Monsters

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Capita -a volte- di andare a vedere un film per curiosità, di guardare per il gusto esteso di guardare. E può così accadere di imbattersi in produzioni artigianali sorprendenti.

Il giovane regista inglese (gli inglesi sono sempre i migliori) Gareth Edwards narra la fuga dalla civiltà, la riscoperta della natura, utilizzando la fantascienza come pretesto.
La natura -dicevamo- placida e selvaggia al tempo stesso, in cui un uomo e una donna conosceranno se stessi e si riconosceranno reciprocamente simili, fino al punto di temere il ritorno alla vita cementificata.

La storia non è così importante –non sempre lo è, se l’opera è foriera di un messaggio interessante e non soltanto di scene sovrapposte meccanicamente– e la regia scorre quieta, indugiando sui protagonisti e sulla giungla che li avvolge. La fotografia è cupa e accattivante, in un’ascesa crepuscolare ricca di vita e colore.

Le prospettive iniziali si ribaltano, e la zona infetta, l’insediamento alieno, si rivela zona devastata dai veleni e dalla barbarie umana, che sempre provoca per poi dover subire il ritorno delle forze naturali; gli immensi muri che dominano l’orizzonte perdono la loro esatta collocazione, e ci si chiede chi realmente quei muri protteggano da chi, chi dividano da chi.

I mostri sono quelli che i bambini vedono –in forma mutevole– nella penombra, e che gli adulti scorgono alla luce del sole. I mostri sono coloro di cui sospettiamo, perchè vivono diversamente da noi o non condividono le stesse abitudini. I mostri sono poi anche quelli che -con un gesto tanto inatteso quanto originario- ci rieducano all’amore: la strada diretta all’inaridimento –par essere il monito– può essere ancora percorsa in senso inverso, onde evitare di dimenticare le nostre stesse radici.

La casa dalle finestre che ridono

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Il Consiglio dell’Oste

Bassa Padania.

Un restauratore viene chiamato in un paesino per ripristinare l’affresco di un artista ormai deceduto, artista noto per l’insania e per aver immortalato soggetti in agonia.

La vicenda si sviluppa lentamente, portando a galla in modo graduale paura e inquietudine, fino a rivelare l’abisso obliato della follia.
Le atmosfere cupe, umide, la nebbia che s’insinua fra i vicoli e nelle coscienze degli individui, i personaggi inquietanti che popolano questa provincia profonda e sperduta, la musica e i tasti d’un pianoforte che accompagnano in modo angoscioso i momenti topici del film rendono l’horror artigianale di Avati un buon prodotto, da riscoprire, in un mondo in cui, gli anni 70 (un dove, e non un quando), il montaggio non aveva ancora avuto la meglio sulla storia.

Non si può tralasciare il riferimento, nemmeno troppo “velato”, al Norman Bates di Hitchcock, in particolar modo nella spirale che stritola il protagonista alla fine del film.

Un ulteriore consiglio, che vale per tutte le opere che invecchiano (ma che invecchiano bene) e che sono state realizzate in altre epoche con mezzi scarsissimi: prima di usufruirne, lavorate su voi stessi, in modo leggero, impalpabile, e indossate occhi antichi, retrò, capaci di adattarsi al passato, di filtrare il tempo.
Ne trarrete giovamento.