

Armonia verde azzurra a colorare il sotto e il sopra

L’eterno stupore per quel giardino vergine

Il capanno degli attrezzi

La legna accatastata

Un giardiniere geloso

Le dinamiche della cottura

La giostra degli strumenti incandescenti

La quieta danza dei carnivori

Il dentro e il fuori

L’allegra lotta dei pasciuti e fraterni bisonti

Le parole mal dette

Quelle mal interpretate

La nostalgia dell’innocenza e della semplicità

Un luogo che rimane dimora perpetua

Un posto da chiamare casa

Una casa che trascende il concetto stesso di tempo

Tempo che si misura in barba e complessità

Un tempo trascorso insieme sotto l’ulivo

L’ulivo fedele, l’ulivo che lega e non tradisce

E poi un’ombra improvvisa ammanta l’orizzonte

Irrompe burbero il temporale estivo

Il tuonare del cielo al suon di Perrotta

L’acqua, che rigenera e stordisce

L’acqua, che riposiziona e disorienta il convivio

Mentre l’ulivo se la ride e sguazza

Le fronde bagnate

Il solletico del vento

Il dolce e ipnotico ticchettio dell’acqua

E il desiderio di tornare, sempre

Da Zachar a Wall-E in pilota automatico

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Il Precipizio

Oblómov è un romanzo dello scrittore russo Ivan Aleksandrovic Goncarov, pubblicato nel 1859. Il celebre romanzo ha ispirato, nel 1979,  il film omonimo di Nikita Mikalkhov.

Oblomov possiede un villaggio di circa 300 anime, lasciate al loro destino, a numerose verste di distanza. Il signore vive ormai a Pietroburgo, lontano dalla campagna, col fido servitore Zachar, che incarna la prolunga ideale di uno stile di vita traslato in città.

Zachar infila persino i calzini ad Oblomov. Oblomov è apatico a tal punto da schivare anche l’amore e le sue “complicazioni”. In realtà Oblomov rappresenta una certa parte della borghesia russa, collocabile nel periodo antecedente il 1861, che per quanto interessa ora non è l’anno dell’unità d’Italia, ma quello dell’abolizione della servitù della gleba.

Oblomov non vive realmente, attende il proprio destino nell’ozio e nel compiacimento del medesimo; egli non è in grado di sopportare la minima pressione, di gestire il più semplice degli affari quotidiani, e si affanna soltanto per protrarre nella finzione e nel disincanto il suo sonno eterno.  Tutto si riduce a mangiare, bere e dormire.  Oblomov è puro e leale, ma è un contenitore vuoto che procede nell’inerzia e nell’indolenza universali; egli è il flaccido fardello che impedisce a se stesso ogni forma di reazione o evoluzione, e tenta di ricostruire le giornate che l’hanno visto crescere, in mezzo a scenografie e a dinamiche che vedevano montare l’ozio collettivo senza soluzione di continuità, fra un pranzo e l’altro, con l’unico pensiero di dare disposizioni per i nuovi ospiti in arrivo.

Il viaggio interstellare prosegue ne “Il precipizio”

La trilogia della città di K. – La terza menzogna

Agota Kristof

Resto fino a tarda notte a guardare la piazza vuota. Quando, finalmente, vado a letto, faccio un sogno.
Scendo al ruscello, c’è mio fratello seduto sulla riva, pesca con la lenza. Mi siedo accanto a lui:
-Ne prendi molti?
-No. Ti stavo aspettando.
Si alza, mette via la canna:
-E’ da tanto tempo che non ci sono più pesci qui. Non c’è nemmeno più acqua.
Prende una pietra, la getta sulle altre pietre del fiume in secca.
Camminiamo verso la città. Mi fermo davanti a una casa con le imposte verdi. Mio fratello dice:
-Si, era casa nostra. L’hai riconosciuta.

Il sogno della Kristof prosegue in Singolar Tenzone

Edith Piaf – Non, je ne regrette rien

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Non! Rien de rien … 
Non ! Je ne regrette rien 
Ni le bien qu’on m’a fait 
Ni le mal tout ça m’est bien égal ! 
Non ! Rien de rien … 
Non ! Je ne regrette rien… 
C’est payé, balayé, oublié 
Je me fous du passé! 
Avec mes souvenirs 
J’ai allumé le feu 
Mes chagrins, mes plaisirs 
Je n’ai plus besoin d’eux ! 

Balayés les amours 
Et tous leurs trémolos 
Balayés pour toujours 
Je repars à zéro … 

Non ! Rien de rien … 
Non ! Je ne regrette nen … 
Ni le bien, qu’on m’a fait 
Ni le mal, tout ça m’est bien égal ! 

Non ! Rien de rien … 
Non ! Je ne regrette rien … 
Car ma vie, car mes joies 
Aujourd’hui, ça commence avec toi !

Six months around the world

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After six months of operation, the Innkeeper announces with satisfaction that osteriacinematografo.com has been displayed for some thousand times in Italy, Spain, England, France, Germany, Holland, Sweden, Switzerland, Austria, Luxembourg, Bulgaria, Romania, Poland, Greece, Turkey, Croatia, Slovenia, Slovakia, United States, Australia, Indonesia, Singapore, Philippines, Ukraine, Brazil, Mexico, Argentina, Venezuela, Lebanon.

And so, Thanks.

Pollo alle prugne

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Il Consiglio dell’Oste

La scena si svolge a Teheran, all’imbrunire degli anni cinquanta. Nasser Ali è un violinista di talento, che ha girato il mondo fino all’età di 40 anni, riscuotendo successo in ogni angolo del pianeta. Al presente, Nasser è un marito e un padre distratto, completamente assorto in un passato d’artista che ne assorbe ogni istante. La moglie, esasperata dalla situazione, in un accesso d’ira distrugge il prezioso strumento dell’uomo, donatogli decenni prima dal suo maestro.

Nasser tenta inutilmente di reperire un violino che possa sostituirlo, ma invano. Sua moglie, con quel gesto definitivo, ha distrutto il sogno e la passione di Nasser, privandolo del motivo stesso della vita, tanto che l’uomo decide di lasciarsi morire in una lenta e penosa agonia.

Nella penombra solitaria di una stanza polverosa, Nasser ripercorre la sua vita: emerge così un passato tormentato da un amore negato ed eternamente rimpianto.  Si delinea il dolore di un uomo che non dimenticherà mai Iran, la donna di cui rimarrà innamorato per sempre. Fra sogno e realtà si rivela poi il passato più recente di Nasser, il ritorno a Teheran, il matrimonio imposto da una madre ingombrante, l’indifferenza nei confronti di una moglie mai amata, il rapporto ondivago coi figli, nel fumo denso e ininterrotto che segna la continuità fra sua madre, lui stesso e la figlia (memorabile in tal senso la scena del funerale della madre).

 

E, come per incanto, da quello stesso fumo emerge il futuro dei figli, un futuro che pare ricordo, che si tramuta in memoria visionaria e premonitrice. Mentre l’avvenire iraniano della figlia si rivela tetro e affumicato, quello americano del figlio si delinea come una sorta di farsesco e critico Truman Show. Nell’irreversibile inedia, l’angelo della morte si presenta al limitare della vita di Nasser, battendo insistentemente gli artigli sulla consapevolezza dell’uomo, quasi a segnare gli ultimi istanti di un conto alla rovescia che rappresenta la nera spirale dell’ineluttabile.

 

Dopo Persepolis, Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud si ispirano ancora una volta a una graphic novel della stessa Satrapi, realizzando in tal caso una versione cinematografica e non un semplice adattamento: ne risulta una formula ibrida (forse una fase di passaggio dell’artista iraniana) di estremo interesse, in cui si mescolano cinema e fumetto, realtà e immaginazione, sonno e veglia, passato e futuro.

 

Il film è un racconto onirico di grande impatto visivo, che ricorda Tim Burton in alcuni passaggi, fra sfondi dipinti e humor nero, animazioni improvvise e personaggi stilizzati (Maria de Medeiros somiglia a “La Sposa Cadavere”), il fumo delle sigarette e dell’anima, in omaggio all’Iran e alle sue tradizioni e a un metodo narrativo non lineare, cupo e avvincente.

 

 

Tutto il cast (fra le cui fila spiccano Golshifteh Farahani, Isabella Rossellini e Chiara Mastroianni) si presta in modo calzante a quest’opera così diversa, e in particolare Mathieu Amalric è strepitoso nel ruolo di Nasser Ali: l’attore francese interpreta l’altalena emotiva del protagonista sfoggiando una rara collezione espressiva, che dimostra per l’ennesima volta la crescita del cinema transalpino e dei suoi interpreti.

 

Il violino e Iran rappresentano i motori della vita di Nasser, una vita preziosa come tutte le vite, cui Nasser decide di rinunciare. Quando è troppo tardi (è sempre troppo tardi), Nasser si pente di quella scelta tanto azzardata, ma nel delirio animato del commiato finale sarà un’antica leggenda orientale a mostrargli l’impossibilità di quell’ultima fuga d’amore e musica.