The Adam Show – Atto II

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The Adam Show – Una favola moderna

Alice in Wonderland

Primo atto – Refresh

E così, coloro che gestivano in modo occulto lo Show di Adam  decisero di mettere un filo di brio nella storia dell’uomo solitario. Pertanto, gli Altissimi Sceneggiatori in Soprabito Giallo iniziarono a chiedersi quale potesse essere l’elemento giusto per creare un pizzico di sano scompiglio nella vita di quell’uomo alla deriva. Pensarono agli animali da cortile prima, e alle fiere selvagge poi, ma nessuno dei Gialli Gerenti era sufficientemente convinto di tali soluzioni. No, serviva qualcosa in più, un moto tellurico, una scossa travolgente, una magia imprevista, una mossa a sorpresa che ribaltasse l’inerzia del contesto: in buona sostanza, per riconquistare le motivazioni di Adam e il gradimento degli abbonati occorreva un colpo di scena.

Scopri l’estroso colpo di teatro escogitato dai novellieri  ambrati

Sfera di cristallo

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Poesie d’Osteria

 

Nebbia densa, fittissima.

Nebbia che irride e ingabbia.

L’esosfera vibra e si dibatte,

scossa dal gesto inconsapevole di un bimbo.

Improvvisi e intermittenti  attimi di tetra opalescenza

mostrano i contorni incerti e furtivi dell’innocenza.

Immagini deformate penetrano pupille in iper-dilatazione.

Oblunghe sagome in movimento lento

offuscano la potenza percettiva dei teatranti.

Veli diafani a smorzare ogni respiro visivo.

Slanciate falangi agitano la volta del cristallo etereo

in brevi e perturbanti manovre ellittiche.

Lente smerigliata e fonte di speranza.

Via di fuga e terra di confine.

Allucinazione perversa.

La nebbia si espande,

invade ogni spazio,

penetra ossa e idee.

Nebbia dentro e nebbia fuori.

Un bimbo gioca e l’universo vacilla.

Un nastro rosa sventola e si tende nella brezza

come spiraglio a squarciare orizzontalmente

un cielo cosparso di minuti viaggiatori alati.

Inconsapevoli ballerini sincronizzati.

Ma il cielo non si vede Il cielo non c’è.

Dolci e affusolate appendici collinari si levano

come funghi nel ventre del sottobosco.

E costellano con tratto leggero e fluttuante

la linea immaginaria di una prospettiva senza fondo.

Il nastro si tramuta in occhio ripugnante.

L’occhio osserva L’occhio spia.

Sorge il sole Sorge il bambino.

Né cielo né terra.

La nebbia avvolge ogni cosa.

Tutto intorno regna l’ovattata densità della bruma.

C’è una strada dritta Una strada perduta.

E gli occhi rossi di una fiera d’acciaio a minare il cammino.

Spietati cacciatori d’uomini

attendono al varco i viandanti.

Il rosso s’infuoca in uno sguardo d’incendio ad alta definizione.

Vecchie chevrolet stridono e sbuffano,

zigzagando lungo un tracciato accidentale.

Dentro regna la spensieratezza.

Un verso agghiacciante, aspirato

provoca lo shock del fermo immagine.

La nebbia inghiotte ogni cosa.

Una nera galleria iperbolica procede in direzione opposta

spalancando fauci di drago.

Actarus guida la carovana in sospensione elettromagnetica.

I cosmonauti entrano nella galleria.

Spazio e tempo collassano.

Ma è soltanto un attimo

e la nebbia si dissolve.

E tutto è luce e cielo e sconfinate foreste d’argento.

E il sorriso di un bambino.

Ora la nebbia mostra la sua natura

di candida e ammaliante neve artificiale.

I soldatini di plastica non potevano sapere.

Il bimbo ripone la palla di vetro,

che tentenna e cade su un fianco,

fra balocchi d’ogni epoca e un trenino rosso che va,

in un moto elettrico e circolare

che batte il tempo immacolato dell’infanzia e dell’eternità.

 

 

The Adam Show – Atto I

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Once upon a time      –     The Adam Show

C’era una volta un uomo di nome Adam. Egli trascorreva giornate serene e tranquille, una dietro l’altra.  Il luogo in cui dimorava era straordinariamente sfarzoso, come soltanto la natura incontaminata sa essere.

Adam non aveva bisogno di nulla, tanto meno di un abito. La pace regnava incontrastata, la terra era fertile, le risorse inesauribili. Ogni dettaglio era perfetto e rifinito coi migliori materiali in commercio, tanto che Adam si persuase sovente di vivere nello show di Truman.

Il Conte Olaf

 

Ma non era affatto lo show di Truman, anche perché Adam non sapeva nulla di Truman Burbank, nè tanto meno del Conte Olaf o di Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, del Professor Dottor Guido Tersilli o della Banda Fratello, dei Magnifici Sette o di Tekkaman, di Dersu Uzala o di Barnabas Collins, dei fratelli Lumière, di Georges Meliès, del cinema e delle sue future e strabilianti magie; quella era l’alba dei tempi, un’alba immacolata e priva di turbamenti o distrazioni di sorta. 

 

 

Il primo atto dello Show di Adam si lascerà scartare senza opporre resistenza

 

Amour

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“Amour” è l’ultimo film di Michael Haneke, recentemente premiato con la palma d’oro al festival di Cannes.  L’opera affronta un argomento  –la vecchiaia-  atipico e alternativo rispetto ai consueti standard tematici di Haneke.

Anne e Georges sono due insegnanti di musica in pensione: i due coniugi trascorrono giornate tranquille ed usuali nel loro appartamento parigino, dove il tempo è scandito da una successione metodica di eventi, fatta di piccole abitudini quotidiane, di letture e concerti, delle rare visite di vecchi studenti e dell’unica figlia.

Amour

 

D’improvviso Anne si ammala, colpita da un ictus che si manifesta sotto forma d’infido blackout, e le cose cambiano tanto velocemente da non dare modo di pensare: George decide d’impulso che sarà lui, nonostante le evidenti difficoltà, a prendersi cura di sua moglie, col supporto di un’infermiera a giorni alterni. Georges manterrà fermezza e coraggio anche nel momento in cui la malattia dilagherà in una parziale paresi prima e nella totale infermità poi.

 

Il prologo lascia immediatamente intravedere la soluzione della storia, che è una soluzione scontata, a causa delle connaturate limitazioni di tempo cui gli uomini sono sottoposti. Il lento e crudele incedere della morte incombe sui protagonisti in modo paritario: è Anne ad affrontare la malattia, ma è il suo compagno ad assisterla quotidianamente, e la pena e il dolore divengono elementi intimamente condivisi; nel film va in scena un amore pregno di rispetto e devozione, un amore sacro, intangibile, che sviluppa in George un senso di protezione che l’uomo applica all’emergenza con dignità ed abnegazione, tentando di rendere più semplice l’involuzione fisica della moglie, di sottrarla allo sguardo degli altri (figlia compresa) e di evitarle ogni sorta di umiliazione.

La storia d’amore di Haneke prosegue in FilmOsteria

La cornacchia libberale di Trilussa

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Guasta e Trilussa davanti alla “Baracca dell favole”, il teatro di burattini che gli stessi crearono nel 1927

Una cornacchia nera come un tizzo,
nata e cresciuta drento ‘na chiesola,
siccome je pijo lo schiribbizzo
de fa’ la libberale e d’uscì sola,
s’infarinò le penne e scappò via
dar finestrino de la sacrestia.

Ammalappena se trovò per aria
coll’ale aperte in faccia a la natura,
sentì quant’era bella e necessaria
la vera libbertà senza tintura:
l’intese così bene che je venne
come un rimorso e se sgrullò le penne.

La storiella della cornacchia prosegue in Singolar Tenzone

“Mine vaganti” su “Skyfall” – L’altalena delle aspettative

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Potrei definire l’aspettativa come la speranza che si ripone in qualcuno o qualcosa. Nel caso specifico, l’oggetto dei desideri è naturalmente il cinema, lo strumento che più di ogni altro realizza e incarna i sogni dell’epoca in cui viviamo.

La domanda che mi pongo in questa sede è la seguente: quanto e cosa eventualmente cambia nell’impatto con l’opera cinematografica, al mutare della predisposizione psicologica individuale?

Capita infatti di assumere gli atteggiamenti più disparati nel momento in cui ci si accinge a vedere un film, e tutto ciò può dipendere da numerosi fattori, legati alla sfera più intima dello spettatore, al grado di recettività del medesimo in determinate circostanze, al condizionamento che lo stesso può subire dall’esterno.

Tal mutevolezza può dipendere dallo stato d’animo personale, dalle opinioni fornite da amici e colleghi, dal bombardamento mediatico che l’individuo subisce a livello inconscio (l’individuo in quanto tale e in quanto membro di una collettività); può dipendere da una serie di valutazioni pregiudiziali attinenti il regista, il cast o la sceneggiatura di un’opera, da quanto dicono o scrivono alcuni critici cinematografici particolarmente autorevoli, o dal tempo che intercorre fra il momento in cui si inizia a desiderare un film e il momento in cui se ne prende visione.

Si può quindi assumere un atteggiamento diverso a seconda che si nutrano o meno aspettative; se non se ne nutrono affatto o se ne nutrono in misura minima, si può adottare un contegno sospettoso, una posa guardinga o comunque mantenere una diffidenza di base relativamente a un film: tale stato induce sovente il soggetto a procrastinare nel tempo o persino ad evitare la visione di un film. Ma quando il punto di attracco poggia su presupposti simili, caratterizzati da una scarsa propensione alla positività di giudizio, si possono verificare succulenti sorprese, assimilabili a piccole e luminose rivelazioni. E’sufficiente fidarsi e concedersi una tappa in ogni porto per uscire dall’omologazione concettuale del nostro tempo.

Al contrario, si può sviluppare un’aspettativa abnorme nei confronti di un’opera, fatto che spesso induce a sovrastimare in sede preliminare l’opera stessa, che poi soccombe al cospetto di quanto si è idealizzato nelle sublimi sfere dell’immaginazione, in cui passano in rassegna tutte le sfumature estatiche e potenziali  dell’arte. In tal caso aumenta esponenzialmente il rischio di amare delusioni, e d’altro canto la soddisfazione corrisponde a un rassicurante appagamento, alla conferma di quanto si pensava che fosse.

Può quindi accadere che le attese siano o meno confermate dai fatti, fenomeno che implica sentimenti di vasto assortimento, a cavallo fra sorpresa e delusione (la gamma compresa fra i due “valori” di riferimento è amplissima).

Analizzando il problema in termini concreti, l’alternanza emotiva in esame si è prodotta recentemente e in modo assolutamente casuale nella mente dell’Oste, grazie al contributo opposto di due film che non hanno nulla in comune fra loro: “Mine vaganti” e “Skyfall”. Tenterò di analizzare i due film utilizzando l’aspettativa come criterio di base; la sede di tal duplice analisi è collocata (o dovrebbe esserlo) nella biforcazione che si trova in fondo al corridoio delle mie brame.

ASSENZA DI ASPETTATIVE – MINE VAGANTI                                              OVERDOSE DI ASPETTATIVE – SKYFALL

White rabbit – Jefferson Airplane

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SoundtrackRadiOsteria consiglia “White Rabbit”, pezzo ipnotico e perturbante dei Jefferson Airplane, celeberrimo gruppo acid-rock californiano che diede il via alla corrente psichedelica. “White Rabbit” venne scritta nel 1967 da Grace Slick, la vocalist della band, e l’album in cui il pezzo è contenuto, “Surrealistic Pillow” è considerato uno dei manifesti del movimento hippy. I Jefferson Airplan esplorarono i mondi di Carroll, e scoprirono quanto è profonda 
la Tana del Bianconiglio.

Go ask Alice, I think she’ll know
 When logic and proportion have fallen sloppy dead
And the white knight is talking backwards
And the red queen’s off with her head
Remember what the dormouse said
Feed your head, feed your head


Un’estate da giganti

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Il Consiglio dell’Oste

“Un’estate da giganti” è il secondo lavoro dietro la macchina da presa, dopo “Eldorado”, di Philippe “Bouli” Lanners, artista belga versatile e originale.

Il film narra la storia di Zak e Seth, due fratelli di tredici e quindici anni, e del loro inconsueto ed isolato soggiorno nella casa di campagna del nonno defunto. Annoiati e squattrinati, i due ragazzini trascorrono giornate allo sbando, senza una guida che non sia il loro istinto adolescenziale, tanto vitale quanto impreparato alle cose della vita.

 

Il loro unico contatto familiare è la voce di una madre perennemente lontana, che annuncia e proroga in modo sistematico la propria assenza, nel corso di brevi e rarefatte comunicazioni telefoniche.  Zak e Seth conoscono poi Dany,un ragazzino del luogo che vive il loro stesso stato di abbandono,per via di genitori anziani e di un fratello violento e psichicamente instabile.

L’improvvisato terzetto sviluppa così uno spirito di sopravvivenza sui generis, fatto di piccoli espedienti quotidiani, assecondando in modo ingenuo ma democratico le idee più bizzarre di ciascuno dei componenti, compiendo scelte spesso avventate e inadeguate, al cospetto di adulti insulsi, in cui non si può riporre alcuna fiducia: “i grandi” vengono infatti descritti nel film come persone insensibili e indifferenti, prive di etica e scrupoli, di amore e identità, come titolari di esistenze squallide e asettiche, quasi fossero essi stessi il prodotto dell’abbandono.

I tre ragazzini, che sono i giganti della storia, comprendono in fretta di non avere speranze o prospettive nell’incivile squallore degli uomini, dato che sono gli adulti stessi a schiacciarli e ingannarli, a imporgli angherie d’ogni sorta, ad esasperarli, a costringerli all’emarginazione.

 

I pensieri di Zak, Seth e Dany sono precoci, liquidi, cortisonici, come quando comprendono scientemente di rappresentare una minaccia per l’unica persona che li ha soccorsi e accuditi, una donna che per pochi, immacolati istanti sostituisce ai loro occhi quella figura materna che è così tanto assente nelle loro vite da apparire come una condanna atavica, come un’ineluttabilità ontologica imprescindibile.

 

I piccoli protagonisti del film decidono quindi di vivere allo stato brado nella natura, di mimetizzarsi nel bosco, di seguire il corso del fiume, di immergersi nel mondo naturale, tanto spietato e imprevedibile quanto per lo meno leale.

L’opera di Lanners è contemplativa e si dipana attraverso ritmi lenti e compassati: il regista indugia a lungo e in senso pittorico sul paesaggio, sui particolari del mondo naturale, in cui i tre giovani trovano la giusta dimensione e la necessaria collocazione. E’ un racconto di rottura più che di formazione, e, come è forte il senso di abbandono e di disperazione dei protagonisti, sono altrettanto rilevanti la forza e la libertà dei tre adolescenti, che scelgono con senno una vita selvaggia e incontaminata, lontana dai dettami e dalle imposizioni di una società irrimediabilmente chiusa e inquinata.

I tre ragazzi non hanno bisogno degli adulti, soprattutto di certi adulti, ma di una zattera e dell’acqua, del fiume e del bosco, che dominano il paesaggio a perdita d’occhio:  sul finire dell’opera, Zak, Seth e Dany recidono l’ultimo cordone ombelicale in un gesto definitivo e liberatorio, e la natura li inghiotte, accogliendoli senza celebrazioni o cerimoniali di sorta, quasi a lasciar intendere che sarà lei a crescerli, al di là del bene e del male.