An education

Tag

Il Consiglio dell’Oste

Il film è incentrato sull’ottima prova della Mulligan, che è l’ago della bilancia dell’intero percorso narrativo. Appare bambina al cospetto delle sue nuove compagnie, con tutti i disagi del caso, con le illusioni e disillusioni cui si va incontro in situazioni di cotanto svantaggio. Appare invece vecchia nel nuovo rapporto che si viene a instaurare con amici, famiglia, insegnanti, al cospetto dei quali si presenta apparentemente matura, e colma di una sicurezza che però traballa agli occhi dello spettatore. L’altalenante evolversi del percorso di Jenny mantiene l’equilibrio su di un filo sottile di cui si avverte l’imminente strappo. La storia non offre nulla di nuovo, ma il film ci regala un mondo affascinante, e una buona interpretazione della perdita dell’innocenza, della lezione di crescita cui le esperienze dolorose conducono, nell’indifferenza di una società ipocrita, qui rappresentata da una famiglia accecata dall’egoismo.

Recensione pubblicata su www.mymovies.it

J. Edgar

Tag

L’Oste deluso

Un eccesso di aspettative può sovente giocare brutti scherzi allo spettatore.

Lo sguardo gelido e distante di Eastwood (non dissimile dalla rappresentazione di Clooney ne “Le idi di marzo”) su di un personaggio altrettanto gelido e distante non coinvolge emotivamente, regala una visione critica ma asettica di John Edgar Hoover, una regia perfetta, troppo perfetta, e l’elettrocardiogramma si conserva piatto, e si finisce con la sensazione di aver assaggiato l’antipasto freddo di un pranzo che non c’è.

La critica è rivolta all’assenza di emozioni che accompagna tutto il percorso del film, che diviene quasi un documentario, un reportage, nonostante le ineccepibili prove attoriali di DiCaprio, Dench (sempre un gradino sopra gli altri), Watts e Hammer.

In “J.Edgar” emergono i lati sgradevoli di Hoover, le menzogne, le incoerenze dell’uomo che ha rivoluzionato l’FBI, presiedendola per un cinquantennio sotto l’egida di otto diversi capi di stato, ma non c’è trepidazione alcuna, non si freme nell’attesa di un evento, quasi fossimo lungo una highway americana, rettilinea e infinita (ma senza il contrappeso del paesaggio a indorare gli occhi di chi guida).

E allora ci si chiede se Hoover, personaggio legato profondamente alla storia americana del ‘900, ma rapito dai principi sulla sicurezza nazionale e dall’ossessione di una perfezione inattaccabile al punto di dimenticarsi di vivere, meritasse le attenzioni di un grande regista, quale Eastwood rimane.

Il cinema dovrebbe emozionare, sempre.

Recensione pubblicata su www.mymovies.it

L’Estetica del Toro

Tag

Poesie d’Osteria

Bucce di mandarino costellano l’abisso bianco,

disperdendosi e riaffiorando a intermittenza

lungo la superficie increspata di un mare neve.

Un toro irrompe poderosamente sulla scena,

squarciando il fondale di cartapesta.

Nervature muscolari in perfetta tensione e l’innata fierezza

ne contraddistinguono l’incedere.

Turgide nari vulcaniche si dilatano

per poi prendere a sbuffare collericamente.

L’Estetica del toro è minacciata dall’interferenza biodegradabile

che corrompe la purezza circostante.

La tauromachia diviene inevitabile,

l’arena si pone laddove è la fonte stessa della sovrapposizione elettromagnetica,

fra la bianchezza e la gradazione che sullo spettro tentenna fra il giallo e il rosso.

Vili picadores a cavallo punzecchiano l’animale che per un istante esita.

Ma il toro fissa lo sguardo sugli inani pupazzi,

che si sciolgono ancor prima che l’agone inizi.

Il sublime cornuto scuote il terreno,

sputa fuoco e tempesta,

volteggia indispettito la propria foga,

“e si sbarazza della sfida con una scrollata”.

Mammuth

Tag

E’ la storia di Serge (un gigantesco Depardieu), un sessantenne che decide di andare in pensione dopo una vita dedicata interamente al lavoro.

L’uomo inizia così a percorrere a ritroso la strada -reale e mnemonica- delle svariate mansioni svolte negli anni, alla ricerca dei fantomatici datori di lavoro e degli improbabili contributi versati a suo pro.

Scopriamo presto un uomo totalmente estraneo alla società (in cui sembra non essersi mai calato), e poi -gradualmente- la vera essenza di Serge, soprannominato Mammuth, come la vecchia moto che lo condurrà per campagne francesi fra giostrai, vecchie locande, bar trasandati e strutture che in realtà non esistono più.

Mammuth ha pensato sempre soltanto al lavoro, non è in grado di gestire la più semplice delle operazioni che la quotidianità riserva; è rozzo, trasandato, obeso, di poche parole, e porta lunghi capelli da vichingo. Poi, attraverso una regia delicata e artigianale, conosciamo i suoi lati positivi,  le sofferenze patite, come la perdita della donna che amava, l’affetto e la cura che riserva (a modo suo, naturalmente) alla nipote alienata, l’amore ritrovato per la vita e la compagna.

Bello e poetico il viaggio in moto di Mammuth, così come la narrazione, che rimbalza in modo tenue fra vicende concrete e l’universo surreale di Serge e degli strambi personaggi (la nipote in primis) che si presenteranno sulla scena di un film che è insieme fuga, sogno, follia, riscoperta di un motivo, dell’amore, della voglia di continuare.

E allora corri Mammuth, corri veloce, non ti fermare.

L’Oste consiglia Mammuth ed altre pellicole. 

Passi sulla neve

Tag

Il giorno affonda i suoi ultimi istanti fra le orme argentee e profonde di un gigante matto.

Una scala in feltro fissa addobbi a mezz’aria.

E’ subito notte, e la compagnia brinda nel caos che si moltiplica.

Una bambina regala candidi auguri a volti sconosciuti.

Il sonoro macina le grida dei commensali remixando parole in ordine sparso.

Poi la vallata esplode in un artificio che divampa fino al mare,

fra stelle curiose che punteggiano di luce un mantello nero,

senza fine,

che avvolge ogni cosa nel suo abbraccio d’ombra.

D’un tratto la marea nera si ritira,

risucchiata da sogni d’ebbrezza accatastati in minuscoli spazi sottotetto.

La compagnia riprende conoscenza,

il suo sguardo multiplo si dilata in un respiro che colma ogni spazio,

il paesaggio si scatena oltre il limite percettivo,

orizzonti succedono ad orizzonti lungo un canale prospettico mai domo.

I sensi deflagrano nella limpidezza,

il mattino biancheggia tutto intorno.

La compagnia procede compatta nel candore,

finchè lo sfavillio non ne inghiotte le sagome.