This must be the place

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FilmOsteria

John Smith, più noto semplicemente come Cheyenne, è una rock star in pensione, che raggiunse l’apice del successo negli anni ottanta come front man del gruppo “Cheyenne & The Fellows”.

 

Vive di rendita con la moglie in una ricca magione irlandese, curando le sue azioni in borsa e la vita sentimentale di una fanciulla. Il suo aspetto è rimasto quello degli anni 80, indossa abiti e occhiali neri, ha il volto truccato e una folta chioma scomposta; attraversa un tempo lento e compassato come i suoi stessi micromovimenti, che si producono al fianco di un carrello della spesa che lo accompagna come un’ombra meccanica.

 

Cheyenne riceve improvvisamente la notizia che il padre è malato di una malattia chiamata vecchiaia, e parte per gli Stati Uniti. Sceglie il percorso via mare, a causa della fobia degli aerei, e nel tempo prolungato del tragitto marittimo il padre muore. A New York l’uomo scopre che il padre effettuava delle ricerche su un tale di nome Aloise Lange, un ufficiale nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia ad Auschwitz.

Il viaggio di Cheyenne prosegue in FilmOsteria

Lucio Dalla, una Nissan Sanny, ed Amsterdam

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Lucio Dalla mi ha dato modo di ricordare che sono cresciuto sulle note e le parole delle sue canzoni. Mi ha ricordato un lungo viaggio fatto idealmente insieme a lui e realmente con la mia famiglia. Erano i primi anni ottanta quando mio padre, mia madre, mia sorella ed io partimmo alla volta di Amsterdam, a bordo di una sgangherata ma affidabile Nissan Sanny 140 y color rosso vino.

 Ho dei ricordi abbastanza confusi e sconnessi, ma rammento le grandi e desolate autostrade tedesche in cui le Porsche di Stoccarda ci sorpassavano a velocità supersonica; lungo quelle highways fatiscenti mi divertii a contare le macchine che riuscivo a contare, segnandole su un block notes apposito: l’obiettivo era di annotare marca e colore; lo facevo sempre nei vari viaggi compiuti in Italia con mio padre, ma all’estero fu molto più difficile, a causa dei modelli diversi che mi capitò di vedere e che complicarono non poco le mie indagini statistiche. Comprendo bene che questa bizzarra attività possa ricondurre al Raymond Babbitt di “Rain man”, ma così era, e così mi piaceva trascorrere il tempo dei tragitti automobilistici più consistenti.

Ricordo poche cose anche di Amsterdam: la prima è un volo improvviso di uccelli neri cui corrispose una reazione di paura mista a stupore; la seconda riguarda un tizio che da tergo ci propose di comprare ogni tipo di droga; la due/bis la fuga che improvvisammo in seguito a tal iniziativa commerciale; la terza concerne la sensazione di decadente squallore che la città e alcuni suoi abitanti malconci mi trasmisero; la quarta una puttana che mi guardò, facendomi strani gesti con la mano destra dalla vetrina in cui lavorava; la quattro/bis mia madre che subito dopo l’indecente proposta mi trascinò via pregandomi di non guardare; la quinta un fantastico negozio di dischi in cui comprammo la musicassetta “Like a virgin” di Madonna e un mangianastri modernissimo (per l’epoca).

Credo infatti che nel viaggio di andata si fosse guastata l’autoradio antidiluviana della Nissan, e così mio padre e mia madre provvidero a dotarci di una colonna sonora improvvisata per il tragitto di ritorno. Quando venne il momento di ripartire alla volta dell’Italia, piazzammo lo stereo in prossimità del lunotto posteriore, e mentre mia sorella dormiva o giocava ai suoi giochi di bambina, io intrapresi la mia breve carriera di disc jockey.

Non ebbi grande scelta: c’era questa cassetta nera e nuovissima di Madonna (c’era soprattutto una fantastica copertina che la vedeva ritratta con una specie di corpetto bianco e aderentissimo), “True blue”, un altro splendido album della cantante italo-americana, e un doppio album di un certo Lucio Dalla, intitolato “Dallamericaruso”: ricordo come fosse ieri queste due cassette bianche, ricoperte da un’etichetta fra l’arancione e il rosso, col marchio della RCA ben visibile.

Iniziai naturalmente da “Like a virgin” che per me rappresentava una novità nonostante fosse antecedente a “True blue”; dopodiché cominciai ad ascoltare con attenzione e interesse Dalla, che normalmente mi annoiava, forse perché mio padre –a casa- lo sparava a tutto volume ogni domenica: il fatto di metter su quella cassetta con le mie mani fu il primo passo di un cammino che mi condusse ad amare quel cantante un po’ matto ed eccessivo ma vero, talmente vero da riprodurre in musica il verso della strada e delle persone che la popolano, senza censurarne mai gli aspetti più sgradevoli o sconvenienti, fregandosene di una certa estetica buonista e delle maschere che la società impone.

Lucio Dalla mi ricorda la parte più esaltante della mia infanzia, mi ricorda gli odori e i sapori di viaggi e tinelli, le follie e le risate di una famiglia di matti e di artisti, in cui la sua voce si è calata alla perfezione, accompagnando inconsapevolmente le strambe e intense dinamiche di una vita che è un film intitolato “Big Fish”.

Omaggio a un Grande Artista d’Osteria

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Osteriacinematografo omaggia Lucio Dalla (1943-2012), un eccelso artista dei nostri tempi, capace di realizzare, in una vita sola, opere come “Anna e Marco”, “Disperato erotico stomp”, “Futura”, “L’anno che verrà”, “L’ultima luna”, “Nuvolari”, “Se io fossi un angelo”, “Stella di mare”, “Tutta la vita”.  
       E quindi, semplicemente, grazie.

War horse

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L’Oste deluso

 

“War horse” narra la storia di Joey, un cavallo selvaggio che vive libero nelle campagne del Devon. Acquistato all’asta di paese da Ted Narracott a un prezzo spropositato, Joey verrà addestrato da Albert, il figlio di Ted, ad arare i campi angusti della fattoria dei Narracott. Albert instaura un rapporto di profonda amicizia col cavallo, e riuscirà nell’intento di fargli dissodare molti ettari di terra; ma la guerra incombe, il maltempo rovina il raccolto, e Ted è costretto a vendere Joey all’esercito inglese per salvare la fattoria.

Il Capitano Nichols, nuovo proprietario dell’animale, promette ad Albert di averne cura, ma l’uomo muore al primo assalto in Francia, e Joey viene predato dall’esercito tedesco assieme al cavallo del sergente Perkins.  I due cavalli attraverseranno la Grande Guerra: prima insieme ai giovani militari tedesci Gunter e Michael, e poi con la dolce Emily, una ragazzina francese che tenta di nasconderli prima che l’esercito tedesco li requisisca per utilizzarli come bestie da soma.  Chiunque allaccerà rapporti con Joey finirà male. Nel frattempo Albert, ormai maggiorenne, si arruola e parte per il fronte, e così seguiamo le sue vicende in parallelo a quelle, ancor più drammatiche, dei due splendidi cavalli, prima dell’ovvio e patinato finale.

Spielberg utilizza un linguaggio cinematografico classico e realizza un film banale e scontato, che va dove deve andare senza mai sorprendere, seguendo un canovaccio piatto e deludente; un film ruffiano che adula e tenta di addolcire lo spettatore a suon di clichè e caramelle visive che hanno un sapore commerciale, adattabile ai gusti più disparati. Certo, Joey è un ottimo attore, le scenografie sono accattivanti e ben realizzate, ma la storia è talmente scontata e superficiale da sconcertare: sembra quasi che Spielberg sia stato costretto a fare questo film, o che l’abbia fatto senza alcuna convinzione, con l’inevitabile risultato di produrre un’opera che colleziona stereotipi e si rivela inverosimile.

L’amore che resta

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FilmOsteria

 

In un tempo che pare sospeso, Enoch, un ragazzo cupo e silenzioso, vagabonda per la città in cerca di morti da vegliare, osservare, scrutare; egli frequenta i funerali cittadini quotidianamente, alla ricerca di un segno, di un particolare, di una risposta. Durante un servizio funebre incontra Annabel, una ragazza vivace e intrigante che comprende subito l’estraneità del giovane al contesto, ma ne asseconda le mosse.

 

In un percorso che attraversa uno spazio che non è lo stesso in cui gli altri si muovono, i due adolescenti iniziano a conoscersi e si spogliano gradualmente dei propri segreti : Enoch ha perso i genitori in un terribile incidente d’auto da cui egli stesso si è miracolosamente salvato; deceduto per alcuni istanti, si è poi ripreso da un coma di tre mesi, trovando al risveglio Hiroshi, un kamikaze della seconda guerra mondiale che lo accompagna nelle sue divagazioni solitarie. Anabel invece è una malata di tumore terminale che tenta di vivere quel che le resta con disincanto, coraggio e una spiccata e vorace curiosità verso il mondo naturale.

L’analisi del film di Gus Van Sant prosegue in FilmOsteria

E ora dove andiamo?

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FilmOsteria

Il film si apre con la danza funebre e onirica di vedove di fedi diverse che condividono un tragitto dissestato, prima di giungere in prossimità dei due cimiteri in cui sono seppelliti i propri morti: qui i loro percorsi si separano in ossequio ai rispettivi rituali.

La vicenda si svolge in un villaggio sperduto e assolato del Libano, nel bel mezzo di un paesaggio aspro e semi-desertico e di un territorio che nasconde mine inesplose e l’ombra spettrale di conflitti irrisolti.

Nel villaggio vivono due comunità ben distinte: una musulmana, l’altra cristiana. Gli screzi e le baruffe fra gli uomini delle opposte “fazioni” sono all’ordine del giorno, anche per questioni banali, e la situazione pare sempre sull’orlo del precipizio della reciproca intolleranza, nonostante l’azione mitigatrice dell’imam e del prete del paese.

Ecco dove va il film di Nadine Labaki

Hysteria

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Il Consiglio dell’Oste

Londra, 1880. Mortimer Granville è un giovane dottore all’avanguardia; fervido sostenitore della teoria patogenetica e dell’esistenza dei germi, egli asserisce che una buona igiene sanitaria potrebbe evitare innumerevoli infezioni, in un’epoca in cui sono ancora diffuse le terapie a base di bagni di vapore e i salassi per mezzo di sanguisughe.

A causa di queste sue “strambe” teorie, viene allontanato dall’ospedale in cui lavora; troverà occupazione soltanto presso il Dottor Dalrymple, medico specializzato nel trattamento dei casi di isteria femminile. Dalrymple effettua massaggi manuali intimi alle signore affette da tale patologia, provocando parossismi che alleviano le nevrosi e l’irritabilità delle pazienti. Granville accetta così di effettuare la medesima pratica, riscuotendo peraltro grande successo fra le pazienti.

In tale contesto, conosce le figlie del Dr. Dalrymple: la posata Emily, inconsapevolmente soggiogata dalla volontà paterna che ne restringe la visuale e i movimenti; l’anticonformista Charlotte, che sostiene l’inutilità delle pratiche mediche del padre e dirige con fatica un centro in cui educa e cura i bambini indigenti di Londra.

Granville, fiero paladino del giuramento di Ippocrate, inizierà ad avere dubbi sulla reale natura delle pratiche di Dalrymple, finalizzate per lo più a combattere la dilagante repressione sessuale dell’epoca; ciononostante, a causa di un problema alle articolazioni della mano, realizza, assieme all’amico aristocratico Edmund, uno strumento elettrico in grado di sostituire l’azione umana: credendo di sviluppare una cura per l’isteria, Granville sarà l’inconsapevole inventore dello strumento di piacere femminile più diffuso al mondo: il vibratore.

Gli attori si calano alla perfezione nei rispettivi ruoli, da Jonatha Pryce a Rupert Everett, da Maggie Gyllenhaal a Hugh Dancy: quest’ultimo in particolare interpreta con disinvoltura un affascinante e credibile Dottor Granville.

Tanya Wexler, laureata in psicologia dei generi sessuali, realizza una commedia d’esordio divertente e godibile, trattando con garbo e raffinatezza un tema scabroso; le ambientazioni sono curate, e offrono uno spaccato interessante di una società puritana e in costante evoluzione: l’Inghilterra vittoriana è in piena (seconda) rivoluzione industriale e le invenzioni sono all’ordine del giorno; il massaggiatore elettrico muterà velocemente la destinazione d’uso originaria, e verrà brevettato negli Stati Uniti con enorme successo.

Il biliardo del ladro

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Poesie d’Osteria

Manca l’aria

Pensieri sovrapposti in sotto eccitazione claustrofobica.

Stille d’angoscia battono il tetto di un Oggi Incalzante.

La girandola scura del multi baratro ruota senza pause.

Un vento infido e privo di direzione ne alimenta il mulinare.

Ibrida e nauseante sensazione di smarrimento cosmico.

Il precipizio si moltiplica fino a colmare lo spazio e traboccare fuori.

 

Assenza d’aria

Trabocca Dentro Trabocca Fuori.

L’Essere Impermeabile interrompe la reciprocità osmotica.

Liquido amniotico di un grembo universale.

E specchi Illusori in assenza di gravità

vagano nello spazio nero a riflettere vuoto nel vuoto.

Ma rare folgori luminescenti  svelano la crudele magia.

 

Acqua e aria

Il Dentro è il Fuori.

Notturni di Chopin a illuminare il giorno.

Ansia da prestazione lavorativa in una stanza bianca che si sgretola.

Scrivanie e sogni e targhette identificative cancellati con un colpo di coda.

Il tocco lieve e noncurante di un giocatore di biliardo ciclopico.

E l’agonizzante sfera, lanciata in un inseguimento acquatico e scoordinato.

 

Aria sottotitolata

La stramba rincorsa a ridosso di vane chimere.

Il fiato corto di uno sforzo profuso senza produrre alcunché.

E il rallenty disperato di un attore muto in bianco e nero.

Le battute di un altro scorrono sotto di lui,

la sua preziosa mimica muta in deforme asettica tecno-modernità.

Il Gran Giocoliere, Beffardo Destino Iperbolico e Ladro di Scene.

 

Aria rubata

Un’altra palla finisce in buca senz’attrito.

Il panno verde dell’indifferenza accompagna un moto scontato.

Sua Maestà Il Caso si frega le mani viscide.

Non resta che allestire l’ennesima combinazione equilatera,

sfoderare nuove mosse in pompa magna auto-celebrativa,

e arruffianarsi l’applauso sordo di una platea immaginaria.