Angèle e Tony

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Il Consiglio dell’Oste

“Angèle e Tony” è un film che non ha bisogno di dire, che si muove come una carezza sulle maschere coriacee e inasprite dei personaggi: i due protagonisti sono duri solo in apparenza, o duri soltanto perchè non hanno avuto un motivo valido per essere altrimenti.

Il film di Alix Delaporte affonda le proprie radici nella complessità dei gesti e dei rapporti interpersonali, muovendosi in una parentesi sospesa e silenziosa ove il linguaggio del corpo comunica ogni cosa e le parole (quasi) non servono.

Clotilde Hesme è straordinaria nel ruolo di Angèle e il suo lieve e inquieto tentennare, il fascino fragile e distante e l’approccio istintivo alla vita producono un effetto spiazzante sullo spettatore. Il suo sorriso accennato nel finale, la ritrovata morbidezza dei lineamenti, che profumano di liberazione e speranza, e la quieta dolcezza -che forse solo i migliori film francesi riescono a riprodurre- rendono l’opera una rara e preziosa gemma cinematografica.

Il percorso sentimentale e poetico di Angèle e Tony lascia dietro di sè scie di benessere che rinfrescano il viso e la potente sensazione che la felicità si nasconda nelle piccole cose e nella semplicità dell’amore.

Love is a losing game – Amy Winehouse

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Soundtrack

RadiOsteria consiglia “Love is a losing game” della cantautrice inglese Amy Winehouse (1983-2011), pezzo dal gusto antico e malinconico. I versi del brano, che definisce l’amore un gioco a perdere, vennero studiati a Cambridge in parallelo alle opere del poeta Walter Raleigh. Un’altra magnifica voce blues perduta per sempre nell’etere, una voce che si befferà del tempo, e di tutti noi.

Paradiso amaro – The descendants

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La prima considerazione che sono costretto ad esprimere su “Paradiso amaro” è che in realtà s’intitola “The descendants”; la seconda è che continuo a non capire il lavoro di adeguamento fatto dai traduttori italiani: perché c’è bisogno che un film venga reinventato come “Paradiso amaro”? Capisco che un termine muti senso e sonorità nella traduzione, ma come mai il pubblico italiano non viene considerato all’altezza dei titoli originali e di una libera interpretazione dei loro significati?

Ma parliamo di cinema, che è meglio.

“Paradiso amaro” narra la storia di Matt King, un avvocato placido e agiato, discendente dei reali delle isole Hawaii: King è immerso nel lavoro e nelle questioni familiari che lo vedono a capo della vendita di un immenso territorio di natura vergine. La sua vita è sconvolta dal coma della moglie in seguito a un incidente in mare, e il passaggio tra la veglia fiduciosa al suo capezzale e la notizia della morte certa e ormai prossima di lei è rapido e spietato, tanto da stravolgere le giornate e le certezze di King, che dapprima non rivela la notizia, come se non volesse ammetterlo nemmeno a se stesso.

L’analisi di “Paradiso amaro” prosegue in FilmOsteria

E’ bello pensare?

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E’ bello pensare che l’ultimo articolo pubblicato (prima di me) su osteriacinematografo (il blog in cui mi trovo ad essere insieme a molti miei simili), intitolato “Le storie se ne fregano degli autori”, dovesse in realtà intitolarsi “E’ bello pensare”.

Effettivamente, nell’articolo in esame, la locuzione “E’ bello pensare” (piccolo concetto di contorno con cui ho avuto modo d’interloquire recentemente) funge quasi da ritornello, e in base a ciò chi scrive ha pensato bene (ha pensato troppo) di intitolarlo “E’ bello pensare”.

E’ quindi bello pensare che “E’ bello pensare” abbia subito una modifica tale da mutare titolo (e pelle), senza che l’autore ne fosse pienamente consapevole.

Vedete, cari lettori, la creazione si è ribellata ancora una volta, decidendo così di autodeterminarsi al di là di me e del mio volere, e di definirsi diversamente.

Per tale motivo, nel caso del presente scritto, che dovrebbe funzionare come  appendice del precedente, come moto reazionario e tentativo di ripristino dello status quo ante, ho deciso di “congelare” il titolo prima di scrivere il resto, così da evitare una nuova rivolta. Ma le parole si sono prese il loro spazio prima ancora che potessi iniziare a dire la mia.

“Ma perchè non scegli un altro nome? Le alternative sono infinite. “Pensiero circolare”, “Giro di parole”, “Alphonse o Barnaby Manzarek”, “Applicazione pratica del concetto secondo cui le storie se ne fregano dei loro autori” potrebbero essere titoli validi. E poi non sei tu a sostenere che in questo spazio tutto può sempre mutare in base ai tuoi stessi principi dogmatici?”

Infide e dannate parole, vili ricattatrici, portatrici d’idee rettili come tanti Iago a insinuare dubbi. Queste parole avranno la meglio su di me, prima o poi. Con ogni probabilità si stanno già accordando per il prossimo colpo di coda, col quale si libereranno in modo rapido e definitivo del cordone ombelicale con cui le nutro fino al punto che chiude per sempre questa frase.

Le storie se ne fregano dei loro autori

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Una citazione recentemente liberata nelle praterie d’Osteria concerne Paul Auster e i suoi “Viaggi nello scriptorium”. Nel libro, Mr Blank, il protagonista, si trova in una stanza semivuota che rappresenta la sua mente, un microcosmo confuso e popolato dai personaggi che lo stesso Blank ha creato. Al di là dell’analisi dell’opera -un raffinato esercizio letterario in cui Auster  si diverte a disorientare il lettore grazie a un gioco d’illusioni e scatole cinesi-  l’esplorazione dell’universo creativo dello scrittore, che rappresenta la struttura stessa del libro, mi ha fornito un interessante spunto di riflessione.

E’ bello pensare che i personaggi, i contesti, i dialoghi, ogni minimo dettaglio creato da chi scrive sopravvivano al loro creatore.

Le storie continuano a vivere in due modi.

In primo luogo proseguono il loro percorso negli occhi e nella mente di chi legge, popolando le fantasie d’innumerevoli individui, che interpretano e modellano le parole, dando un volto a nomi sconosciuti, contestualizzando ambientazioni in base ai parametri esegetici più disparati.

Inoltre, capita spesso di leggere storie che non finiscono realmente, che rimangono sospese, fin quasi ad acquisire una propria autonomia, una forza intrinseca, e proseguono indipendentemente dalla fine del libro che le contiene a livello spaziale, e in alcuni casi a prescindere persino dagli sforzi di fantasia e prospettiva dei lettori medesimi.

Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald  è uno di quei romanzi che continuano a vivere in doppio senso. L’opera ha certamente avuto una storia travagliata, avendo subito – fra il 1925 e il 1934- numerose modifiche per mano dell’autore; ma poiché l’ultima versione del romanzo, che cambiò anche titolo nel corso del tempo, conteneva una serie di inesattezze che ne impedirono la pubblicazione, si rese necessario procedere a una rielaborazione definitiva: fu Malcolm Cowley –anni dopo- a correggere pesantemente l’ultima stesura del libro. In seguito –e per fortuna- il romanzo venne però ristampato in una versione più conforme all’originale di Fitzgerald.

“Tenera la notte” è la storia di Dick Diver, Nicole Warren, Rosemary Voyt, Tommy Barban, Abe North, agiati americani che –negli anni venti- si spostano in lussuose località del vecchio continente. La Costa Azzurra, Parigi, Zurigo, le alpi svizzere sono i luoghi in cui incrociano le loro vicende in chiaroscuro. La storia è profondamente autobiografica e riflette la vita reale dei coniugi Fitzgerald: in particolare, la malattia mentale di Nicole è la stessa di Zelda; la depressione e l’alcolismo di Dick Diver sono gli stessi dell’autore; l’incipit dell’opera mostra una coppia felice che lentamente scivola in un tunnel senza sbocco, come è accaduto realmente ai coniugi Fitzgerald.

Zelda morì nel 1948 in un incendio che devastò l’ospedale psichiatrico in cui visse per più di dieci anni; Francis Scott invece cedette a un infarto nel 1951. Fu una vita di sfarzo ed eccessi –la loro- che finì nella disperazione e nella solitudine, come accade sovente a grandi artisti d’ogni epoca.

Ma è bello pensare che le loro vicende -riflesse nei personaggi di “Tenera è la notte”-  continuino a vivere negli occhi e nelle fantasie dei lettori di epoche successive; è bello pensare che una moltitudine di persone possa -negli anni- ripercorrere le loro gesta romanzate, come pure quelle di personaggi più o meno inventati dalla creatività di scrittori di qualsivoglia periodo storico.

Le storie che troviamo nei libri non finiscono mai, almeno fin quando anche un solo individuo avrà voglia di leggerle e di rendere omaggio a coloro che ne hanno plasmato forme e contenuti.

E’ bello pensare che le storie se ne freghino dei propri autori, dal momento stesso in cui avviene la loro trasposizione in lettere.

Ed è quindi bello pensare ai protagonisti dei libri che abbiamo amato, ai loro momenti di gloria e alle loro sofferenze, e al fatto che l’epilogo del libro non coincida con la loro fine, come accade a Dick Diver, a Rosemary Voyt, Tommy Barban e Nicole Warren, che adesso, proprio adesso, sono chissà dove e chissà quando, oltre le pareti del vano cerebrale che li partorì.

Hesher è stato qui

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Il Consiglio dell’Oste

Sulla scia di altre opere che esplorano in modo genuino la provincia americana, quali “Sunshine”, “Win win” e “American life”, Spencer Susser (all’esordio nei lungometraggi) realizza un buon film, interpretando con stile e personalità un modello narrativo già sperimentato.

E’ la storia di TJ, un ragazzino che ha perso la madre in un terribile incidente d’auto, e della sua nuova vita a casa della nonna, tra i logici disagi della nuova collocazione e i silenzi di un padre devastato dal lutto. TJ è abbandonato a se stesso, e conduce una vita solitaria, segnata da frequenti zuffe con un ragazzo più grande, dall’assiduo tentativo di recuperare la macchina in cui la madre perse la vita, e dal primo innamoramento embrionale nei confronti della cassiera di un supermercato (un’incantevole Natalie Portman).

Ma ben presto irrompe nella vicenda Hesher, una sorta di metal hippie sbandato e randagio che vive senza alcuna regola: Hesher ha capelli lunghissimi, tatuaggi ovunque, non ha fissa dimora e vaga per la città a torso nudo e a bordo di un furgone malandato; è trasandato e incurante della società in cui è calato, utilizza un linguaggio rozzo e volgarissimo, e somiglia vagamente a un piccolo Lebowski , se non fosse per l’attitudine alla violenza e a frequenti scatti di collera e follia.

Hesher s’insedia nell’abitazione dei Forney con la scusa di una lavatrice, e s’inserisce con naturalezza e noncuranza nel piatto menage familiare; ignora e disprezza Paul, il padre di TJ, ma si guadagna le simpatie di nonna Madeleine (Piper Laurie) e le attenzioni del ragazzino, che inizia ad assecondarne e poi imitarne pericolosamente le gesta, a causa della totale e sopraggiunta assenza di un qualsivoglia punto di riferimento.

L’estremo Hesher riuscirà a farsi amare proprio per quella bruta schiettezza che in fondo rivela un animo sensibile e una grande capacità di analisi delle persone che incontra nel suo dissestato cammino.

Il piccolo Devin Brochu interpreta TJ in modo assai credibile, donando uno sguardo dolce e toccante a quel bambino ancorato all’auto materna come fosse l’unica parte rimasta di lei; Joseph Gordon-Levitt è straordinario nel ruolo di Hesher, rivelando insospettabili doti di trasformista e la giusta caratura per riempire individualmente la scena, grazie a un’espressività che oscilla in modo spiazzante e a un taglio d’occhi che lo equipaggia di un’indecifrabile profondità.

 

Prove di disgelo

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Poesie d’Osteria

Blocchi di ghiaccio sfrigolano e gracchiano al cospetto del sole.

L’impietoso Sole

-peccaminoso frutto d’incestuose orge primordiali fra stelle al collasso-

s’insinua tiepido e violentissimo nelle molecole del cristallo.

Un sole inarrestabile

-malinconicamente orfano di una degna criosfera su cui riflettere e osannare se stesso-

riversa l’ira di raggi incandescenti su ignari drappelli di brina in fuga.

E fuligginosi iceberg scampati alla luce galleggiano immobili su oceani d’ombra e d’asfalto.

L’attrito azzerato dalla parziale fusione

battezza sottili e sfuggenti strati d’acqua al minimo contatto.

Sfavillanti stalattiti pendono dai cornicioni

come spade capovolte in glaciali armerie.

E poi floridi ruscelletti a inseguire il corso scosceso

di una corrente gravitazionale e centripeta.

E muri che sanguinano e si scrostano al distacco del gelo,

come cortecce d’albero divelte da bimbi ignari.

Nelle vicine alture persistono forme di resistenza assidua.

E goccioline d’acqua in sospensione atmosferica,

inghiottite dalla densa bruma del mattino,

mutano in friabili ed esili scaglie di galaverna.

In paese la resa è prossima e tutto inizia a gocciolare.

Dapprima è il tenue fruscio di candidi rivoli filiformi.

E poi un fragore d’acqua dettato da sorgenti a tempo.

Infine i tetti delle case riveriscono un cielo scintillante,

deponendo i fulgidi copricapi lattei.

Nella ricomposta calvizie di tegole e coppi

gli uccellini di città ritornano ai loro nidi.

I viaggi di Auster dentro la storia

Paul Auster

A questo punto, Mr Blank ha letto tutto quanto può sopportare, e non si è divertito per niente. In un impulso d’ira e frustrazione repressa, getta il manoscritto sopra la propria spalla con un violento scatto del polso, senza neanche girarsi a vedere dove cade. Mentre fluttua nell’aria e scende sul pavimento dietro di lui, Mr Blank batte un pugno sul tavolo e dice ad alta voce: Quando finirà questa cosa assurda?”

I viaggi nello scriptorium proseguono in Singolar Tenzone

Viaggio ad Auschwitz – Parte Prima

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16 gennaio 2012

A Cracovia splende il sole. Io e Francesca camminiamo veloci, animati da una sana e inflessibile voracità, come sempre quando abbiamo poco tempo per vedere più cose. Passi e sottopassi si avvicendano  in un percorso ghiacciato e vagamente tetro. Tram azzurri e il blue bus di Morrison sfrecciano fra polacchi affaccendati. Spacci di liquori a ottanta gradi e un negozio di giocattoli spuntano allegri dalla facciate grigie dei palazzoni in successione; un ostello tira l’altro lungo la strada che costeggia la parte centrale della città, che vanta una delle piazze più grandi d’Europa, un’anima blues e un’eccelsa vitalità sotterranea.

Quei locali clandestini in cui ci si accalca, in cui si beve gomito a gomito con il locale tutto, in cui eccellenti e variegate jam sessions musicali si alternano su palchi minuscoli, trasmettono la sensazione di vivere nel passato (Midnight in Krakow), al riparo da una guerra all’arma bianca che fuori impazza e che per contrasto scalda il cuore di chi è dentro.

Ma ecco la stazione, luogo popolato dai polacchi più scontrosi di Polonia, luogo di disinformazione e del “vai per tentativi che prima o poi qualcosa trovi, anche se non voglio sapere cos’è che cerchi”. Scansato l’ostacolo ferroviario, d’un tratto veniamo catapultati in uno strano corridoio di chioschi colorati: sembra d’essere sul posto di confine di un vecchio film di fantascienza, dove persone e merci transitano confusamente, dove t’aspetti di trovare da un momento all’altro un mutante , un cyborg, un lavoro in pelle, o un cacciatore di taglie che controlla i codici a barre di chi passa di lì. L’atmosfera umida e scarsamente illuminata mi ricorda gli esterni di “Blade Runner”, ma con uno sforzo d’immaginazione mi convinco di essere sul Pianeta Tatooine di “Guerre stellari”, ed esattamente nel porto spaziale di Mos Eisley, in cerca dello Ian Solo di turno e di un’astronave che faccia al caso nostro.

Un astro pullman sgangherato e arrugginito pare attenderci in quella stazione fatiscente. Saliamo sul mezzo diretto ad Oswiecim. Il pilota del Millennium Falcon somiglia più a Chewbecca che a Ian Solo: anzichè parlare emana grugniti gutturali, non ride mai, ha un broncio bronzeo e stampato. Ma Ciube è tagliato per il suo mestiere, e trasmette sicurezza ai passeggeri.

Partiamo dunque. I palazzi diminuiscono, cedono prospettiva al mondo naturale, si diradano fino poi a scomparire al cospetto delle distese rurali polacche. Neve ovunque e i vetri irrimediabilmente appannati dall’incuria e dall’escursione termica con l’esterno fanno filtrare immagini dai contorni incerti, figure oniriche, affusolate e concilianti. Un maestoso zuccherificio che pare un mostro precipita sul paesaggio immacolato. Dai brevi spiragli di nitidezza trapelano le deformi sagome di imponenti manieri diroccati sulle cime di aspre colline. Fermate d’autobus improvvisate nel nulla scivolano lungo la pellicola che scorre dinanzi ai nostri sguardi sonnolenti; nello spazio di pochi tornanti il tempo muta inesorabilmente e il sole lascia il palco a un cielo plumbeo e pesantissimo, che in breve scatena una cascata di neve in fiocchi grandi e corposi. Il cielo opprime con la sua densità, quasi fosse un presagio, e più c’inoltriamo e più la neve s’irrobustisce, aumentando in volume e frequenza.

Siamo ad Oswiecim. Scendiamo dal pullman. Fuori, l’atmosfera è irreale, la neve attutisce ogni suono, voce, pensiero; camminiamo sulla faccia bianca ma oscura di una luna ignota. Il campo di Auschwitz è davanti ai nostri occhi adesso, ma non ce ne rendiamo conto per via della fittissima nevicata. Svolgiamo le pratiche d’ingresso. Una graziosa guida polacca, avvolta da un piumino viola e da uno sguardo malinconico, ci attende in fondo alla hall. Le andiamo incontro.