Piccolinfinitistanti

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Dormiveglia del mattino.
La percezione del tempo sfuma via concettualmente.
Un grembo materno artificiale distanzia la luce del giorno.
Sensazioni d’infanzia infondono serenità.
Un’incosciente, soffusa innocenza prende campo.
Strambi pensieri cullano la dimensione del mezzosogno.
Più la pioggia batte e il freddo aumenta,
più le distanze divengono incolmabili.
Il mondo fuori non c’è più.
Oltre l’orizzonte onirico si perde ogni cosa.
La realtà si allontana, non più concepibile.
La fuga si concretizza nell’abbandono dei sensi.
Mezzosogno al cloro.
Soffici pensieri veleggiano fra le maglie del dormiveglia,
irrefrenabili.
La realtà rimane imbrigliata fra le trame e gli orditi
di tessitori lontani.
Il nostro tempo non è il loro,
seppur per piccolinfinitistanti.

Win Win

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“Win Win” e’ una commedia che non è una commedia, e non è ascrivibile ad alcun genere in particolare.
E’ uno spaccato di vita americana eccezionale nella sua normalità, una piccola opera che odora di vero.
Poniamo le vicende della vita, così come le conosciamo, nella loro quotidianità.
Bene, questo film si inserisce fra le suddette vicende, ne segue un frammento, un “da-a”, e lo fa senza esagerare mai, senza aggiungere nulla di superfluo, evitando preziosismi di sorta, fotografando l’uomo e le sue meraviglie, le sue magagne, le sue inevitabili ipocrisie.
Paul Giamatti giganteggia con spiazzante disinvoltura.
Dall’autore de “L’ospite inatteso”.

Mutazioni

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Ogni singola parola contenuta in queste stanze può mutare improvvisamente,
se la struttura generale dei significati è in grado di reggere l’onda d’urto.
Peraltro, non sempre uno tsunami letterario può esser previsto o contenuto,
al di là del concetto stesso di tenuta strutturale dell’insieme.

Questo “dogma” fa il paio con l’altro “dogma” espresso ne “Il punto”

Segui il giusto tag per riordinare le idee

Pioggia e idee

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Giornata avversa, liquida, uggiosa.

Idee erranti nella tempesta.

Una scrivania con lanternino e calamaio danza nella pioggia,

sospinta dalla forza incontrollabile dell’irrequietezza.

La scrivania e le idee errano perchè non trovano un luogo in cui potersi collocare.

Spasimano alla ricerca di una compagna terra in cui mettere radici,

in cui affondar le gambe.

Forse è il tempo che non quadra.

Forse scrivania e idee sono alla ricerca di un altro tempo.

Ma ciò mi riporta all’ultimo Allen.

E ne parleremo poi.

Le donne del 6° piano

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La regia tenue e delicata di Le Guay, la classe di Fabrice Luchini, l’eleganza inafferrabile di Natalia Verbeke si soffermano su quel sesto piano che rappresenta una sorta di linea di demarcazione fra la borghesia francese, spenta e supponente, e le donne di servizio spagnole, vive e verissime. Annullata l’ipocrisia divisoria fra classi sociali, le umane vicende si mescolano, risvegliando il protagonista dal torpore incantato e grigio della quotidianità. E tutto cambia, in modo tanto naturale quanto inevitabile.

Uno scambio di sguardi complice e liberatorio, un sorriso, e il film termina, senza bisogno d’aggiungere alcunchè.

Brazil

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In “Brazil” s’ammira un futuro remoto dominato dalla dittatura di un Ministero dell’Informazione/Moloch. Un futuro oppressivo, in cui le vite e i comportamenti sono omologati, gli uffici claustrofobici, gli spazi ristretti.
Un sistema chiuso e stupido all’occorrenza. E così un Insetto-Cronenberg spappolato sulla Macchina-Per-Scrivere-Insetto-Del-Pasto-Nudo-Di-Borroughs è sufficiente per cambiare Tuttle in Buttle, innocente agnello sacrificale, atteso poi invano da una bambina smarrita ai margini dell’apocalisse.

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L’Iperrealismo secondo l’Oste

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Chi ha paura di scavare?

E chi ha paura di quanto si trovi costretto a dissotterrare,

nel caso avesse superato la paura di scavare?

Il retrobottega e i suoi ninnoli.

Una sbirciatina, uno sguardo fugace e malizioso.

Polvere e saliscendi.

Gli Elementi, senza la fisica degli Elementi.

Chi crede di non aver tempo,

chi si convince di non averne per salvaguardarsi,

chi finge di non averne per ovviare alla cecità del vicolo.

Chi sceglie di bruciarsi,

chi ha paura anche soltanto del ticchettio delle proprie certezze.

Mettere a fuoco o perdere la visuale.

Love is blindness,

i don’t want to see.

Il dono della sintesi,

e l’Illusione del Reale.