Viaggio ad Auschwitz – Parte Terza

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Cronache e Storie d’Osteria

Riprendiamo da Birkenau, al capolinea dei vagoni della morte. Riporto fedelmente il racconto della graziosa guida polacca.

 

 

 

Chi non era ritenuto abile al lavoro veniva immediatamente condotto alle camere a gas. Qui si cercava di mettere a proprio agio le persone, con una serie di subdoli stratagemmi. Ai prigionieri veniva infatti detto di ricordare il numero identificativo, di spogliarsi completamente, di sistemare con cura gli abiti, di allacciare tra loro le proprie scarpe in modo da non spaiarle; i prigionieri venivano poi forniti di sapone e asciugamani, così da rendere ancor più credibile la messinscena.

 

 

Le stanze delle docce –nel frattempo- venivano riscaldate grazie al calore prodotto dai forni sovrastanti, di modo che la macchina di distruzione di massa potesse sfruttare un ciclo continuo e redditizio. Una volta entrati, i locali venivano sigillati; il passo successivo era spegnere le luci, così da creare panico, iperventilazione e consumo abbondante di ossigeno. Dopo di che era la volta dello Zyklon-B (creato in origine come antiparassitario), un gas che produce rapidamente i suoi effetti mortali a una temperatura di circa 25 gradi, giusto quella prodotta dal calore dei forni. Il gas veniva sparato dall’alto sui corpi di persone ignare: alcuni soffocavano subito, mentre le più tenaci si aggrappavano con le unghie alla vita e ai corpi degli altri, in una disumana scalata che formava colonne d’uomini straziati. In pochi minuti i cadaveri erano pronti per essere cremati: infilati in un montacarichi, venivano bruciati in massa al piano superiore. Il cinico meccanismo teutonico prevedeva infine che la polvere umana, perfino quella, venisse in un certo senso utilizzata e venduta come concime ai contadini polacchi dei dintorni, così da non sprecare nulla.

Un film dell’orrore sceneggiato da menti fuori controllo.

 

 

La guida ci mostra i resti semi-demoliti dei forni, e le targhe commemorative scritte nelle lingue delle tante patrie che hanno perso dei figli in questo luogo immondo. Affondiamo nuovi passi in una neve compatta, oltrepassiamo le recinzioni di filo spinato elettrificato seguendo lo stesso tragitto dei morituri di allora, rendendo onore nella processione silente alla memoria di quanti vennero annientati senza motivo.

 

 

 

 

Quanti avevano una sufficiente forza lavoro per sopravvivere alcuni giorni o poche settimane proseguirono il tour nazista all’interno di Birkenau e vennero alloggiati in un serie di baracconi rossicci, di cui alcuni risultano intatti. Entriamo in uno di essi.Queste gabbie contenevano centinaia di persone in condizioni precarie: le persone dormivano ammassate in terra o in letti di legno, paglia e sporcizia, fra i ratti che si nutrivano di porzioni della loro carne senza che i prigionieri avessero la forza di reagire, a maggior ragione nel prosieguo debilitante della loro permanenza.

 

Ho tentato di immaginare il punto di vista di quanti alloggiarono realmente in tali luoghi. Guardando fuori dalle finestre appannate dal freddo, ho tentato di osservare coi loro occhi, di sentire la paura, di immedesimarmi nella prospettiva claustrofobica di uomini, donne e bambini spaventati, attoniti, smarriti nell’attesa inerme di eventi atroci e inesorabili per sé e per gli altri.

 

 

 

 

Cosa poteva significare essere lì, vivere l’angoscia e la preoccupazione per i familiari di cui s’ignoravano le sorti, osservare quanto avveniva fuori, sistematicamente, nell’indifferenza planetaria? Cosa avranno pensato quelle persone? E riuscivano a guardarsi l’un l’altro, a specchiarsi nella reciprocità degli sguardi  trasfigurati dei propri simili?

 

Qui a Birkeanu i prigionieri vennero costretti ai lavori forzati, stremati, spolpati, supportati soltanto da scarne e inconsistenti brodaglie, finchè non funzionavano più e venivano sostituiti.

 

 

I nazisti li demolirono psicologicamente, privandoli dei loro beni, della libertà, degli affetti, della dignità, della forma umana stessa; e, per fare questo, utilizzarono cinicamente i deportati di origini ebraica più forti fisicamente, costituendo i Sonderkommandos, delle unità speciali che collaborarono con le autorità nazionalsocialiste all’interno dei campi di sterminio, e che , in cambio di alcuni privilegi, interfacciarono l’azione nazista, divenendo delegati di morte e inganno ai danni dei propri fratelli.

 

 

Prima di uscire da Birkenau, la guida ci conduce nelle latrine, che poi sono stalle riadattate. “I prigionieri” –ci racconta- “avevano pochi istanti per le proprie incombenze. In queste latrine putrescenti si accumulavano enormi quantità di escrementi, e penzate che molti ambivano a lavorare qui, in mezzo a odori insopportabili e in condizioni igieniche inesistenti, perché questo era considerato un buon lavoro, dato che non si stava all’addiaccio e non si rischiava di morire. Se questo era un buon lavoro, penzate cosa erano gli altri.”

Easy rider

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I Grandi Classici

Bill e Wyatt (Dennis Hopper e Peter Fonda), dopo aver trasportato un quantitativo ingente di droga dal Messico agli Stati Uniti, acquistano due chopper e partono dalla California alla volta del carnevale di New Orleans.  Il loro è il sogno americano su due ruote, è un viaggio di libertà attraverso uno dei luoghi più affascinanti della terra, e la porzione di cielo e paesaggio a loro disposizione rende l’idea d’infinite possibilità.

 

Lungo il percorso, Bill e Wyatt (Capitain America) incontrano e danno un passaggio a un hippie, che li conduce tra la sua gente in una comune: qui la tolleranza e l’armonia regnano incontrastate, e la convivenza pacifica di questa struttura estranea alla società convenzionale è l’emblema di quanto accadrà poi: la comune è l’oasi simbolica e verdeggiante in mezzo a un deserto aspro e irto di insidie, un non luogo dove poter assaporare la felicità di un bagno discinto assieme a due ragazze in una sorgente d’acqua calda.

 

I due amici salutano l’oasi, e proseguono il tragitto verso sud.  E più si spingono a sud, più aumentano i segnali di diffidenza nei loro confronti; vengono ignorati sistematicamente persino dai peggiori motel, e dormono sotto le stelle, accanto al fuoco e alle loro moto. Vengono arrestati in una cittadina per aver preso parte a una parata senza permesso, e in cella conoscono George Hanson (Jack Nicholson), un giovane e facoltoso avvocato alcolizzato, che li tira fuori dai guai e prosegue il viaggio con loro alla volta di New Orleans.

Il viaggio di Bill e Wyatt prosegue fra i Grandi Classici d’Osteria

Quasi amici

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Il Consiglio dell’Oste

Driss è un ragazzo di origini senegalesi che vive una realtà disagiata e marginale nella periferia parigina. Abita  con la madre adottiva e coi figli di lei, tirando avanti grazie a piccoli furti; il suo percorso di delinquenza obbligata gli ha fatto conoscere il carcere, e vaga senza ambizioni per colloqui di lavoro alla ricerca di una firma che gli procuri il sussidio di disoccupazione.

Capita così a casa di Philippe, un ricco tetraplegico rimasto paralizzato in seguito a un incidente di parapendio; l’uomo è in cerca di un badante personale che lo assista continuativamente nella sua difficoltosa quotidianità. Driss ottiene la promessa dell’agognata firma, ma quando l’indomani si presenta in casa del milionario, viene inaspettatamente assunto per un periodo di prova.

Si sviluppa così un rapporto altalenante fra due realtà contrapposte: da un lato Philippe, raffinato uomo di cultura dalle risorse economiche illimitate, vedovo e portatore di un handicap che ne limita ogni movimento e il piacere stesso di vivere; dall’altro Driss, robusto ed esuberante ragazzone dai modi spicci e poco eleganti, abituato alla strada e ai problemi permanenti di un handicap di tipo sociale. I due uomini imparano a conoscersi tra mille difficoltà, a suon di diffidenze reciproche e sferzanti battute. Graualmente entrano in una strana e delicata sintonia, e trovano un equilibrio grazie a uno scambio di idee schietto e genuino, che finirà con l’arricchire e compensare le lacune di entrambi.

Philippe conoscerà così il brivido rigenerante della follia di Driss, che renderà dignità al suo datore di lavoro trattandolo come suo pari, mancandogli di rispetto all’occorrenza, educandolo al lato buono dei suoi eccessi, sbloccando infine la paralisi riflessa della sua sofferta interiorità; dal canto suo, Philippe introdurrà per mano Driss in un mondo a lui sconosciuto, fatto di lusso, arte, concerti e sport estremi, regalandogli l’ambizione e la speranza di un futuro possibile.

 

Il film è ispirato alle vicende reali narrate nel libro “Le second souffle” di Philippe Pozzo di Borgo, tetraplegico dal 1993, e al rapporto di quest’ultimo col suo aiuto domestico Yasmin Abdel Sellou.

Olivier Nakache ed Eric Toledano ci regalano una straordinaria storia di amicizia, nell’ennesima eccellente prova del cinema francese di quest’anno.  I due protagonisti interpretano con naturalezza i personaggi contrapposti che vengono loro assegnati, e il risultato è un film credibile e commovente, che non trae respiro da un percorso lineare di crescita, ma dagli alti e bassi del rapporto fra Driss e Philippe, dalla spontanea ed ondivaga evoluzione di una storia vera e mai ruffiana, dalla vita che poi finisce col separarli dopo aver donato loro una possibilità di crescita e arricchimento morale.

Polisse

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Il Consiglio dell’Oste

Polisse narra le vicende quotidiane della Sezione Minori (Brigade de Protection des Mineurs) della polizia di Parigi, fra storie d’emarginazione, sfruttamento, violenza, povertà, pedofilia, prostituzione, esuberanza sessuale adolescenziale da un lato, e le vite dei singoli componenti di una squadra di agenti dall’altro.

La camera a mano di Maiwenn Le Besco riprende in modo grezzo e assai realistico i fatti terribili cui sono sottoposti bambini parigini (che poi rappresentano tutti i bambini) d’ogni età, sesso, razza ed estrazione sociale: ne emerge così uno spaccato crudo di una realtà diffusa fra le pieghe stesse di coscienze distorte e malate.  I componenti della Sezione Minori finiscono inevitabilmente con l’assorbire il disagio e la sofferenza dei numerosi bambini  cui prestano soccorso fisico e morale, e le mostruose attitudini di adulti deviati, fino al punto da non riuscire più a liberarsi di certe storie, fino a portarle con sé fra le mura domestiche e a minare i delicati equilibri familiari.

Nadine, Fred, Iris, Mathieu e gli altri vengono spremuti da una quotidianità logorante, da un virus che non lascia scampo: in questo contesto si inserisce Melissa (interpretata dalla stessa Le Besco), una fotografa incaricata di curare un reportage per immagini sul delicato lavoro degli agenti.

 

La macchina fotografica della reporter è una sorta di prolunga, una succursale sul campo del punto di regia, e i suoi scatti s’intrufolano adagio nelle giornate e nell’intimità di uomini e donne legati da un sottile e profondo equilibrio, mettendo a fuoco il gioco oscillatorio di rapporti e legami fra i componenti della Sezione, in cui la stessa Melissa saprà inserirsi con la delicatezza di un clic.

 

Il film utilizza un linguaggio documentaristico nelle ricognizioni parallele che ricostruiscono abusi di ogni genere: da un lato osserviamo l’innocenza di bambini che non sono in grado di valutare le ingiustizie subite, dall’altro l’incoscienza di adulti perduti al punto da non vedere il male irreparabile che procurano ai propri figli, nipoti, allievi.

E poi il grido di un bambino al distacco dalla madre squarcia la scena, così come il salto finale e improvviso di una donna della Sezione, che corrisponde a quello inverso di un bambino rinato e libero dallo spettro di un insegnante che ne bloccava ogni forma espressiva.

“Polisse” è un film che non fa sconti, un monito che riflette l’infanzia difficile della regista, un’opera socialmente utile in questa nostra modernità che tende a nascondere, a mostrare una superficie immacolata, ipocrita, esteticamente impeccabile, in luogo del male che dilaga in fatiscenti retrobottega.

Sempre Dalla – Cosa è davvero importante?

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Pensieri d’Osteria

Questo fatto di Dalla continua a tormentarmi, ma non per il desiderio diffuso di melodramma a basso costo che invade i media in casi simili, bensì a causa di una mia riflessione personale che si ripete come un disco rotto alla morte di un artista che mi è caro. E Dalla -lo ripeto- per me è un amico, uno di casa, uno che mi ha spiegato delle cose, che mi ha aperto gli occhi a volte, e confuso in altre occasioni. L’artista è così, ti spiega l’amore o la follia in poche righe, ti confonde le idee sugli stessi temi nei versi successivi. Ma se si decide di aprirgli la porta di casa, bisogna prendere tutto, senza distinzioni. Lucio Dalla, artista di strada, cantautore a domicilio, goliardo d’osteria, putto di città, e clown nel senso romantico del termine, ha scritto e cantato tanti e tali capolavori da creare un filo conduttore luminoso che supera il tempo: la sua voce e la sua poesia lo rendono eterno. Ho sempre pensato che chi muore sopravvive nei pensieri di chi vive, di chi resta. E allora, dal mio punto di vista è facile concludere che uno come Dalla non possa morire, e che al contrario, soprattutto adesso, con la sua voce energica che esce dalle casse, sia più vivo che mai.

Cos’è che rimane delle persone che muoiono? Rimangono tutte le espressioni artistiche, le grandi imprese, le scoperte, le follie. Cos’è che ci portiamo dietro più a lungo? Il discorso di un grande uomo politico (di quelli che non esistono più in pratica)? Il tizio che ha progettato quel magnifico ponte? Il grande imprenditore e la sua linda e asettica azienda? I colleghi di lavoro, sempre se hanno un volto?

Ci ricordiamo più di Berlino o del fatto d’esserci stati con Bonetti?

Di cos’è che viviamo realmente? Io vivo di versi come quelli che -a breve- seguiranno. Molti lo fanno, anche inconsapevolmente, perchè una buona canzone ti cambia la giornata, regala leggerezza, effervescenza, forza, spensieratezza. E certe parole ti parlano dentro, e non le dimentichi mai, e alla fine tiri le somme e capisci che è di questo che hai bisogno, e di poco altro, oltre alle persone che ami, a quelle con cui hai condiviso, alle risate e agli abbracci, alle idiozie che continui a raccontare, a quel grido nella notte, a quelle serate estive d’ebbra ed estatica follia sulla spiaggia della memoria e dei sogni.

E allora eccoli, i versi di cui dicevo. Questa canzone -“Com’è profondo il mare”- mi è stata ricordata recentemente da un vecchio amico. Me la sono riascoltata più volte. E le sue parole finali contengono una verità molto più profonda del mare stesso in cui il suo Cantore la plasmò. E con questi versi è tutto, per il momento.

E’ chiaro che il pensiero dà fastidio
Anche se chi pensa è muto come un pesce
Anzi un pesce, e come pesce è difficile da bloccare
perchè lo protegge il mare
Com’è profondo il mare

Certo, chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero come l’oceano
Non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare