Fabbrica di nuvole

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Tempo fa mi trovavo nei pressi di Page, angusta cittadina al confine fra Arizona e Utah. Ero a bordo di una jeep indiana diretta all’Antelope Canyon, luogo sacro dei nativi d’America.

Tutto intorno un deserto di sassi e sabbia a perdita d’occhio, interrotto soltanto da un orrendo opificio grigio, grigio come il fumo che le ciminiere sparavano nel cielo terso e sconfinato degli Stati Uniti. Incuriosito, chiesi all’Indiano Navajo (la cui anima con ogni probabilità è schizzata nella mia) alla guida del mezzo: “What is it?”- ed egli, sorridendo, rispose: “Oh… it makes clouds!”.

In seguito scoprii che quel mostro di cemento genera energia per una vastissima porzione di territorio, e che forse per questo motivo il ragazzo ne accettava con ironia l’ingombrante presenza, quasi fosse il minimo di quanto è stato imposto -nei secoli- a un popolo espropriato progressivamente delle proprie origini e dei propri territori dagli spietati conquistatori europei.

I’m still here

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Il Consiglio dell’Oste

L’anno è il 2008. Joaquin Phoenix decide di chiudere col cinema e di incidere un disco di musica rap. Il cognato Casey Affleck segue così questa sua fase di passaggio, documentando le travagliate giornate di un Phoenix irriconoscibile.
Barba incolta, foltissima, l’aspetto trasandato, gli abiti sdruciti, l’attore ingrassa notevolmente nel corso del film, fino ad apparire sformato; Affleck lo immortala in altalene d’esaltazione e depressione, nell’intimità più totale, alle prese con ogni tipo di eccesso, e ne esce fuori una figura goffa, un Morrison ultimi tempi, che finisce quasi con l’intenerire lo spettatore.
E’ un documentario interessante, dato che mostra ogni cosa senza apparenti artifici: Joaquin Phoenix è al tempo stesso splendido e inguardabile; interpreta alla perfezione la propria parabola discendente, tanto da sembrare vero.
Si discusse a lungo sulla veridicità del prodotto, sul reale abbandono delle scene da parte dell’attore portoricano, sul fatto che fosse soltanto un’astuzia commerciale; a maggior ragione, adesso che sappiamo che Phoenix sta lavorando a nuovi progetti cinematografici, il dubbio potrebbe essere legittimo.
Ma perchè –mi chiedo– un attore all’apice del successo avrebbe dovuto denigrare se stesso in modo così evidente?
Voglio fidarmi del folle Phoenix, e pensare che ci abbia semplicemente voluto mostrare il demone barbone che porta con sè.

Igor e il Dottor Frankenstein

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Dialoghi tratti da “Frankenstein Junior”,
il capolavoro di Mel Brooks:

-“Sono un chirurgo di fama mondiale,
posso fare qualcosa per quella gobba”.
“Quale gobba?”

-“Igor, aiutami a portare queste due”(indicando le valigie).
“Lei prenda la bionda, io questa qui con il turbante”.

-“Igor cosa ci fai tu qui?”.
“Ho sentito dei rumori sospetti
e sono sceso giù con il monta vivande,
ho fatto un colpo gobbo”.

Marty Feldman

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Martin Alan Feldman (1934-1982) è stato un grande attore e regista londinese.

Di origini ucraine, si formò e crebbe nel mondo della comicità d’oltremanica.

Il suo aspetto bislacco fu conseguenza dell’azione combinata di un incidente stradale patito in gioventù e di una malattia alla tiroide che lo colpì a 28 anni; lo sfortunato evento fu in realtà la chiave della sua definitiva consacrazione: il suo accentuato strabismo lo trasformò in un’icona, in una maschera inconfondibile. Ebbe grande successo alla radio e in alcuni show televisivi, in cui collaborò con i futuri membri dei Monty Phyton (John Cleese, per citarne uno).  Impossibile dimenticarlo nei panni dell’assistente Igor in “Frankenstein Junior”, che gli diede il meritato riconoscimento internazionale quale indiscusso talento comico.

Morì all’età di 48 anni a Città del Messico, durante la lavorazione di un film, a causa delle complicazioni di un attacco cardiaco. E’ sepolto a Los Angeles, accanto al suo idolo Buster Keaton.

Walk on

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RadiOsteria consiglia di abbinare al mattino “Walk on” degli U2 (amici di sempre), un pezzo giusto per partire, un pezzo che vola via leggero: brano sempreverde d’Irlanda, anche se poi è Altrove che vai, un brano che un uomo e una donna ballarono e cantarono insieme, un giorno, in un saloon dello Utah chiamato Big Fish.

Buon Viaggio 

Passaggio Dickens

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Vorrei estrapolare un passo interessante dalle pagine de “Il nostro comune amico”, il romanzo di Dickens che Henry James definì “un licenzioso e sformato mostro“.

Il piano narrativo dell’opera si sviluppa in modo lineare, ma si ramifica e si sposta fra i dialoghi e i punti di vista di numerosi (e spesso eccentrici) personaggi, così da donare alla storia le tonalità più svariate: definirei l’opera un concerto in lettere, un romanzo polifonico.

Qui, ora, mi interessa parlare della fase in cui John Rokesmith, il segretario che sposa Bella Wilfer, diviene (o riassume le sembianze di) John Harmon, in cui il Mendicante indossa i panni del ricco ereditiero: tale “trasformazione” è raccontata utilizzando come strumento un paragone il cui termine si chiama George Sampson, l’uomo legato sentimentalmente a Lavinia, sorella di Bella, uomo prima osannato al cospetto del Mendicante grazie a una piccola rendita che crea un notevole scarto sociale fra lui e i Rokesmith; ed ora invece relegato a reietto e misero nell’improponibile confronto col gigante Harmon.

E così assistiamo, in un tragicomico tragitto in carrozza (carrozza Harmon, diretta a palazzo Harmon), alla umiliazione di Sampson da parte di Lavinia e di sua madre, a causa della sua riflessa e sopraggiunta pochezza, che diviene quasi una colpa, agli occhi delle due donne.

La ricchezza acquisita dagli Harmon diviene pertanto un evento vissuto da coloro che gravitano attorno all’evento, più che dai titolari stessi della fortuna: ma, d’altra parte, l’evento conta in questo senso per chi in questo senso interpreta la vita; John e Bella, invece, si sono sposati per amore, e per loro nulla cambia.