Le ceneri di Angela

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FilmOsteria 

“Le ceneri di Angela” è un film di Alan Parker del ’99 tratto dall’autobiografia di Frank McCourt, e narra le vicende reali di una famiglia irlandese. E’ un’opera densa, robusta, a tinte fosche, che scroscia via in modo fluido nonostante il peso di una storia di disagi e sofferenze. E’ il 1935 quando la famiglia McCourt, a seguito della perdita di una bimba neonata e della miseria più assoluta cui sono costretti i sei componenti, lascia New York per tornare in Irlanda, a Limerick, compiendo il viaggio diametralmente opposto rispetto a chi -allora- cercava lavoro e fortuna negli Stati Uniti d’America.

Prosegui il viaggio dei McCourt

Mercanti d’erba

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Poesie d’Osteria

 

La fredda brezza del mattino taglia i lineamenti segnati
dei Mercanti d’erba.
Un uomo,
avvolto in grevi stracci consunti,
scarica i frutti della terra da un furgone arrugginito.
Scortesi piume d’oche d’aia erompono dalle fenditure
in vivaci carambole estemporanee.
Cassette policrome conquistano lo spazio,
rimpinguando esitanti scheletri metallici.
Il mercato vecchio si gremisce e prende vita.
Il brusio della folla invade la quiete
e tramuta la sgangherata arena in un evento corale.
Da un lato il sole, dall’altro l’ombra.
Inizia la corsa alle verdure di stagione.
Monetine impazzite prendono a tintinnare
e passano di mano.
Lisce le mani di chi acquista,
ruvide e callose quelle di chi vende.
Pullulanti involucri s’alternano ai compagni razziati.
E poi, simmetricamente,
il selciato rosseggiante riacquista campo,
e i mercanti smontano i loro baracchini.
E’ tempo di andare,
e una luce insistente s’infila dal parabrezza,
offuscando l’orizzonte del mezzodì.

Contagion

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Il Consiglio dell’Oste

Steven Soderbergh fornisce un’interpretazione cupa e claustrofobica della eventualità di un virus dilagante a livello planetario.

La parata di attori che sfila fornisce quasi la sensazione che il prodotto sia stato confezionato quale monito generale, che il film sia una sorta di allarme rosso in costante attività e i protagonisti ambasciatori dei pericoli che l’uomo corre (e che l’uomo genera) nell’epoca della globalizzazione del lavoro, dei mercati, dell’informazione e delle malattie.

Persone e merci circolano senza controllo, l’uomo divora ogni cosa, riduce gli spazi, danneggia ogni ambiente; le creature, cacciate dai propri habitat, vivono dove possono, dove non dovrebbero, e nuove forme virali si combinano, rimescolandosi, acquisendo forza, e poi viaggiano e si diffondono a bordo di corrieri umani che divengono cavie incubatrici (cicale a fine agosto – direbbe un mio amico).

Il panico dilaga e si moltiplica, di pari passo con la malattia, lo sciacallaggio prende forma e coinvolge generi alimentari, farmaci, vaccini, la paura stessa.

La paura gioca un ruolo determinante, e c’è chi la subisce e chi se ne nutre, chi ne viene schiacciato e chi ne sfrutta le potenzialità per arricchirsi, come -nel caso di specie- un blogger senza scrupoli.

E poi s’affaccia al proscenio per un meritato tributo Nostra Signora l’Industria Farmaceutica, autoproclamatasi neo divinità, assurta al ruolo di religione del terzo millennio: tutto regola e tutto controlla, plasma e indirizza la paura, e i suoi fedeli attendono la sua parola e accrescono le dimensioni del mostro, che gioca e specula su una patologia che prospera e straripa.

Il filtro livido, bluastro –in stile Mystic river– regala atmosfere degne di un tale abisso, che è fisico e morale: l’embargo, lo sfacelo, l’interruzione delle attività, il progressivo calo delle scorte alimentari riportano l’uomo allo stato brado senza fasi intermedie, e l’animale esplode e calpesta i propri simili e la violenza diventa l’unico linguaggio possibile.

Soderbergh aggiunge cauti e rarefatti messaggi di speranza a un quadro catastrofico, ma rimane il tarlo della convinzione che la (presunta) civilizzazione umana sia a tal punto labile e traballante da apparire sotto forma di minute stille nella pioggia battente di Blade Runner.

Storie di navigazione

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Racconti d’Osteria

A volte, storie di uomini e rotte marittime s’incrociano fra le nere increspature oceaniche.

Come le storie di Donald Crowhurst (1932-1969) e di Bernard Moitessier (1925-1994).
Il primo, commerciante e velista amatoriale inglese, si trovò a un certo punto della sua vita sull’orlo del fallimento. Il secondo, eccelso navigatore e scrittore francese, fu il primo a circumnavigare il globo senza scalo, nel ’65.

I loro destini s’incrociarono nel 1968, in occasione della Golden Globe Race -gara velica senza precedenti- la prima regata intorno al mondo in solitario. I partecipanti salparono da diversi porti inglesi, con l’obiettivo di passare i Tre Capi -Buona Speranza, Capo Leeuwin e Capo Horn- e la (buona) speranza di tornare.

Moitessier partì da Plymouth il 22 agosto 1968 a bordo di Joshua, imbarcazione amica e fidata; Crowhurst iniziò la propria avventura blu dal porto di Teignmouth due mesi dopo, il 31 ottobre 1968, a causa dei ritardi che subì l’allestimento della Teignmouth Electron, con cui salpò nonostante i numerosi avvertimenti circa la non adeguatezza del mezzo.

Un francese mosso dalla innata passione per il mare e un inglese spinto dalla disperazione e dal desiderio di stupire iniziarono così la marcia acquatica verso la gloria.

Moitessier ebbe naturalmente i favori dei pronostici fin dal primo giorno, e dopo aver doppiato i Tre Capi con largo anticipo sugli altri concorrenti, invece di tornare in Europa, si diresse nuovamente a sud, rinunciando alla vittoria e a 5000 sterline, in onore dell’amore per il mare –un valore non monetizzabile– che ne guidava l’istinto: superò per la seconda volta il Capo di Buona Speranza, e raggiunse la Polinesia francese nel giugno del ’69, dopo quasi un anno e circa 37.500 miglia di navigazione.

Crowhurst, dal canto suo, non venne mai accreditato come possibile vincitore della competizione, ed ebbe enormi problemi già nei primi giorni di mare. In realtà non doppiò alcuno dei Capi, rimase sempre entro i confini invisibili dell’Oceano Atlantico, ma la necessità di recuperare i soldi investiti lo spinse a comunicare via radio false comunicazioni alla giuria per mantenere comunque viva la speranza di vincere, nonostante la consapevolezza che sarebbe stato impossibile falsificare i diari di bordo. Il 29 giugno del 1969 -in concomitanza con lo sbarco di Moitessier a Tahiti- terminò le trasmissioni radio, e la sua imbarcazione venne ritrovata dieci giorni dopo al largo delle Bermude. Crowhurst non era a bordo, e il suo corpo non venne mai ritrovato. A quanto pare si suicidò, accecato dall’ennesimo fallimento e da una smisurata ambizione. Ma siamo nel campo delle ipotesi.

La regata venne poi vinta da Robin Knox-Johnston.

Ecco come le storie di due uomini si possono intersecare, sovrapporre quasi, ai confini del mondo.
Due tipi umani ben diversi, che si sono imbarcati nel medesimo viaggio con spiriti diametralmente opposti. Crowhurst muore nell’affannoso tentativo di un’impresa impossibile per un velista dilettante, forse a causa dell’ossessione del premio e del denaro, che tolse lucidità a una mente già indebolita e disorientata dal forzato isolamento. Lo stesso denaro a cui Moitissier rinuncia, quel denaro che il francese ignora in favore della libertà che gli si prospetta innanzi, una libertà fatta di acqua e cielo e solitudine.

Il mare che inghiotte, ingloba e seppellisce, e non sempre rende indietro.
Il mare mostro e il mare bambino.
Il senso romantico della scoperta in assenza di supporto tecnologico.
L’inaffidabilità della navigazione, senza sapere il dove e il quando.
E claustrofobici spazi a disposizione.
E trimarani erranti in balia degli elementi.
La voglia di vincere e il desiderio di scappare fluttuano nel barcamenarsi ondivago.
Varie personalità e un solo uomo oscillano e si avvicendano al timone.
E c’è chi cerca Dio. E chi trova se stesso.

Tuta alare

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Poesie d’Osteria 

Perdita di controllo
Sguardo vacuo e trasandato su obiettivi diafani
Il mare come condizione mentale
Un caffè di troppo
Il continuum spazio temporale
L’altalena dello spread
Il passato sfuma nel presente
Tutto avviene sistematicamente
Il gioco delle parti
Riunioni condominiali in tenuta antisommossa
Il meteo grida:
“Guerre a bassa quota!”
Il ticchettio insistente e meccanico di una lancetta a muro
Il desiderio di navigazione
La ricerca affannosa di un motivo
Nuove illusioni in pacchetti da sei
Chimere pronte all’uso
La possibilità d’espiare
Micro frammenti ossei a volteggiare fra le mani dell’alchimista
Infermiere in giarrettiera e sogni anestetici
L’inganno e la fatica
La farragine s’insinua
Indosso la tuta alare
Una notte giovane scende plumbea su di me
Infeltrito sipario purpureo
Il respiro si dilata e si regola
sul ticchettio insistente e meccanico di una lancetta a muro
L’aria fredda congela i polmoni
Trotto incerto e prodromico
al galoppo bipede
Schizzo fra siepi e ostacoli umani
Nella convulsa sovrapposizione delle idee
Diapositive impazzite in saliscendi
Mi accingo a scollinare
Ali prive di penne remiganti
impediscono il controllo della libertà
Schiaffi d’aria e scuotimenti multipli mi destabilizzano
M’infilo affusolato nel flusso canalizzatore
Ora vedo la ragione nell’assenza di ragione
Osservo la fortuita mescolanza
da un balcone immaginario della stratosfera
Babilonia -sotto di me- regna nel caos tentacolare
Prendo le distanze
Finalmente respiro
libero dal ticchettio insistente e meccanico di una lancetta a muro

Il fascino sottile dell’intolleranza

 In“The Help” si palesa nitidamente quella che è stata ed è una forma di sterminio. L’intolleranza, la paura della diversità, l’ignoranza generano infatti uno sterminio etico, sociale, della dignità umana di chi subisce atti di razzismo.
Non si contano i danni prodotti dalla somma perversa di paura e ignoranza, somma che diviene idiozia, odio, cecità rivolta verso chi o cosa non sia consono a regole che non sono scritte ma imperano, che non vengono sostenute ma s’insinuano e si fissano al retaggio culturale di un uomo, di un gruppo, di un popolo, senza lasciare tracce visibili.

L’intollerante analisi prosegue lungo questa scia

Effetto Domino

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Pensieri in caduta libera    

La notte scorsa leggevo Fitzgerald –“Tenera è la notte”, nel dettaglio- e una frase ha lasciato il segno.

Rise disarmata. Era così terribile da non essere più terribile, soltanto disumanizzato”.

Il contesto è un duello d’alba vecchio stampo, in cui due personaggi del romanzo si trovano coinvolti quasi per caso, e il sorriso ha il volto della protagonista, attonita dinanzi all’immediatezza e all’inevitabilità del drammatico evento.

L’Effetto Domino prosegue ne “Il Precipizio”